La Duchesca o la Maddalena? Storia e ricordi – Pt. 1

La Duchesca e la Maddalena sono due nomi che raccontano epoche diverse dello stesso quartiere di Napoli. Dalla villa aragonese ai grandi commerci degli anni Ottanta, fino ai laboratori nascosti, ai depositi sotterranei e a una UAZ scambiata per una camionetta della Guardia di Finanza

Enzuccio VHS e la fabbrica che non esisteva

La Duchesca e la Maddalena sono due nomi che raccontano epoche diverse dello stesso quartiere di Napoli.

Un luogo nato tra ville e giardini della corte aragonese e diventato, molti secoli dopo, uno dei grandi centri popolari del commercio napoletano.

Io ho sempre detto la Maddalena.

E proprio lì, verso la fine degli anni Ottanta, conobbi un uomo che mi disse con grande orgoglio:

«Io faccio videoregistratori e telecamere».

A Napoli.

Alla Maddalena.

In un laboratorio sotterraneo.

La cosa interessante è che non stava mentendo del tutto.

Perché si usano due nomi?

A Napoli questa zona viene chiamata in due modi: la Duchesca e la Maddalena.

Molti napoletani utilizzano i due nomi come se indicassero esattamente lo stesso luogo. In realtà hanno origini diverse.

Il nome Duchesca risale alla Napoli aragonese e ricorda una grande villa con giardini fatta costruire alla fine del Quattrocento da Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e futuro re Alfonso II.

La villa era destinata alla moglie, Ippolita Maria Sforza, duchessa di Calabria. Da quel titolo sarebbe nato il nome Duchesca.

Era circondata da giardini, fontane, padiglioni e spazi destinati alla vita della corte.

Poi il periodo aragonese finì, gli edifici furono trasformati o inglobati nelle costruzioni successive e di quella residenza rimase soprattutto il nome.

La Maddalena, invece, prendeva il nome dal complesso religioso di Santa Maria Maddalena, nei pressi di Porta Capuana.

Con il passare dei secoli i confini delle due zone diventarono sempre meno riconoscibili e, nell’uso comune, Duchesca e Maddalena finirono praticamente per sovrapporsi.

Io, però, l’ho sempre chiamata Maddalena.

La Maddalena alla fine degli anni Ottanta

Cominciai a frequentarla verso la fine degli anni Ottanta.

All’epoca lavoravo nel commercio e quasi ogni settimana andavo lì per acquistare e caricare articoli di abbigliamento: polo, T-shirt e altri prodotti destinati alla vendita.

Tra i grossisti più importanti ricordo Tramontano, un nome molto conosciuto nel settore.

Per le borse e le cinture, invece, mi rifornivo da Ciro Festa.

Ciro oggi non c’è più, ma lo ricordo come una grande persona. Aveva una stima enorme di me e tra noi non esisteva soltanto un rapporto commerciale.

Era uno di quegli uomini con i quali, dopo un po’, il lavoro diventava anche amicizia e rispetto reciproco.

Quando frequenti una zona quasi ogni settimana, inevitabilmente impari a conoscerla.

Conosci le persone corrette, quelle delle quali puoi fidarti e quelle dalle quali è meglio mantenere una certa distanza.

Conosci i fatti.

E anche i misfatti.

Fu proprio frequentando la Maddalena che un giorno conobbi quello che mi venne presentato come un grande imprenditore della zona.

«Io faccio videoregistratori e telecamere»

Cominciai a parlare con lui con il rispetto che normalmente si riserva a una persona appena conosciuta.

Mi spiegò di essere un imprenditore del settore elettronico.

La cosa mi incuriosì.

Gli domandai cosa producesse esattamente.

Con grande orgoglio mi rispose:

«Io faccio videoregistratori e telecamere».

Rimasi sorpreso.

Una fabbrica di videoregistratori e telecamere a Napoli, nel cuore della Maddalena?

In quegli anni si trattava di prodotti tecnologicamente avanzati che arrivavano soprattutto dal Giappone e da altri Paesi asiatici.

L’idea che venissero fabbricati proprio lì mi sembrava incredibile.

E, infatti, qualcosa non mi convinceva.

Probabilmente notò la mia curiosità e mi chiese se volessi vedere gli “impianti di produzione”.

Accettai.

Ero troppo curioso per rifiutare.

Tra vicoli e vicarielli

Se oggi qualcuno mi chiedesse di ritrovare quel posto, non ci riuscirei neppure a pagamento.

Ricordo soltanto che partimmo dalla strada principale della Maddalena e cominciammo ad addentrarci nei vicoli e nei vicarielli.

Prima a destra.

Poi a sinistra.

Un altro vicolo, un altro passaggio, ancora una svolta.

Più camminavo e più perdevo completamente il senso dell’orientamento.

Mi venne in mente una vecchia barzelletta.

Un uomo voleva liberarsi del proprio gatto e un amico gli indicò un posto sperduto nel bosco: chilometri di strada, sentieri, curve, rocce, una grotta e altri passaggi.

Qualche giorno dopo i due si incontrarono.

«Allora? Sei riuscito a lasciare il gatto?»

L’uomo lo guardò contrariato.

«Mannaggia a te… se non era per il gatto, col cazzo che rientravo a casa!»

Ecco.

Se dopo quella visita mi avessero lasciato solo in quei vicoli, a me sarebbe servito il gatto.

Il laboratorio segreto della Maddalena

Alla fine arrivammo davanti a un vecchio portone.

Entrammo e cominciammo a scendere verso quello che sembrava l’ingresso di una cantina.

Il passaggio era buio.

I muri umidi.

Una lampadina illuminava appena l’ambiente.

In quel momento pensai:

«Mo mi fanno la pelle».

Non era certamente un pensiero rassicurante, ma ormai ero lì e continuai a seguirlo.

Superato quell’ingresso scuro, però, mi trovai davanti a qualcosa che non avrei mai immaginato.

Sembrava una scena di uno dei film di James Bond.

Dalla luce fioca della cantina passammo improvvisamente a un enorme ambiente illuminato da lampade al neon.

A occhio saranno stati almeno duemila metri quadrati.

Era quasi tutto uno spazio unico e soltanto le grandi colonne portanti del palazzo interrompevano la vista.

Tre persone erano impegnate in diverse fasi dell’assemblaggio di quelli che sembravano contenitori di legno truciolato.

Qua e là c’erano diversi pallet.

Mi guardai intorno.

Dov’erano i videoregistratori?

Dov’erano le telecamere?

Dove si trovavano i prodotti finiti di questa nuova industria elettronica napoletana?

Ci pensò lui a spiegarmelo.

La materia prima

Mi indicò alcuni pallet.

«Lì c’è la materia prima».

Guardai meglio.

Sui pallet c’erano pezzi di legno truciolato già tagliati.

Poi mi mostrò altri materiali.

«Quelli sono i frontalini dei videoregistratori».

Su altri pallet erano conservate delle lampadine.

A quel punto cominciai a capire.

Loro costruivano davvero videoregistratori e telecamere.

Il problema era che erano finti.

Il videoregistratore che si accendeva

I pezzi di truciolato venivano assemblati fino a formare una scatola delle dimensioni di un videoregistratore.

Sulla parte anteriore veniva applicato un frontalino adesivo che riproduceva pulsanti, display e comandi.

C’era persino un piccolo foro dal quale si poteva vedere la luce di una lampadina sistemata all’interno.

Una volta completato, il finto videoregistratore veniva avvolto nel cellophane.

In questo modo si poteva intravedere il prodotto senza però controllarlo con attenzione senza aprire la confezione.

Il tocco finale era il filo elettrico.

Con tanto di spina.

Quando la spina veniva inserita nella presa, la lampadina si accendeva.

Il cliente vedeva la spia illuminata e pensava di avere davanti un apparecchio elettronico funzionante.

In realtà stava acquistando una scatola di legno.

Altro che prodotti provenienti dal Sol Levante.

Lì avevano interpretato la parola “Levante” in maniera molto personale:

invece di importare tecnologia dall’Oriente, levavano i soldi dalle tasche di chi comprava.

Fu allora che capii perché quell’“imprenditore” lo chiamavano:

Enzuccio VHS.

Come uscire da una situazione del genere

A quel punto sorse un altro problema.

Come potevo uscire da quel posto senza mostrare chiaramente ciò che avevo capito e, soprattutto, senza offendere il grande imprenditore che con tanto orgoglio mi aveva accompagnato nella sua fabbrica?

Cercai di comportarmi con naturalezza.

Ascoltai le spiegazioni.

Feci probabilmente qualche domanda.

Mostrai il dovuto interesse per quella particolare linea di produzione.

Poi, appena fu possibile, salutai tutti e tornai verso l’uscita.

Quando rividi la luce della strada tirai certamente un sospiro di sollievo.

Se oggi sono qui a raccontarlo, evidentemente riuscii a uscire abbastanza bene da quella situazione.

Pensavo di aver ormai visto una delle cose più strane che la Maddalena potesse offrirmi.

Mi sbagliavo.

Qualche tempo dopo cercavo semplicemente un deposito.

Mi mostrarono un piccolo cancello di ferro sotto il livello della strada.

Dietro quella porticina si nascondeva qualcosa che non avrei mai potuto immaginare.

Ma questa è la seconda parte della storia.

📖 Continua il racconto della Duchesca e della Maddalena:

➜ Parte 2 – La Duchesca o la Maddalena? Storia, ricordi e considerazioni sul quartiere


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