Dubai – Appunti di un osservatore

1. La città che ho visto crescere.
Vent'anni di viaggi, incontri e trasformazioni attraverso gli occhi di chi ha visto Dubai cambiare anno dopo anno.

Ci sono viaggi che iniziano quando si chiude la porta di casa.

Altri iniziano quando l’aereo decolla.

Il mio iniziò nel momento esatto in cui il Boeing 777 di Emirates staccò le ruote dalla pista di Milano Malpensa, puntando la prua verso Dubai.

Era il 2006.

All’epoca non potevo immaginare che quella città sarebbe diventata una presenza costante nella mia vita professionale e personale.

Pensavo di partire per una settimana di lavoro e di tornare a casa con qualche esperienza in più.

Mi sbagliavo.

In realtà stavo iniziando una storia che sarebbe durata anni.

Quello era soltanto l’inizio.


Giugno 2006. Il mio primo volo Emirates verso Dubai. Non immaginavo che quel viaggio sarebbe diventato il primo di una lunga storia.


Non arrivai negli Emirati Arabi Uniti come turista.

Non avevo in programma safari nel deserto, giornate in spiaggia o visite ai grattacieli.

Mi aspettavano riunioni, incontri di lavoro e un’agenda così piena da non lasciare spazio a molto altro.

Eppure, il ricordo più vivido di quel primo viaggio non è legato a un meeting, a un hotel o a un cliente.

È un’immagine che, a distanza di tanto tempo, riesco ancora a rivedere con assoluta nitidezza.

Le porte automatiche del Dubai International Airport che si aprono davanti a me.

L’interno del terminal era piacevolmente climatizzato.

Feci un passo.

Poi un altro.

E improvvisamente mi sembrò di aver attraversato una frontiera invisibile.

Davanti ai miei occhi comparvero i taxi color crema con i caratteristici tetti rossi, blu, verdi e gialli, perfettamente allineati sotto le pensiline.

Un istante dopo arrivò lui.

Il caldo.

Non era il caldo che conoscevo in Italia.

Non era nemmeno quello di una torrida giornata d’agosto.

Era qualcosa di completamente diverso.

Fu come sbattere contro un muro invisibile.

Per un attimo ebbi una sensazione assurda.

Era come trovarsi davanti a un plotone d’esecuzione.

Solo che, invece dei fucili, quei soldati immaginari impugnavano enormi phon industriali puntati verso ogni passeggero.

Mi venne da sorridere.

Era il modo più assurdo che riuscivo a trovare per descrivere quella sensazione.

L’aria sembrava avere una consistenza.

Un peso.

Quasi si potesse toccare.

Era il deserto che mi dava il benvenuto.

Non avevo mai provato nulla di simile.

Mi fermai qualche secondo sotto la pensilina.

Non per cercare un taxi.

Avevo semplicemente bisogno di capire se quel caldo fosse reale.

Max, il collega egiziano che viaggiava con me, incrociò il mio sguardo e sorrise.

Era un sorriso di chi quella scena l’aveva già vista decine di volte. Sembrava dire: «Ecco Dubai.»

In quel momento capii una cosa.

Dubai non assomigliava a nessun altro luogo che avessi conosciuto fino ad allora.


“Il primo panorama che vidi a Dubai non fu uno skyline. Furono i taxi in attesa davanti all’aeroporto.”


Con il passare degli anni ho scoperto una cosa curiosa.

Ogni volta che torno a Dubai, quel momento si ripete identico.

Le porte automatiche si aprono.

L’aria del deserto mi avvolge.

E per una frazione di secondo ritorno con la memoria a quel giorno del 2006.

È diventato un piccolo rituale personale.

Come se fosse il modo con cui Dubai mi dicesse, ogni volta:  “Bentornato.”

Ed è una sensazione che, ancora oggi, non ha perso un grammo della sua forza.

Quando si parla di Dubai il pensiero corre subito al Burj Khalifa, agli hotel di lusso, ai centri commerciali giganteschi e alle isole artificiali.

Ma raccontano soltanto una parte della storia.

La Dubai che ho conosciuto in questi anni è molto di più.

È una città che cambia con una velocità impressionante, senza perdere il legame con la propria identità.

Ho visto nascere quartieri che prima erano soltanto deserto.

Ho visto crescere il Burj Khalifa, piano dopo piano, viaggio dopo viaggio, fino a diventare il simbolo di un’intera nazione.

Ricordo quando Dubai Marina era ancora un cantiere. Dove oggi c’è una delle passeggiate più belle della città, allora c’erano sabbia, recinzioni e un grande parcheggio.

Ma soprattutto ho scoperto un popolo profondamente orgoglioso delle proprie tradizioni, capace di costruire il futuro senza dimenticare il passato.

Ed è proprio questo equilibrio ad avermi conquistato.

Perché dietro il vetro dei grattacieli esiste una cultura antica.

Dietro le opere da record ci sono persone.

Dietro la modernità c’è il deserto.


“Vent’anni possono trasformare una città. Io ho avuto la fortuna di assistere a quella trasformazione.”


Questa serie non vuole essere una guida turistica.

Non troverete classifiche dei luoghi da visitare o itinerari prestabiliti.

Troverete, piuttosto, il racconto di un osservatore curioso che, viaggio dopo viaggio, ha cercato di capire perché Dubai riesca ogni volta a sorprendere chi la guarda con attenzione.

Vi porterò nei luoghi più conosciuti, ma anche in quelli che raramente trovano spazio nelle guide.

Parleremo di architettura, tradizioni, cucina, incontri, curiosità e di quei piccoli dettagli che spesso raccontano un Paese meglio di qualsiasi monumento.

Perché, dopo tanti anni, una convinzione è rimasta immutata.

Dubai non si visita soltanto.

Dubai si osserva.

E più la osservi, più ti accorgi che ogni viaggio ti mostra qualcosa che quello precedente aveva lasciato nascosto.

Se vorrete accompagnarmi, nei prossimi articoli vi racconterò la Dubai che ho conosciuto in vent’anni di viaggi.

Non quella delle cartoline.

Quella che ho imparato a conoscere un viaggio dopo l’altro.

Benvenuti in Dubai – Appunti di un osservatore.

Il primo volo è partito nel 2006. Questo racconto comincia oggi.

 

✈️ Continua il racconto di Dubai:

➜ Capitolo 2 – Dubai: sette giorni per capire che sarei tornato

➜ Capitolo 3 – Una deviazione chiamata Ginevra


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