Quando la televisione riuniva tutta la famiglia

C’era un solo televisore, pochi canali e nessuno streaming. Ma davanti a quello schermo ci ritrovavamo tutti.

Oggi possiamo guardare praticamente qualsiasi cosa, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo.

Un film sul televisore.

Una serie sul tablet.

Una partita sul telefono.

Un video mentre siamo a letto.

Se qualcuno ci interrompe, mettiamo in pausa.

Se arriviamo tardi, ricominciamo dall’inizio.

Se quello che stiamo guardando ci annoia, bastano pochi secondi per essere già da un’altra parte.

Abbiamo conquistato una libertà che allora sarebbe sembrata fantascienza.

E non ho nessuna intenzione di dire che prima fosse tutto migliore.

Ma qualcosa, nel frattempo, lo abbiamo lasciato per strada.

Guardare insieme.

La prima televisione che ricordo

La prima televisione che ricordo in casa aveva già un nome che sembrava tutto un programma:

Radio Allocchio Bacchini.

Qualcuno potrà dire:

«Ma come fai a ricordarti, dopo tutti questi anni, perfino la marca del televisore?»

E io rispondo:

«Perché, tu lo dimenticheresti un nome del genere?»

A sentirlo oggi sembra quasi il nome di una famiglia aristocratica.

I conti Allocchio Bacchini.

I marchesi Allocchio Bacchini.

Invece era il nostro televisore.

E sul frontale ricordo soprattutto quattro pulsanti, tutti in fila.

A distanza di tanti anni non ricordavo più nemmeno a cosa servissero tutti.

Cercandolo oggi ho scoperto che diversi televisori Allocchio Bacchini di quegli anni avevano quattro tasti con funzioni che sembrano appartenere a un’altra epoca:

Interruttore.

Film / Studio.

Muto / Sonoro.

Musica / Parola.

Non posso essere certo che il nostro fosse esattamente uno di quei modelli.

Ma quei quattro pulsanti me li ricordo.

Nessun menu.

Nessuna sorgente.

Nessuna schermata da attraversare.

Nessuna password.

Nessun aggiornamento da installare proprio quando volevi vedere qualcosa.

Quattro pulsanti e il televisore aveva praticamente già detto tutto.

Il telecomando umano

Per cambiare canale bisognava compiere un’operazione che oggi potrebbe sembrare quasi archeologica.

Alzarsi.

Andare fino al televisore.

Cambiare.

E tornare a sedersi.

Naturalmente, in ogni famiglia esisteva una regola non scritta.

Chi era seduto più vicino al televisore diventava automaticamente il telecomando umano della serata.

«Metti sull’altro.»

«Alza un po’.»

«No, torna indietro.»

Il problema, quindi, non era soltanto cosa guardare.

Era anche dove ti sedevi.

Una posizione sbagliata poteva trasformarti nel dipendente non retribuito del televisore per tutta la serata.

Poi arrivò il telecomando.

Una conquista straordinaria.

Almeno fino a quando cominciò a sparire fra i cuscini, sotto un giornale o nei luoghi più improbabili della casa.

Ma quella, per me, è davvero un’altra storia.

La censura arrivava dalla porta

In casa nostra, però, non bastava che un programma fosse trasmesso.

Doveva superare anche un secondo palinsesto.

Quello di mia madre.

Sui programmi che noi bambini potevamo vedere era severissima.

Una sorta di organismo di censura domestica, dotato di poteri praticamente illimitati e, soprattutto, senza possibilità di appello.

Ricordo una sera in cui i miei erano affaccendati in un’altra stanza e io ero rimasto solo davanti alla televisione.

Cominciai a guardare un film.

Naturalmente era in bianco e nero.

Del resto, nei miei ricordi di quegli anni, era in bianco e nero perfino quello che si vedeva fuori dalla finestra.

Era una versione de Il dottor Jekyll e Mr. Hyde.

Io ero completamente preso.

Finalmente solo.

Nessuno che controllava.

Io, il dottor Jekyll e il signor Hyde.

Per una volta, il palinsesto sembrava tutto mio.

Durò poco.

Mia madre comparve sulla porta.

Le bastarono pochi secondi.

Capì immediatamente che quello che stavo guardando apparteneva a un genere cinematografico non contemplato dal suo personale regolamento educativo.

Non ricordo discussioni.

Non ricordo spiegazioni.

Ricordo perfettamente il dito.

Il suo indice partì praticamente dalla porta della stanza.

Sembrava avesse un mirino.

Tre metri di percorso.

Nessuna esitazione.

Nessuna correzione della traiettoria.

Arrivò dritto sul pulsante giusto.

Click.

Televisore spento.

Fine di Jekyll.

Fine di Hyde.

E soprattutto fine della mia serata.

A letto.

Quel film mi è rimasto ’n’gann’

Sono passati più di cinquant’anni.

La storia di Jekyll e Hyde, naturalmente, la conosco.

Non ho bisogno di sapere come va a finire.

Eppure, ancora oggi, continuo ad avere voglia di ritrovare proprio quella versione del film.

Perché, come diciamo a Napoli,

m’è rimast’ ’n’gann’.

Letteralmente significa che qualcosa ti è rimasto in gola.

Ma in napoletano c’è qualcosa in più.

È una cosa rimasta sospesa.

Non conclusa.

Un desiderio che non sei riuscito a soddisfare e che proprio per questo, ogni tanto, torna fuori.

Non necessariamente qualcosa di importante.

Può essere anche una piccolezza.

Ma non l’hai mandata giù fino in fondo.

E quindi resta lì.

A me è rimasto ’n’gann’ quel film.

Dopo più di mezzo secolo vorrei ritrovare proprio quella versione e riprendere idealmente dal punto nel quale il dito infallibile di mia madre decise che Carlo aveva visto abbastanza.

Non per scoprire come finisce.

Quello lo so.

Per vedere finalmente quello che quella sera non mi fu concesso vedere.

Mia madre, però, non si modernizzò

Gli anni passavano.

La televisione migliorava.

Il cinema cambiava.

Arrivavano nuovi programmi.

Il progresso avanzava.

Mia madre, come censore, no.

Ricordo una domenica pomeriggio.

Uno dei miei zii aveva deciso di portare al cinema tutti noi cuginetti.

Per noi bambini era già una festa.

Eravamo praticamente pronti a partire quando arrivò la domanda.

Quella domanda.

«Che film andate a vedere?»

Mio zio rispose tranquillamente:

«Anche gli angeli mangiano fagioli.»

Era uno dei grandi successi di quegli anni, con Bud Spencer e Giuliano Gemma. Un cinema popolare che riempiva le sale e faceva divertire intere generazioni.

Per noi, quindi, sembrava una scelta perfetta.

Mia madre ascoltò il titolo.

Non credo abbia avuto bisogno della trama.

Né di una recensione.

E neppure di sapere esattamente di cosa parlasse il film.

Il titolo era sufficiente.

Arrivò la sentenza:

«No, mi dispiace. I film con titoli allusivi come questo sicuramente parlano male degli angeli. Non si possono far vedere ai bambini.»

Fine del dibattimento.

Ricorso respinto.

I miei cugini andarono al cinema.

Io rimasi a casa.

Ancora oggi non saprei dire quale pericolo educativo avrebbe rappresentato per me vedere degli angeli mangiare fagioli.

Mia madre, evidentemente, preferì non correre il rischio.

La televisione non ci aspettava

C’era poi una differenza enorme rispetto a oggi.

La televisione non ci aspettava

C’era poi una differenza enorme rispetto a oggi.

La televisione non ci aspettava.

Eravamo noi ad aspettare lei.

Se un programma iniziava alle nove, alle nove bisognava essere davanti allo schermo.

Non esisteva:

«Lo vedo dopo.»

Non esisteva:

«Riparto da dove ero arrivato.»

E se perdevi qualcosa, molto spesso l’avevi perso davvero.

A pensarci bene, però, una specie di antenato del nostro moderno «rivedilo quando vuoi» esisteva già.

Il fotoromanzo.

Non era televisione, certo. Ma quelle storie raccontate attraverso fotografie e dialoghi avevano un vantaggio straordinario.

Potevi fermarti su una scena.

Tornare indietro.

Riguardare un volto.

E perfino ricominciare tutto da capo.

Senza telecomando, senza registratore e senza bisogno di corrente elettrica.

E soprattutto, almeno sulla carta, senza il rischio che mia madre comparisse all’improvviso per spegnere tutto.

Anche se, conoscendola, avrebbe trovato il modo di sequestrare pure i fotoromanzi se mi avesse scoperto a leggerli.

Ma davanti alla televisione era diverso.

I programmi diventavano appuntamenti.

Dopo natutalmente, aver passato la censura “casalinga”.

Si cenava magari un po’ prima.

Si finivano i compiti.

Si aspettava la sigla.

E quando finalmente cominciava ciò che volevamo vedere, anche la stanza cambiava.

Le conversazioni diminuivano.

Le sedie si orientavano verso il televisore.

Qualcuno stava sul divano.

Qualcuno sulla poltrona.

Noi bambini spesso finivamo direttamente sul pavimento.

Era cominciato.

E poi c’era Carosello

Per noi bambini c’era un appuntamento che aveva un significato particolare.

Carosello.

Non erano soltanto Calimero, Carmencita, Miguel, Gringo e tutti gli altri personaggi che entravano nelle nostre case.

Era quello che succedeva intorno.

La cena che stava finendo.

I piatti ancora sul tavolo.

Una voce dalla cucina.

Il padre sulla poltrona.

I bambini davanti al televisore.

E soprattutto quella consapevolezza terribile che Carosello fosse anche una specie di conto alla rovescia.

Perché dopo arrivava spesso una delle frasi meno amate dell’infanzia:

«Adesso a letto.»

Forse è anche per questo che quei personaggi pubblicitari, dopo tanti anni, riescono ancora a provocarci emozioni molto più grandi di quello che in realtà erano.

Non ricordiamo soltanto Calimero.

Non ricordiamo soltanto Carmencita.

Ricordiamo la stanza nella quale li guardavamo.

E le persone che erano con noi.

Il giorno dopo continuava

Quello che vedevamo la sera non terminava quando spegnevamo il televisore.

Continuava il giorno successivo.

A scuola.

Al lavoro.

Al bar.

Nel cortile.

«Hai visto ieri sera?»

Una domanda semplicissima, che funzionava perché moltissime persone avevano visto davvero la stessa cosa nello stesso momento.

Una battuta diventava immediatamente riconoscibile.

Una sigla veniva canticchiata.

Un personaggio entrava nel linguaggio comune.

Una partita, Sanremo, uno sceneggiato o un varietà potevano diventare un’esperienza collettiva nazionale.

Oggi possiamo vedere infinitamente di più.

Ma molto più raramente vediamo tutti la stessa cosa.

La domenica aveva un altro ritmo

Anche la domenica televisiva aveva un sapore particolare.

C’era il pranzo.

C’erano i parenti.

La partita.

I programmi del pomeriggio.

Poi arrivava la sera.

E con lei quel pensiero che conoscevamo fin troppo bene.

Domani si tornava a scuola.

Il fine settimana stava finendo.

Anche la televisione contribuiva a scandire il tempo.

Non era ancora un flusso senza fine.

Aveva un inizio.

E soprattutto aveva una fine.

A una certa ora si spegneva.

Non era tutto migliore

Sarebbe troppo facile arrivare alla solita conclusione:

«Si stava meglio prima.»

No.

Avevamo meno scelta.

L’immagine era incomparabilmente peggiore.

Se perdevi qualcosa, spesso non avevi una seconda possibilità.

E due canali non rappresentavano esattamente il paradiso della libertà televisiva.

Io stesso, se oggi dovessi scegliere fra il mio televisore attuale e l’Allocchio Bacchini con i suoi quattro pulsanti, non avrei grandi esitazioni.

La tecnologia ci ha regalato possibilità straordinarie.

Il punto non è rimpiangere ciò che avevamo.

È capire che cosa abbiamo lasciato per strada mentre conquistavamo tutto il resto.

Oggi ognuno ha il proprio schermo

Provate a osservare una famiglia contemporanea durante una sera qualsiasi.

Il televisore magari è acceso.

Uno guarda il telefono.

Un altro ha il tablet.

Qualcuno segue una serie con le cuffie.

Un ragazzo è in camera davanti al computer.

Tecnicamente sono tutti a casa.

Ma non necessariamente stanno vivendo lo stesso momento.

È uno dei paradossi più curiosi della tecnologia moderna:

abbiamo moltiplicato gli schermi e diviso gli spettatori.

Un tempo avevamo pochissimo da scegliere.

Ma quel poco, spesso, lo guardavamo insieme.

Oggi abbiamo quasi tutto.

Ma spesso lo guardiamo da soli. 

Forse non ci manca la vecchia televisione

Quando rivediamo una vecchia sigla in bianco e nero o una trasmissione di quegli anni diciamo:

«Quanto mi manca quella televisione.»

Ma forse non è completamente vero.

Non ci manca l’immagine disturbata.

Non ci manca sistemare l’antenna.

Non ci manca alzarci per cambiare canale.

E certamente non ci manca perdere una puntata senza poterla recuperare.

Forse ci manca quello che c’era intorno al televisore.

Una casa più piena.

Una voce che arrivava dalla cucina.

Un padre che occupava sempre la stessa poltrona.

Una madre che decideva che il dottor Jekyll era troppo pericoloso.

Un fratello con cui discutere su cosa guardare.

Qualcuno che magari non seguiva nemmeno il programma, ma rimaneva comunque lì.

E soprattutto qualcosa che allora era così normale da non sembrarci importante:

essere tutti nella stessa stanza.

Un solo televisore

Se dovessi scegliere un’immagine per raccontare quella parte della mia infanzia, sarebbe molto semplice.

Una stanza.

Un televisore acceso.

Qualche sedia.

Un divano.

Una famiglia.

Nessuno poteva mettere in pausa.

Nessuno poteva tornare indietro.

E forse, senza saperlo, stavamo imparando una cosa che nessuna tecnologia può cambiare.

Alcuni momenti bisogna viverli mentre accadono.

Perché poi passano.

Come una trasmissione che finisce.

Lo schermo diventa nero.

Le persone si alzano.

Gli anni corrono.

E un giorno scopri che di quella vecchia televisione ricordi perfino il mobile sul quale era appoggiata.

Ricordi i quattro pulsanti.

Ricordi il dito di tua madre che centrava quello giusto da tre metri di distanza.

Ricordi perfino il film che non sei riuscito a finire.

Ma soprattutto ricordi chi era seduto accanto a te.

A mio padre, a mia madre e ai miei fratelli, che allora erano seduti accanto a me.


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