Un metro e novanta in economy
Di aerei, nella mia vita, ne ho presi parecchi.
Per due anni ho fatto Milano-Dubai praticamente ogni quindici giorni.
A Istanbul ci andavo così frequentemente che ormai mi sentivo come uno scolaro che prende lo scuolabus tutte le mattine.
Insomma, viaggiare in aereo non mi ha mai creato particolari problemi.
Ma quella volta era diverso.
Destinazione Kuala Lumpur, Malesia.
Partenza da Milano con Turkish Airlines, scalo a Istanbul, dove avrei incontrato tre colleghi provenienti dalla Croazia, e poi tutti insieme sul volo per Kuala Lumpur.
Sedici ore circa di viaggio complessivo.
Il problema non era tanto la distanza.
Il problema era l’economy.
Ora, per carità, non ho niente contro la classe economica.
Ma c’è un piccolo particolare che forse dovrei precisare.
Sono alto un metro e novanta.
E un metro e novanta di essere umano, sistemato per oltre dodici ore su un sedile d’aereo, per giunta durante un volo notturno, non rappresenta esattamente la mia idea di comodità.
Le ginocchia cercavano spazio.
Le gambe chiedevano pietà.
Il sedile davanti, naturalmente, non collaborava.
A un certo punto anche lo stomaco decise di partecipare alla protesta.
E fu proprio durante quel volo che scoprii, per la prima volta, la vera utilità di quei sacchettini di carta che si trovano nelle tasche dietro i sedili.
Fino ad allora li avevo sempre considerati un accessorio inutile.
Mi sbagliavo. E pure di parecchio.
Io e il cane: due passeggeri poco fortunati
Ma c’è un altro particolare di quel volo che non posso dimenticare.
Nella fila accanto alla mia era seduta una signora che viaggiava con un cane in braccio.
Ebbene, non so se fosse per il volo notturno, per la durata del viaggio o per qualche altra ragione, ma anche quel povero animale si sentì male.
Proprio come me.
E così, mentre gli altri passeggeri sembravano affrontare tranquillamente il viaggio, noi due eravamo alle prese con i rispettivi problemi di stomaco.
Io e il cane.
A pensarci oggi mi viene da ridere.
Da quello che ricordo, su un intero aereo diretto a Kuala Lumpur, gli unici due a sentirsi male eravamo proprio noi.
Con una piccola differenza.
Lui aveva una signora che lo teneva in braccio e poteva coccolarlo.
Io avevo soltanto il mio sacchettino di carta.
E nemmeno qualcuno che mi facesse una carezza!
Povera anima innocente.
Insomma, un viaggio memorabile.
E non eravamo ancora arrivati in Malesia.
Quando finalmente atterrammo a Kuala Lumpur ero letteralmente sconvolto.
Avevo attraversato mezzo mondo e l’unica cosa che desideravo era un letto.
Possibilmente lungo almeno due metri.
Il Westin: finalmente una buona notizia
Fortunatamente il viaggio aveva anche i suoi lati positivi.
Eravamo stati invitati in Malesia per una consulenza internazionale e chi aveva organizzato la trasferta si era occupato dei voli, dei trasferimenti e dell’alloggio.
E l’alloggio, bisogna riconoscerlo, era di tutto rispetto.
Il Westin Hotel di Kuala Lumpur.
Un cinque stelle di lusso, in una posizione strategica della città, con accesso anche alla lounge Executive Club.
Insomma, dopo avermi fatto trascorrere una notte in economy con le ginocchia praticamente sotto il mento, almeno qualcuno aveva pensato di farmi dormire come si deve.
E il Westin, sotto questo aspetto, non deluse.
Una bella camera, tutti i comfort, un letto finalmente degno di questo nome e la possibilità di rilassarsi dopo un viaggio che mi aveva messo a dura prova.
Come diciamo a Napoli, chi aveva organizzato la trasferta «s’apparaje», si fece perdonare.
Il giorno successivo, dopo una bella dormita, cominciai finalmente a sentirmi un essere umano.
La parte professionale del viaggio prevedeva diversi incontri e riunioni, ma non tutte le ore della giornata erano impegnate.
E io avevo già deciso una cosa.
Non ero arrivato fino in Malesia per vedere soltanto la camera dell’albergo.
Kuala Lumpur, rigorosamente a piedi
I miei colleghi, durante il tempo libero, preferivano rimanere in albergo.
Scelta rispettabilissima.
Io, invece, ho sempre avuto un problema.
Quando mi trovo in una città che non conosco, stare chiuso in hotel mi sembra quasi uno spreco.
Mi piace uscire.
Camminare.
Guardarmi intorno e guardare in alto tra i grattacieli..
Osservare la gente, i negozi, le strade, i mercati.
Non necessariamente le attrazioni più famose.
Anzi, spesso sono proprio i posti meno turistici quelli che mi incuriosiscono maggiormente.
E così, appena potevo, uscivo dal Westin e cominciavo a esplorare Kuala Lumpur.
Da solo.
Fortunatamente l’albergo si trovava nella zona di Bukit Bintang, in una posizione ideale per muoversi a piedi.

Riuscii a vedere le spettacolari Petronas Towers, i due grattacieli gemelli che dominano lo skyline della città.

La mattina dopo, passeggiai nei bellissimi giardini della zona, dove il verde tropicale convive con edifici modernissimi.
Le Petronas Tower erano li alle mie spalle.
E poi c’erano le strade, i negozi, i centri commerciali e soprattutto i mercati.
Quelli veri.
Quelli dove la gente del posto va a comprare ciò che le serve, senza preoccuparsi troppo di impressionare il turista di passaggio.
Era lì che mi piaceva infilarmi.
Del resto, quando viaggio, non mi interessa soltanto vedere un luogo.
Mi interessa capire come ci si vive.
E fu proprio durante una di queste passeggiate che feci un incontro destinato a rimanere nella mia memoria.
Purtroppo.
Il mercato sotto il palazzone
Ricordo ancora abbastanza bene il posto.
Era una grandissima area commerciale coperta, ricavata sotto un enorme edificio.
Immaginate un palazzone dove, al posto delle cantine o dei garage, trovate un immenso mercato.
Un grande spazio aperto, attraversato da numerose colonne che sostenevano la struttura sovrastante.
Tutt’intorno, tantissimi piccoli box occupati dai commercianti.
C’era praticamente di tutto.
Abbigliamento, oggetti di ogni genere, prodotti locali e, naturalmente, tanto cibo.

Mi piaceva girare tra quei banchi.
Osservavo la merce, cercavo di capire cosa vendessero, mi soffermavo sui prodotti che non conoscevo.
E a un certo punto, tra le bancarelle alimentari, me lo trovai davanti.

Lui. Il durian.
Il re dei frutti. Almeno secondo loro.
Per chi non lo conoscesse, il durian è un frutto tropicale molto diffuso nel Sud-est asiatico.
Ha una forma piuttosto particolare, una buccia ricoperta di grosse spine e una polpa cremosa.
Da quelle parti viene spesso definito il re dei frutti.
Ma la sua caratteristica più famosa è un’altra.
L’odore o meglio il tanfo.
‘Na puzza così intensa e particolare che, in alcuni luoghi, il durian è addirittura vietato negli alberghi e sui mezzi di trasporto.
Tant’è vero che, proprio in quel mercato, lo vendevano confezionato sottovuoto.
C’è chi lo adora.
Chi lo considera una prelibatezza assoluta.
E chi, invece, non riesce nemmeno a stargli vicino.
Io, naturalmente, sapevo già tutto.
O almeno credevo.
Su YouTube avevo visto diversi filmati dedicati al durian, con persone alle prese con il suo odore e il suo sapore.
Alcune reazioni mi avevano fatto sorridere.
Altre mi sembravano decisamente esagerate.
Ma una cosa è guardare un video sul telefonino.
Un’altra è ritrovarsi davanti al protagonista.
E a quel punto mi venne in mente Dubai.
A Dubai non vidi il mare. Qui almeno il durian…
Ricordo che durante il mio primo soggiorno a Dubai rimasi sette giorni senza riuscire a vedere il mare.
Sette giorni.
A Dubai.
E non vidi il mare.
Ancora oggi, quando ci penso, mi sembra una cosa assurda.
Ma in Malesia non volevo ripetere lo stesso errore.
Ero dall’altra parte del mondo.
Avevo davanti uno dei frutti più famosi, discussi e temuti del Sud-est asiatico.
Che facevo?
Me ne andavo senza provarlo?
Ma quando mai!
Lo sfizio me lo dovevo togliere.
Però andai al mercato all’aperto che era poco lontano.
Del resto, sono sempre stato curioso.
E qualche volta la curiosità ti regala esperienze meravigliose.
Altre volte, invece, ti presenta il conto.
Il mio conto arrivò quasi immediatamente.
Il secondo sacchettino
Lo assaggiai.
E, ahimè, scoprii che certi video su YouTube non erano poi così esagerati.
Non saprei descrivere esattamente il sapore.
O meglio, potrei anche provarci, ma non credo che renderei giustizia a quello che provai in quel momento.
Posso soltanto dirvi che il mio stomaco reagì in maniera inequivocabile.

E all’improvviso sentii la mancanza di un vecchio amico.
Il sacchettino di carta dell’aereo.
Quello che avevo imparato ad apprezzare durante il volo da Istanbul a Kuala Lumpur.
Ecco, in quel mercato mi sarebbe tornato decisamente utile.
Meno male che al mercato usano i classici sacchetti di carta. avrebbero avuto un altro uso in quella occasione ma …
per la seconda volta durante quel viaggio, e per ragioni completamente diverse, mi ritrovai a vomitare.
A quel punto cominciai seriamente a interrogarmi sul senso della mia trasferta.
Avevo percorso migliaia di chilometri.
Attraversato aeroporti.
Trascorso una notte in economy.
Ero arrivato fino in Malesia.
E per cosa?
Per ricordarmi due volte, in quattro giorni, come si vomita?
Insomma, il durian l’avevo provato.
La curiosità era soddisfatta.
Il mio stomaco un po’ meno.
Quando tornai in albergo, per ragioni tutte mie, decisi di non raccontare nulla ai colleghi.
D’altronde, non era proprio il genere di esperienza che avevo voglia di condividere durante una riunione di lavoro.
Pensavo che la questione fosse chiusa.
Avevo conosciuto il durian.
Il durian aveva conosciuto me.
E, almeno per quanto mi riguardava, potevamo tranquillamente continuare le nostre vite senza incontrarci mai più.
Ma il durian non era dello stesso parere.
Il durian colpisce ancora
Quella stessa sera eravamo a cena.
Tutto procedeva normalmente.
Si mangiava, si chiacchierava, si trascorreva una piacevole serata.
Finché, a un certo punto, arrivò un vassoio di dolcetti.
Per la precisione, dei bignè ripieni di una bella crema gialla.
Li guardai e pensai: «Mmmh, bignè alla crema! Proprio come quelli che fanno a Napoli!»
E per un attimo mi venne persino un dubbio.
«Vuoi vedere che hanno voluto farci una sorpresa? Un piccolo omaggio, se non proprio a Napoli, almeno all’Italia?»
Ma proprio mentre mi stavo convincendo della bontà di quell’idea, qualcosa cominciò a insospettirmi.
Un odore.
Un odore che conoscevo fin troppo bene.
No. Non poteva essere. Un’altra volta no!
E invece sì.
Quella crema era gialla, d’accordo.
Ma non era certo la crema pasticcera che conoscevo io.
Indovinate con cosa l’avevano fatta?
Con il durian, naturalmente!
Macché omaggio all’Italia!
A Napoli, quei bignè te li avrebbero tirati aret’ ‘a capa!

Ma dico io.
Con tutti i dolcetti che esistono al mondo.
Al burro.
Al cioccolato.
Alle mandorle.
Al cocco.
Proprio quelli al durian dovevano portarmi?
E soprattutto, proprio davanti a me?
Il vassoio venne appoggiato sul tavolo, a pochissima distanza dal mio posto.
Io guardavo i bignè.
E i bignè, a giudicare dall’aria che avevano, sembravano proprio guardare me.
Quasi volessero sfidarmi.
Ci mancava soltanto che uno di quei bignè mi dicesse: «Uè, Carlé, t’arricuorde ‘e me?»
Intanto, quell’odore continuava ad arrivarmi al naso.
Il mio stomaco, che fino a pochi minuti prima si era comportato benissimo, cominciò a dare i primi segnali di insofferenza.
E io quei segnali ormai li conoscevo fin troppo bene.
Sentivo che, continuando così, sarei arrivato alla terza esibizione.
Ma stavolta non ero in un mercato.
E nemmeno su un aereo, con il mio fidato sacchettino a portata di mano.
Ero seduto a una bella tavola, in compagnia di altre persone.
Bisognava intervenire.
Ma con discrezione.
Con eleganza.
Con diplomazia.
E soprattutto in fretta.
Una grande operazione diplomatica
Presi coraggio.
Afferrai delicatamente il vassoio e mi rivolsi al mio dirimpettaio, sfoggiando il più innocente dei sorrisi.

«Scusami, potresti gentilmente offrire questi biscotti anche al nostro ospite che si trova laggiù, dall’altra parte del tavolo?»
Lui, naturalmente, non sospettò nulla.
Prese il vassoio e lo passò al vicino.
Che lo passò a un altro.
E poi a un altro ancora.
Io seguivo il percorso con la massima attenzione.
Dovevo essere pronto a intervenire nel caso in cui, completato il giro del tavolo, quel maledetto vassoio avesse deciso di tornare proprio da me.
Avevo già i missili Patriot puntati!
Un posto più lontano.
Due posti.
Tre posti.
Finalmente il vassoio raggiunse l’altra estremità del tavolo.
E con lui se ne andò anche quella maledetta puzza.
Tornai a respirare.
Mi sistemai sulla sedia.
Ripresi tranquillamente a conversare, con l’aria di chi non aveva fatto assolutamente nulla.
La missione diplomatica era perfettamente riuscita.
E, soprattutto, la terza esibizione del sacchettino era stata evitata.
Per quella sera, il mio stomaco poteva dichiarare il cessate il fuoco.
Sedici ore per un durian
Alla fine, di quel viaggio in Malesia, mi sono rimaste tante immagini.
Le Petronas Towers illuminate.
I giardini tropicali.
Le strade di Kuala Lumpur.
I mercati affollati.
Il lusso del Westin.
E naturalmente quel frutto dall’aspetto minaccioso che avevo deciso di assaggiare per pura curiosità.
C’è chi torna da un viaggio con una valigia piena di souvenir.
Chi con centinaia di fotografie.
Chi con il ricordo di una cena indimenticabile.
Io, dalla Malesia, tornai con una lezione molto particolare.
Non tutto quello che vale la pena conoscere deve necessariamente essere assaggiato.
Ma conoscendomi, se tornassi indietro, probabilmente lo rifarei.
Perché sono fatto così.
Se mi trovo davanti a qualcosa che non conosco, la curiosità finisce quasi sempre per avere la meglio.
Magari, la prossima volta, prenderei qualche precauzione.
Per esempio, prima di partire, controllerei che nel bagaglio a mano ci sia un piccolo oggetto.
Un sacchettino di carta.
Di quelli degli aerei.
Non si sa mai.

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