Furtunato, il re dei taralli

L'uomo con il carrozzino che diventò una delle voci di Napoli

C’era una Napoli in cui non serviva guardare l’orologio.

Bastava ascoltare la strada.

Da qualche parte, ancora lontana, arrivava una voce:

«Furtunato tene ‘a robba bella…»

Poi il richiamo diventava più forte.

Una finestra si apriva.

Qualcuno si affacciava.

Da un balcone cominciava a scendere un paniere.

E poco dopo, in fondo al vicolo, compariva lui.

Fortunato Bisaccia.

Per Napoli, semplicemente, Furtunato ‘o tarallaro.

La sua bottega aveva le ruote

Non aveva un negozio.

Non aveva un’insegna luminosa.

Aveva una vecchia carrozzina per bambini trasformata in negozio ambulante e una cesta piena di taralli.

Quelli napoletani veri.

‘Nzogna e pepe.

Sugna, pepe, mandorle. Caldi.

Fortunato li proteggeva perché conservassero il calore e poi cominciava il suo giro per la città.

Quartieri Spagnoli, Pignasecca, centro antico.

Chilometri a piedi, ogni giorno.

La carrozzina davanti.

Lui dietro.

E quella voce che arrivava prima di entrambi.

Sul carrozzino compariva anche una scritta:

«La Ditta Fortunato resta chiusa il lunedì.»

Già chiamarla Ditta Fortunato era una piccola dichiarazione d’orgoglio.

Ma forse neppure tanto scherzosa.

Perché quella era davvero la sua impresa.

Non aveva uffici né dipendenti.

Aveva due gambe, una carrozzina e mezza Napoli che lo conosceva.

Prima arrivava la voce

Fortunato non aveva bisogno di suonare campanelli.

Gridava.

E Napoli rispondeva.

Le donne si affacciavano dai balconi e calavano il paniere legato a una corda.

Dentro scendevano i soldi.

Poi il paniere risaliva con i taralli ancora caldi.

Era un sistema semplice.

Perfetto.

Il venditore non saliva.

Il cliente non scendeva.

In mezzo c’erano quattro o cinque piani di palazzo, la fiducia ma soprattutto ’o panaro: il paniere attaccato a una corda che, ancora oggi, fa morire d’invidia il più sofisticato dei montacarichi.

E intanto nel cortile cominciava a sentirsi il profumo della sugna, del pepe e delle mandorle.

Oggi può sembrare una scena costruita per raccontare una Napoli che non esiste più.

Allora era semplicemente la normalità.

Quando Fortunato diventò Furtunato

Era nato a Napoli nel 1917.

La vita non gli aveva regalato una strada comoda e prima di diventare tarallaro aveva fatto diversi lavori.

Poi quella carrozzina diventò il suo mestiere.

E il mestiere, lentamente, diventò il personaggio.

Fortunato attraversava la città ogni giorno e la città imparò a riconoscerlo.

Non soltanto per i taralli.

Per il modo di gridare.

Per l’andatura.

Per quella carrozzina.

Per la sua presenza ormai familiare.

Lo conobbero persone comuni e personaggi famosi.


Ma soprattutto lo conosceva la strada.
Ed era probabilmente quella la sua vera celebrità.

E io, Fortunato, l’ho incontrato davvero

Qui, però, devo aggiungere una cosa.

Grazie a mio nonno, quella Napoli io l’ho conosciuta da vicino.

Aveva parenti alla Sanità e alla Pignasecca e gestiva un negozio al Corso Garibaldi. Nel tempo libero mi portava spesso con lui in quelle che, per me bambino, erano lunghissime passeggiate attraverso il centro storico.

Ed ebbene sì.

Nella mia vita ho incontrato anche Fortunato.

Ho sentito quella voce dal vivo, ho visto quella carrozzina e ho assaggiato i suoi taralli.

E qui devo essere sincero.

Per quanto fossero buoni i taralli di Fortunato, io avevo un debole per un altro sapore di quella Napoli: ’o pane ca’ ricotta.

C’erano ambulanti che giravano con grandi ceste di vimini, i panini sistemati tutt’intorno e, al centro, la ricotta di fuscella.

Quando ne incontravo uno durante quelle passeggiate con mio nonno, per me la scelta era già fatta.

E che ve lo dico a fare… quella era un’altra bontà.

Ma pure un’altra storia.  🙂

Poi quella voce entrò in una canzone

Tra i ragazzi che ascoltavano le voci di Napoli ce n’era uno che avrebbe finito per cambiarne anche la musica.

Si chiamava Pino Daniele.

Nel giugno del 1976 uscì il suo primo 45 giri.

Sul lato A c’era Ca Calore.

Sul lato B, un brano intitolato:

Fortunato.

L’anno successivo la canzone entrò anche in Terra mia.

Fortunato era passato dal vicolo al vinile.

Ascolta Fortunato di Pino Daniele

Ed è forse questo l’aspetto che mi affascina di più della sua storia.

Pino Daniele non aveva avuto bisogno di inventare un personaggio.

Era già lì.

Camminava per Napoli spingendo una carrozzina e vendeva taralli.

Bastava ascoltarlo.

Quando la carrozzina si fermò

Fortunato continuò a percorrere Napoli per decenni.

A settantun anni parcheggiò definitivamente il suo passeggino.

Morì nel 1995.

Nel frattempo Napoli era cambiata.

Cambiarono i negozi.

Cambiarono le abitudini.

Cambiarono perfino i rumori della città.

Molte delle voci degli ambulanti si fecero più rare.

I ragazzini erano cresciuti.

I panieri smisero lentamente di scendere dai balconi.

E la carrozzina di Fortunato non passò più.

Ma alcune persone lasciano dietro di sé qualcosa di curioso.

Non un monumento.

Non una strada con il proprio nome.

A volte lasciano un suono.

Fortunato ne aveva uno tutto suo.

Ed è sopravvissuto a lui.

Perché basta che partano poche note di Pino Daniele e, per chi quella Napoli l’ha conosciuta, da qualche parte si riapre una finestra.

Un paniere comincia lentamente a scendere.

E in fondo al vicolo sembra quasi di sentirlo arrivare.

«Furtunato tene ‘a robba bella…»

E per un istante Napoli torna ad avere la stessa voce.


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