Kadıköy è il luogo nel quale oggi mi piace vivere Istanbul.
Sultanahmet è qualcosa di completamente diverso.
È il posto nel quale Istanbul, quasi con una certa prepotenza, ti ricorda dove sei.
Puoi frequentare la città per anni.
Puoi abituarti ai traghetti.
Alla metropolitana.
Ai mercati.
Al traffico.
Puoi arrivare al punto di muoverti quasi automaticamente da un quartiere all’altro.
Poi torni a Sultanahmet.
Alzi gli occhi.
E davanti hai Santa Sofia.
Ti giri.
E dall’altra parte c’è la Moschea Blu.
A quel punto Istanbul sembra dirti:
«Va bene che ormai ti senti di casa. Ma ricordati dove sei.»
Ed è difficile darle torto.
Santa Sofia
Ci sono monumenti che visiti.
E ce ne sono altri davanti ai quali, almeno per qualche minuto, finisci semplicemente per fermarti.
Per me Santa Sofia, Ayasofya, appartiene alla seconda categoria.
Quasi millecinquecento anni di storia.
Impero bizantino.
Conquista ottomana.
Chiesa.
Moschea.
Museo.
E poi nuovamente moschea.
Ma quello che mi colpisce ogni volta non è soltanto la sua storia.
È il fatto che sia ancora lì, dentro una città che intorno continua tranquillamente a vivere.
Tram che passano.
Persone che camminano.
Venditori.
Turisti.
Famiglie.
Guide con la classica bandierina alzata che cercano disperatamente di non perdere metà del gruppo.
Bambini.
E naturalmente gatti.
Perché a Istanbul puoi avere davanti un edificio che ha attraversato imperi, guerre, sultani e secoli di storia…
e trovare tranquillamente un gatto sdraiato poco distante che sembra esserne il proprietario.
Basta girarsi
Una delle cose più straordinarie di Sultanahmet è proprio questa.
Non devi fare chilometri.
Non devi prendere un taxi.
Non devi neppure consultare una cartina.
Basta girarsi.
Di fronte a Santa Sofia c’è la Moschea Blu, la Sultanahmet Camii.
Sei minareti.
Una successione di cupole che sembra scendere dall’alto fino quasi ad appoggiarsi sulla piazza.
È enorme.

Con degli interni stupendi, le immagini “parlano” da sole.
Eppure, quando te li trovi realmente davanti, capisci che neppure le immagini riescono a raccontarli fino in fondo.
Fra Santa Sofia e la Moschea Blu c’è una grande area verde attraversata continuamente da persone.
Ed è proprio questo contrasto che trovo affascinante.
Da una parte monumenti che raccontano secoli.
In mezzo…
la vita normale.
Qualcuno fotografa.
Qualcuno mangia.
Qualcuno riposa su una panchina.
Qualcun altro sta decidendo dove andare dopo.
La storia è monumentale.
Ma Istanbul non diventa mai un museo.
Continua a muoversi intorno.
Poi Istanbul scompare sottoterra
A pochi passi cambia completamente l’atmosfera.
Si lascia il cielo.
Le cupole.
I minareti.
La luce.
E si scende.
Cisterna Basilica.
Yerebatan Sarnıcı.
È uno di quei luoghi che trovo difficile descrivere senza ricorrere alle immagini.
Si entra nel sottosuolo e davanti compare quasi una foresta di colonne.
Acqua.
Riflessi.
Luci.
Silenzio.
Fu costruita in epoca bizantina come enorme riserva d’acqua per la città.
Ma conoscere la sua funzione non basta a spiegare quello che si prova entrando.
Fuori hai Istanbul.
Traffico.
Tram.
Migliaia di persone.
Rumore.
Scendi pochi metri.
E tutto cambia.
Le voci sembrano lontane.
La città sembra improvvisamente sparire.
Rimangono le colonne.
L’acqua.
E quella luce particolare che rende tutto quasi sospeso.
Le teste di Medusa
E naturalmente ci sono loro.
Le famose teste di Medusa.
Una capovolta.
L’altra appoggiata lateralmente.
Sono alla base di due colonne e inevitabilmente attirano tutti.
Le guardi.
Le fotografi.
E naturalmente cominci anche a chiederti perché siano state sistemate in quel modo.
Le spiegazioni e le interpretazioni sono diverse.
Ma, a dire la verità, a me piace anche lasciare qualche interrogativo senza necessariamente cercare una risposta definitiva.
Istanbul di misteri ne possiede già abbastanza.
Due Meduse sistemate in maniera inspiegabile non fanno certamente danni.
E poi Topkapı
Tornati alla luce si può proseguire verso Topkapı.
E qui, naturalmente, si potrebbe aprire un articolo intero.
Per quasi quattro secoli fu il cuore del potere dell’Impero Ottomano.
Residenza dei sultani.
Centro amministrativo.
Luogo dal quale veniva governato un territorio enorme.
Ma di Topkapı, oltre alla storia, mi piace moltissimo la posizione.
Si attraversano cortili.
Edifici.
Giardini.
E poi è possibile osservare Istanbul ed il Bosforo.
E dall’altra parte del Corno d’Oro c’è un altro luogo che permette di capire Istanbul da una prospettiva completamente diversa: la Torre di Galata.

Da lassù il panorama si ribalta.
Davanti appare tutta la penisola storica, con la area verde del palazzo Topkapi, Sultanahmet, Santa Sofia, la Moschea Blu e le cupole e i minareti che disegnano uno degli skyline più riconoscibili del mondo.
Due punti di osservazione diversi, quasi uno di fronte all’altro.
E due modi diversi di capire la stessa città.
Una città messa nel posto giusto
Europa da una parte.
Asia dall’altra.
Il Mar Nero a nord.
Il Mar di Marmara a sud.
E da lì, attraverso i Dardanelli, l’Egeo e il Mediterraneo.
E Istanbul in mezzo.
Non serve essere grandi strateghi militari per capire che chi controllava questo punto geografico aveva in mano qualcosa di estremamente importante.
È uno dei motivi per i quali la storia ha continuato a passare da qui.
Popoli.
Imperi.
Religioni.
Commerci.
Eserciti.
Tutto finiva inevitabilmente per incontrare questo stretto passaggio fra due continenti.
Poi tu oggi arrivi con una Istanbulkart in tasca…
e attraversi tutto in pochi minuti.
Anche questo contrasto mi diverte parecchio.
Da Sultanahmet comincio a scendere
Una delle passeggiate che mi piace fare parte proprio da qui.
Da Sultanahmet comincio a scendere in direzione Sirkeci e poi Eminönü.
E ancora una volta Istanbul cambia.
Progressivamente i grandi monumenti rimangono alle spalle.
Compaiono negozi.
Piccoli alberghi.
Ristoranti.
Attività commerciali.
Il tram.
Persone che vanno al lavoro.
Pendolari.
Turisti.
Commercianti.
È quella continua sovrapposizione che considero una delle caratteristiche più belle della città.
Non esiste una linea netta che separa:
qui c’è la Istanbul storica e da questo punto comincia quella moderna.
Le due cose continuano a entrare l’una dentro l’altra.
Sirkeci
A Sirkeci c’è anche la storica stazione ferroviaria, inevitabilmente legata nell’immaginario europeo all’Orient Express.
Già questo basterebbe per fermarsi.
Ma per me oggi Sirkeci significa anche altro.
Una parola.
Marmaray.
Entro nella stazione.
Scendo.
Aspetto il treno.
Salgo.
Le porte si chiudono.
E dopo poco mi capita ancora di pensare alla stessa cosa.
Sto passando sotto il Bosforo
Non sopra.
Sotto.
Il Marmaray attraversa il Bosforo nel collegamento ferroviario sottomarino.
Parti da Sirkeci, nella parte europea.
E la fermata successiva è Üsküdar.
Asia.
Pochi minuti.
Niente traffico.
Niente ponte.
Niente automobile.
Niente tassista al quale cercare di spiegare dove devi andare.
Scendi dal treno.
Sali le scale.
Ed eri in Europa.
Adesso sei in Asia.
A forza di farlo rischia quasi di diventare normale.
Quasi.
Perché completamente normale, almeno per me, non lo è mai diventato.
Due Istanbul separate da pochi minuti
Posso trascorrere la mattina davanti a Santa Sofia.
Entrare nella Cisterna.
Passare per Topkapı.
Scendere verso Sirkeci.
E pochi minuti dopo uscire dalla stazione di Üsküdar e guardare la città dall’altra parte del Bosforo.
Oppure posso continuare fino a Eminönü.
Arrivare al porto.
E prendere un traghetto.
In un caso passo sotto il Bosforo.
Nell’altro passo sopra.
Il risultato è lo stesso.
Cambio continente.
Ed è una frase che in quasi qualsiasi altra città del mondo avrebbe il sapore di un grande viaggio.
A Istanbul può essere semplicemente il percorso che fai…
per tornare in albergo.
Ma io, se posso scegliere, preferisco stare sopra
Il Marmaray è veloce.
Comodo.
Efficiente.
Quando hai fretta è difficilmente battibile.
Ma se non ho fretta?
Allora la risposta la conosco già.
Traghetto.
Perché passare sotto il Bosforo è straordinario.
Ma attraversarlo guardandolo è tutta un’altra cosa.
Salgo.
Mi siedo.
Prendo magari un çay.
Fuori passano le moschee.
Le navi.
I palazzi.
I gabbiani.
Un continente si allontana.
L’altro si avvicina.
E qualche volta, all’interno delle grandi sale per i passeggeri, capita anche di trovare musicisti autorizzati a esibirsi.
A quel punto quello che dovrebbe essere semplicemente un trasferimento diventa qualcosa di diverso.
Fuori c’è Istanbul.
Dentro qualcuno suona.
Hai un bicchiere di tè in mano.
E per qualche minuto non hai nessuna necessità di arrivare prima.
La storia e la vita quotidiana
È questo che Sultanahmet e il percorso fino a Sirkeci riescono a raccontarmi ogni volta.
A Istanbul la storia non è separata dalla città contemporanea.
Santa Sofia non è in cima a una collina isolata dal resto.
La Moschea Blu non vive dentro un recinto lontano dalla vita quotidiana.
Topkapı guarda ancora il Bosforo.
Sirkeci conserva la memoria dei treni arrivati dall’Europa e, pochi metri più sotto, un treno moderno ti porta direttamente in Asia.
Quasi millecinquecento anni di storia.
E una Istanbulkart.
Tutto nello stesso percorso.
Forse è anche per questo che, dopo tanti anni, continuo a non stancarmi di questa città.
Posso conoscere una strada.
Sapere perfettamente dove porta.
Averla percorsa decine di volte.
Eppure basta girarsi
o…alzare la testa…
E Istanbul trova ancora qualcosa da ricordarmi.
E io, qualcosa da raccontare.

🇹🇷 Continua il racconto di Istanbul:
➜ Episodio 9 – Istanbul: Napoli a Balat e quei 750 al Gran Bazar
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🇹🇷 Piccolo dizionario turco
In turco, la lettera ç si pronuncia come la c dolce italiana di “ciao”, “cena” e “cibo”.
Quindi, per ricordarlo facilmente:
- çay – si pronuncia “ciai” e significa tè.
- çorba – si pronuncia “ciorba” e significa zuppa.




