C’è stato un tempo in cui per innamorarsi di qualcuno che probabilmente non avremmo mai incontrato non servivano fotografie su Instagram.
Non servivano video.
Non serviva nemmeno sentirne la voce.
Bastava un volto stampato su una pagina.
Uno sguardo, una posa, una frase dentro una nuvoletta.
E il resto lo facevamo noi.
Erano gli anni dei fotoromanzi.
Lancio, Grand Hotel, Bolero, Sogno: nomi che entrarono nelle case degli italiani quasi con la stessa naturalezza del giornale o della televisione.
Ma non voglio raccontare la storia dei fotoromanzi.
Mi interessa quello che rappresentavano.
Quanto potesse diventare familiare una persona conosciuta soltanto sulla carta.
C’erano ragazze che si innamoravano di uomini che non avevano mai visto muoversi. Non sapevano come camminassero, non avevano mai sentito una loro risata.
Eppure li riconoscevano immediatamente.
Bastava vedere una copertina.
Franco Gasparri, naturalmente.
Uno dei volti che più di tutti finirono per rappresentare quel mondo.
Poi Katiuscia, Michela Roc, Claudia Rivelli, Paola Pitti e tanti altri.
Nomi che oggi, per qualcuno, possono non significare nulla.
Ma basta mostrarne una fotografia a chi ha vissuto quegli anni e molto spesso accade qualcosa.
Il nome ritorna.
Poi arriva il ricordo.
E dietro il ricordo compare magari una stanza, un divano, un tavolo di cucina.
Un’edicola sotto casa.
Perché i fotoromanzi non venivano semplicemente letti.
Giravano.
Passavano da una persona all’altra.
Dalla madre alla figlia.
Da una sorella all’altra.
Da un’amica alla vicina.
Qualcuno li comprava.
Qualcun altro aspettava che fossero finiti.
E naturalmente c’erano anche quelli che sostenevano di non averne mai letto uno.
Salvo poi conoscere perfettamente tutti gli attori.
Strano fenomeno.
Ma succedeva.
E non erano soltanto le donne a guardare quei volti.
Per molti ragazzi, uomini come Gasparri erano anche qualcuno a cui si sarebbe voluto assomigliare.
Magari senza ammetterlo.
Si poteva provare con il taglio dei capelli.
Con una camicia aperta un bottone in più.
Con quello sguardo serio, come se ci fosse sempre qualcosa di importante da non dire.

Il risultato, naturalmente, era un’altra faccenda.
Ma il modello era quello.
Persino il modo di soffrire sembrava avere una certa eleganza.
Nei fotoromanzi nessuno soffriva in tuta davanti al frigorifero.
Si soffriva bene.
Possibilmente in giacca.
E con lo sguardo perso verso una finestra.
Ma il vero segreto, credo, era quello che succedeva tra una fotografia e l’altra.
Una fotografia mostrava una donna ferma vicino a una porta.
In quella successiva c’era anche un uomo, poco distante da lei.
La guardava.
Lei aveva girato appena il viso.
Era arrivato in quel momento? L’aveva chiamata? Lei lo aspettava?
Sulla pagina c’erano due fotografie. In mezzo, una scena intera da immaginare.
Dovevamo darle un movimento.
Una voce.
Magari quel breve silenzio che precede una frase difficile.
Un film avrebbe potuto mostrarci ogni gesto, accompagnarlo con la musica, farci sentire il respiro dei protagonisti.
Il fotoromanzo ci lasciava lì, davanti a uno sguardo.
E noi ci fermavamo quanto volevamo.
Potevamo tornare alla fotografia precedente, rileggere una frase, cercare in un’espressione qualcosa che ci era sfuggito.
La storia andava avanti anche mentre la pagina restava ferma.
Naturalmente le trame erano quelle che erano.
Amori impossibili, gelosie, tradimenti.
Partenze improvvise e famiglie contrarie.
Uomini misteriosi, donne tormentate.
Segreti custoditi per vent’anni e rivelati, inevitabilmente, nel momento meno opportuno.
E ogni tanto qualcuno perdeva pure la memoria.
Con una frequenza che, a ripensarci oggi, avrebbe dovuto preoccupare seriamente il Servizio Sanitario Nazionale.
Ma non importava.
Perché non era soltanto la storia a interessare.
Erano loro.
Quegli uomini e quelle donne che tornavano numero dopo numero. Cambiavano nome, si innamoravano di qualcun altro, attraversavano nuove disgrazie.
Noi, intanto, li ritrovavamo.
Non li conoscevamo davvero.
Ma avevamo l’impressione di conoscerli.
Oggi di una persona famosa possiamo seguire le vacanze, le cene, gli allenamenti.
Qualche volta, francamente, anche più di quanto avremmo desiderato sapere.
Allora un volto poteva accompagnarci per anni senza che ne conoscessimo nemmeno la voce.
E quella voce, forse, ciascuno se l’era inventata diversa.
Quelle pagine furono una piccola educazione sentimentale.
Magari ingenua.
Sicuramente esagerata.
Ma tra un’attesa, una gelosia e una riconciliazione, qualcuno ci trovava anche un sentimento al quale non aveva ancora saputo dare un nome.
Poi il giornale si chiudeva.
Si tornava alle cose da fare, alla cena da preparare, a qualcuno che chiamava dall’altra stanza.
La storia, però, non sempre finiva lì.
Poteva tornarci in mente qualche ora dopo.
O rimanere nascosta da qualche parte per cinquant’anni, in attesa di una vecchia copertina.
E quando quella copertina ricompare, per qualche secondo non stiamo più guardando un fotoromanzo.
Stiamo guardando un pezzo della nostra giovinezza.

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