Questo modo di dire non ha un autore né una data di nascita.
Nessuno sa chi l’abbia pronunciato per primo.
E secondo me è proprio questo il segno che dice una grande verità.
Non l’ha inventato un filosofo. Probabilmente l’ha detto qualcuno seduto a un tavolo di cucina, mentre dava da mangiare a un bambino che non aveva messo al mondo.
Perché mettere al mondo un figlio è una cosa. Crescerlo è un’altra.
E mentre scrivo queste parole, mi viene in mente una chiesa di Napoli, non lontano da Piazza Garibaldi, tra la Duchesca e Forcella. Dentro quelle mura c’è una delle storie più toccanti della città.

È la Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, famosa per la Ruota degli Esposti.
Era un cilindro di legno girevole, incassato nel muro dell’edificio.
Le madri che, per miseria, disperazione o altre difficoltà, non potevano crescere i propri figli, vi deponevano il neonato senza essere viste.
Poi facevano girare la ruota e suonavano una campanella.
Dall’altra parte qualcuno accoglieva il bambino e si occupava delle prime cure.
Provate a immaginare quella scena.
Una madre che, forse piangendo, lascia il proprio figlio.

Una campanella che suona.
E dall’altra parte del muro, due braccia pronte ad accoglierlo.
Non sappiamo quante di quelle madri avrebbero voluto tenere con sé il proprio bambino, se soltanto la vita glielo avesse permesso.
Ma sappiamo che, oltre quel muro, cominciava un’altra storia.
Qualcuno lo avrebbe nutrito, accudito, aiutato a crescere. E quel bambino, pur senza conoscere chi gli aveva dato la vita, avrebbe trovato qualcuno disposto a prendersi cura di lui.
È una pagina dolorosa della storia di Napoli, ma racconta anche quanto conti una mano tesa verso chi viene al mondo.
E il bello è che la storia, la letteratura e perfino la natura lo raccontano da sempre: il legame tra un figlio e chi lo cresce è più forte di quanto pensiamo
Il cuculo, il campione di sfacciataggine
Cominciamo dall’aneddoto più divertente.
Il cuculo, quanto a responsabilità familiari, ha trovato una soluzione decisamente comoda: non costruisce il nido. Depone l’uovo in quello di un altro uccello e se ne va.
Il pulcino nasce e, in molte specie, si libera delle altre uova o dei piccoli presenti nel nido. Poi comincia a mangiare.
E mangia, mangia, mangia.
Finché diventa un gigante, anche tre volte più grosso della povera mamma adottiva, che continua a portargli da mangiare.
Esistono fotografie di minuscole cannaiole che infilano insetti nel becco spalancato di cuculi enormi.

Una scena quasi comica: un uccellino che sembra dover usare una scala per imboccare il proprio figlio adottivo.
Naturalmente la cannaiola agisce per istinto. Non ha deciso consapevolmente di adottarlo.
Ma l’immagine resta straordinaria.
Il cuculo gli ha dato la vita, la cannaiola gli dà da mangiare.
Uno è già ripartito per i fatti suoi. L’altra continua a lavorare.
E, almeno ai miei occhi, la figura migliore la fa la cannaiola.
L’amore si riconosce dai gesti
Anche il famoso giudizio di re Salomone contiene una lezione interessante.
Due donne si presentano davanti al re e sostengono entrambe di essere la madre dello stesso bambino.
Salomone propone una soluzione terribile: dividere il piccolo in due.
Una delle donne accetta.

L’altra, disperata, preferisce rinunciare al bambino pur di lasciarlo vivere.
Il re capisce così chi è la vera madre.
Nel racconto biblico è anche quella biologica, ma Salomone non la riconosce con una prova di sangue.
La riconosce dal suo amore.
Perché una madre che ama davvero preferisce perdere un figlio piuttosto che vederlo soffrire.
La letteratura e la mitologia sono piene di bambini cresciuti da chi non li ha generati.
Mosè cresce nella casa del faraone, Romolo e Remo vengono allattati da una lupa, Mowgli trova una famiglia tra i lupi e Tarzan tra le scimmie.
Perfino Superman, arrivato sulla Terra da un pianeta lontano, viene cresciuto da due agricoltori del Kansas.
I superpoteri li aveva già.
Ma a insegnargli a essere una brava persona sono stati Jonathan e Martha Kent.
E non mi sembra un dettaglio da poco.
Poi ci sono le storie vere, alcune sorprendenti.
Jack Nicholson, per esempio, crebbe convinto che sua nonna fosse sua madre e che la donna che lo aveva partorito fosse la sorella maggiore.
Scoprì la verità solo nel 1974, a 37 anni, quando i giornalisti della rivista TIME stavano ricostruendo la sua storia familiare.

Anche Eric Clapton ha vissuto una storia simile. Fu cresciuto dai nonni, che credeva i suoi genitori, mentre la sua vera madre gli veniva presentata come una sorella.
Lo scoprì quando era ancora un bambino.
Sono storie complesse, in cui l’affetto convive con segreti e verità difficili da accettare.
Ma ci ricordano una cosa: chi ci mette al mondo e chi ci accompagna durante l’infanzia non sempre sono la stessa persona.
E non è sempre facile dire quale legame abbia lasciato il segno più profondo.
La famiglia che ci somiglia, anche senza somigliarci
La parte divertente è che nelle famiglie si cerca sempre una somiglianza.
Il padre biondo con la figlia mora.
La madre piccolina con un figlio alto un metro e novanta.
Le zie che osservano il bambino durante il pranzo domenicale e cominciano con il solito interrogatorio.
«Ma a chi somiglia?»
«Gli occhi sono della nonna!»
«Il naso, invece, è tutto del padre!»

E quando non trovano niente, arriva puntualmente qualche lontano parente, magari morto da quarant’anni, al quale attribuire almeno le orecchie.
Eppure le somiglianze più belle non sono sempre quelle fisiche.
Si può ereditare il modo di parlare, una certa espressione, una risata, il gesto di accompagnare le parole con le mani.
Si può crescere con qualcuno che non condivide una sola goccia del nostro sangue e ritrovarsi, a quarant’anni, a brontolare esattamente come lui. Magari con le stesse frasi che da bambini ci facevano arrabbiare.
Ci sono cose che non passano attraverso il DNA.
Passano attraverso le colazioni, i rimproveri, le carezze, le domeniche insieme.
Passano attraverso il tempo.
Ed è proprio il tempo, molto spesso, a fare una famiglia.
Il babà: nato altrove, cresciuto a Napoli
Adesso arriva la storia che preferisco.
Perché, a pensarci bene, questo modo di dire funziona perfettamente anche con i dolci.
Prendiamo il babà.
Per un napoletano il babà è Napoli.
Punto.
Eppure il babà non è nato a Napoli.
Secondo la ricostruzione più diffusa, le sue origini portano alla corte di Stanislao Leszczyński, re di Polonia, che dopo molte vicissitudini visse a lungo in Lorena, in Francia.
La tradizione racconta che al sovrano servissero un dolce lievitato, piuttosto asciutto, simile al kugelhopf.
Il problema era che a Stanislao quel dolce non piaceva particolarmente.
Secondo una delle leggende più famose, un giorno, esasperato, lo scagliò via e colpì per caso una bottiglia di liquore.

Il liquido finì sul dolce e lo ammorbidì.
Il re lo assaggiò e scoprì che quell’incidente aveva migliorato decisamente la ricetta.
Non sappiamo se sia andata davvero così.
Ma bisogna ammettere che sarebbe uno dei pochi casi in cui un attacco di nervi ha prodotto un capolavoro della pasticceria.
Un’altra tradizione racconta che Stanislao, appassionato lettore de Le mille e una notte, chiamò il dolce Alì Babà, in omaggio al celebre personaggio.
Da lì il nome si sarebbe accorciato.
La storia prosegue in Francia.
Maria Leszczyńska, figlia di Stanislao, sposò Luigi XV e diventò regina.
Con lei arrivò alla corte di Francia il pasticciere Nicolas Stohrer, che contribuì all’evoluzione del dolce e nel 1730 aprì una pasticceria a Parigi, in rue Montorgueil.
Il babà, insomma, aveva già una storia familiare piuttosto movimentata.
Origini polacche, tappe in Lorena e una crescita nella raffinata pasticceria francese.
Gli mancava soltanto una cosa.
Trovare la sua vera casa.
Napoli non gli ha chiesto il certificato di nascita
Il babà arrivò a Napoli grazie all’influenza della cucina francese, della corte borbonica e dei monsù, i cuochi che lavoravano nelle case aristocratiche napoletane.
E qui successe una cosa meravigliosa.

I napoletani lo adottarono.
Non gli chiesero da dove venisse, chi fosse suo padre o quale fosse il suo cognome originale.
Lo presero in casa e cominciarono a crescerlo a modo loro.
Gli diedero una bagna al rum generosa, la caratteristica forma a fungo e dimensioni adatte a ogni occasione: dal piccolo babà da mangiare in un boccone fino a quello enorme, da portare in tavola nelle feste importanti.
Lo sistemarono nelle vetrine delle pasticcerie, sulle tavole della domenica, nei matrimoni.
Gli trovarono anche dei compagni: la crema, la panna, le fragoline.
E soprattutto gli regalarono qualcosa che nessun certificato di nascita avrebbe potuto dargli.
Un’identità.
Oggi, quando qualcuno vede un babà, pensa a Napoli. Non alla Polonia, alla Lorena o a Versailles. Pensa ai vicoli, alle pasticcerie, alle domeniche napoletane.
E se a Napoli dici a qualcuno «Sì nu babà», gli stai facendo un complimento. Vuol dire che è una persona speciale, dolce, preziosa.
Non è soltanto un dolce. È diventato un modo di esprimere affetto.
E questa, per un babà nato tanto lontano, mi sembra una carriera niente male.
Il segreto è far sentire a casa
Il sangue racconta da dove veniamo, ma non sempre racconta chi siamo diventati.
Essere genitori significa molto più che trasmettere un patrimonio genetico.
Significa esserci.
Quando un bambino ha la febbre. Quando deve imparare ad andare in bicicletta. Quando torna a casa con una delusione. Quando ha bisogno di qualcuno che gli dica che, nonostante tutto, andrà bene.
Significa anche sgridarlo e, qualche volta, rinunciare a qualcosa per lui.
Perché il sangue può stabilire una parentela, ma è la vita condivisa a costruire l’appartenenza.
E forse il segreto di una famiglia, come quello di una città, non è soltanto ricordare da dove vengono le cose e le persone.
Ma saperle far sentire a casa.
I figli sono di chi li cresce, e i babà, a quanto pare, anche.

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