Ep. 3 – A venti gradi sotto zero dall’altra parte della Turchia

Un viaggio che avrei dovuto fare anch'io

Durante uno dei soggiorni successivi a Istanbul trovai un appartamento nei pressi di Taksim abbastanza grande per ospitare tre persone.

C’eravamo io, il mio amico Giacomo e Rosario.

Rosario purtroppo oggi non c’è più.

Se n’è andato troppo giovane, poco prima dei cinquant’anni, se ricordo bene per un infarto.

Era stato proprio Rosario a proporre a Giacomo quel viaggio, e fu poi Giacomo a rivolgersi a me.

Aveva alcuni incontri di lavoro in Turchia e io avrei dovuto accompagnarlo anche come consulente.

Fin qui niente di particolare.

Il dettaglio che scoprimmo soltanto quando eravamo già a Istanbul era che uno degli appuntamenti…

non era a Istanbul.

Bisognava prendere un altro aereo e raggiungere una località distante circa un’ora di volo.

Era gennaio.

A Istanbul c’erano stati maltempo, pioggia e anche neve.

E con il solito tempismo che distingue i grandi professionisti dell’organizzazione internazionale…

mi presi l’influenza.

Così io rimasi nell’appartamento mentre Giacomo e Rosario partirono da soli.

Il problema non fu il volo

Il viaggio in aereo andò benissimo.

Atterrarono.

Presero i bagagli.

Uscirono dal terminal convinti che fuori ci fosse l’autista ad aspettarli.

Non c’era nessuno.

Il secondo dettaglio era leggermente più fastidioso.

Fuori c’erano circa venti gradi sotto zero.

Aspettarono.

Niente.

Telefonarono.

Niente.

Cominciarono naturalmente a congelarsi e provarono a rientrare nell’aeroporto.

Ma avevano già superato l’uscita.

Çıkış.

E ogni volta che provavano a tornare indietro il personale li rimandava fuori.

Entravano.

Spiegavano.

Venivano fermati.

E nuovamente:

fuori.

A meno venti.

«Minkia Carlo…»

A un certo punto squillò il mio telefono.

Io ero a Istanbul.

Con la febbre.

Dall’altra parte c’era Giacomo.

Ancora oggi, quando ripenso a quella telefonata, mi viene da ridere.

Con il suo accento siciliano e probabilmente con metà faccia già congelata mi disse:

«Minkia Carlo, sto morendo dal freddo! Qui non viene nessuno e ci troviamo in grossa difficoltà!»

La situazione era perfetta.

Io malato nell’appartamento.

Loro dall’altra parte della Turchia.

A venti sotto zero.

Senza autista.

E praticamente espulsi dall’aeroporto ogni volta che provavano a mettersi al caldo.

Una squadra organizzata alla perfezione.

L’idea geniale: entrare dall’altra parte

Dopo diversi tentativi capirono che dalla zona degli arrivi non sarebbero riusciti a rientrare.

Allora fecero la cosa più logica.

Aggirarono l’aeroporto e provarono a entrare dalla zona delle partenze.

Finalmente riuscirono almeno a stare al caldo.

Poi, quando ormai probabilmente avevano cominciato a rivalutare l’intero concetto di viaggio d’affari, arrivò anche l’autista.

Finalmente.

Salirono in macchina.

E fu lì che notarono un particolare che, fino a quel momento, era mancato alla perfetta organizzazione della giornata.

Sul pavimento, accanto al posto dell’autista, c’erano diverse lattine di birra vuote.

Parecchie.

Parecchie, soprattutto per uno che di mestiere faceva l’autista.

A quel punto credo abbiano preferito non fare troppe domande.

Dopo essere rimasti a venti gradi sotto zero fuori da un aeroporto, a quel punto andava bene anche quell’autista.

E credo che in quel preciso momento il riscaldamento dell’abitacolo sia apparso a entrambi come una delle più grandi conquiste tecnologiche della storia dell’umanità.

Alla fine fecero il loro incontro.

Tornarono a Istanbul.

E tutto finì bene.

Ma ancora oggi, quando penso a quel viaggio che avrei dovuto fare anch’io, non ricordo la riunione.

Non ricordo nemmeno dove dovessero andare esattamente.

Ricordo soltanto una telefonata.

E la voce di Giacomo:

«Minkia Carlo, sto morendo dal freddo!»

A volte dei viaggi di lavoro rimangono impressi i contratti.

Altre volte…

rimangono i meno venti.

🇹🇷 Continua il racconto di Istanbul:

➜ Episodio 4 – Istanbul, una città che quasi mi ricorda Napoli


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🇹🇷 Piccolo dizionario turco

In turco, la lettera ç si pronuncia come la c dolce italiana di “ciao”, “cena” e “cibo”.

Quindi, per ricordarlo facilmente:

  • çay – si pronuncia “ciai” e significa tè.
  • çorba – si pronuncia “ciorba” e significa zuppa.

Se sei arrivato fin qui, forse questo UIT ti ha lasciato un ricordo, un pensiero o il nome di qualcuno a cui vuoi bene.

A volte basta poco.

Un messaggio.

Una telefonata.

O semplicemente non rimandare a domani quello che possiamo dire oggi.

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