Ci sono ricordi che non hanno bisogno di una data. Basta un suono, una musica, un’immagine in bianco e nero e, per qualche secondo, la casa di allora torna ad avere le sue voci.
La cena era quasi finita. Sul tavolo restavano i piatti, magari qualcuno sparecchiava, mentre noi aspettavamo davanti al televisore. Non c’erano telecomandi, centinaia di canali o programmi da vedere quando volevamo. C’era un appuntamento. E quell’appuntamento aveva un nome che, per milioni di bambini e ragazzi italiani, significava una cosa semplicissima: la giornata stava per finire, ma prima c’era ancora un piccolo pezzo di magia.
Carosello.
Per quasi vent’anni, e per due generazioni di italiani, non fu soltanto pubblicità. Fu un rito domestico, una frontiera invisibile tra il giorno e la notte, tra i giochi e il letto, tra il mondo dei grandi e quei pochi minuti che sembravano appartenere soprattutto a noi. C’erano personaggi che diventavano familiari, frasi che il giorno dopo si ripetevano a scuola, musiche che rimanevano in testa e storie brevissime che aspettavamo come oggi si aspetta una nuova puntata di una serie.
E poi arrivava quella frase che molti ricordano ancora con un misto di tenerezza e protesta:
«Dopo Carosello, tutti a nanna.»
Forse è proprio questo che oggi commuove. Non soltanto ricordare ciò che guardavamo, ma ricordare chi eravamo mentre lo guardavamo. I bambini seduti sul pavimento, gli adolescenti che cominciavano a sentirsi grandi, le madri e i padri ancora lì, nella stanza accanto o sulla stessa poltrona. Persone, case e voci che oggi magari non ci sono più, ma che basta quella parola a riportare improvvisamente vicino.
Per questo raccontare Carosello significa raccontare molto più della televisione italiana.
Significa riaprire, per qualche minuto, la porta di casa della nostra infanzia.
E forse, entrando piano, scopriremmo che da qualche parte siamo ancora tutti lì, davanti a quel piccolo schermo, ad aspettare che cominci.
I personaggi di Carosello che non abbiamo dimenticato
Ed iniziamo con… Miguel son mi!
bastava un sombrero, un ritmo allegro e quelle tre parole: «Miguel son mi!».
Era Miguel, il Merendero della Talmone, protagonista di uno dei Caroselli più riconoscibili della fine degli anni Sessanta, accompagnato dal motivetto dei Los Gildos. Il personaggio era diventato talmente popolare che, ancora oggi, molti ricordano prima Miguel e solo dopo il prodotto che pubblicizzava.
Aveva qualcosa di irresistibile: arrivava, portava scompiglio, cantava, spariva. E noi restavamo lì con quella musichetta che continuava a girare in testa anche quando il televisore era ormai spento.
«Miguel son mi!»
Provate a dirlo oggi davanti a qualcuno che era bambino in quegli anni. Probabilmente sorriderà prima ancora che abbiate il tempo di spiegare perché.
Perché anche Miguel, in fondo, non vendeva soltanto una merenda. Ci ha lasciato un pezzetto della nostra infanzia.
CALIMERO
Tra i personaggi che hanno fatto la storia di Carosello, Calimero occupa un posto tutto suo. Piccolo, nero, con mezzo guscio d’uovo sulla testa e quell’aria perennemente sconsolata, riuscì a diventare in pochissimo tempo uno dei volti più riconoscibili della televisione italiana.
La sua frase, «È un’ingiustizia però…», entrò nel linguaggio quotidiano e ancora oggi basta pronunciarla per riaccendere un ricordo. Dietro quel pulcino apparentemente fragile c’era un mondo fatto di tenerezza, ironia e piccoli drammi infantili raccontati con una semplicità che oggi sembra quasi impossibile.
Prima di andare avanti, vale la pena rivederlo così com’era. Perché Calimero non era soltanto un personaggio pubblicitario: per molti fu un piccolo compagno di infanzia.
Carmencita e Caballero
E poi arrivavano loro: Carmencita e Caballero, inseparabili dal ricordo del Caffè Paulista.
Bastavano poche parole, «Nella pampa sconfinata…», e subito iniziava un piccolo western in miniatura, surreale e irresistibile. Quelle sagome così semplici, le battute, gli inseguimenti e quell’accento impossibile erano diventati familiari quanto i personaggi di un vero programma televisivo.
Per chi è cresciuto con Carosello, Carmencita non era semplicemente la protagonista di una pubblicità. Era uno di quegli appuntamenti che si aspettavano, si riconoscevano dopo pochi secondi e il giorno dopo si ripetevano tra amici.
E ancora oggi basta pronunciare quelle tre parole, «Nella pampa sconfinata…», perché da qualche angolo della memoria ricompaia immediatamente tutto il resto
IL CAMILLINO
E come dimenticare il Camillino dell’Eldorado?
Per molti bambini di quegli anni bastava sentirne il nome per pensare all’estate, alle poche lire strette nella mano e a quel gelato che sembrava un piccolo premio. Il Camillino arrivò su Carosello già nel 1958 e negli anni successivi il mondo Eldorado sarebbe diventato ancora più familiare grazie anche alle avventure di Cocco Bill, protagonista delle campagne dal 1965 ai primi anni Settanta.
Ma anche in questo caso il prodotto era quasi soltanto il pretesto. Quello che oggi ritorna alla memoria è un’epoca: il bar sotto casa, il frigorifero dei gelati da aprire sollevando il pesante coperchio, la monetina data dai genitori e quella difficilissima scelta davanti alle immagini colorate.
Poi la sera ritrovavi quel nome anche lì, sul televisore.
E per qualche minuto il Camillino non era più soltanto un gelato. Era Carosello. Era estate
LA LINEA
E poi c’era La Linea, quella della Lagostina, nata nel 1969 dalla matita geniale di Osvaldo Cavandoli.
Un omino fatto praticamente di niente: una linea, un naso, una voce incomprensibile e un carattere impossibile. Camminava, inciampava, protestava, si arrabbiava con il suo stesso disegnatore e pretendeva che quella matita intervenisse continuamente a sistemargli il mondo. La voce era di Carlo Bonomi, con quel grammelot dal sapore vagamente milanese che non aveva bisogno di traduzione.
La Linea accompagnò i Caroselli Lagostina dal 1969 al 1976, diventando molto più di un personaggio pubblicitario.
E forse il suo fascino era proprio lì: da una semplice matita nasceva un intero universo.
Bastavano pochi secondi, quel tratto bianco che avanzava sullo schermo e quel borbottio inconfondibile per sapere che stava per succedere qualcosa.
AMBROSOLI – BELLA, DOLCE, CARA MAMMINA
E con Ambrosoli, qui la memoria fa quasi tutto da sola.
«Bella, dolce, cara mammina…»
Poi c’era una musichetta che bastava ascoltare per pochi secondi e già tutta la casa sembrava diventare più dolce:
«Bella, dolce, cara mammina… la più bella mammina…»
Era il Carosello di Ambrosoli, dedicato al miele e alle caramelle, con la serie Dolce mammina, trasmessa a partire dalla metà degli anni Sessanta.
Una filastrocca semplicissima, quasi infantile, e proprio per questo impossibile da dimenticare. Per tanti bambini di allora quelle parole finirono per confondersi con qualcosa di molto più grande della pubblicità: la mamma, la casa, la sera, la sensazione rassicurante di avere ancora tutto davanti.
E forse è questo il piccolo miracolo di Carosello: dopo più di mezzo secolo, basta risentire poche note e non ricordiamo soltanto uno spot. Ricordiamo noi stessi bambini.
E quasi sempre, alla fine… arrivava il Gringo
E poi, quando la serata di Carosello sembrava ormai avvicinarsi alla conclusione, per molti di noi c’era ancora un appuntamento da aspettare.
Il Gringo della Montana.
Bastavano le prime immagini da Far West, i cowboy, i cattivi, quella musica e quell’atmosfera da piccolo film western perché davanti al televisore tornasse immediatamente il silenzio.
Forse non era davvero sempre l’ultimo.
Ma nei ricordi di tanti bambini di allora è rimasto quasi così: come uno degli ultimi segnali prima che Carosello finisse davvero e arrivasse il momento che nessun bambino voleva sentirsi dire.
Adesso a letto.
E così anche il Gringo, senza che ce ne rendessimo conto, finì per diventare una specie di confine della giornata: ancora qualche minuto di avventura, poi il televisore si spegneva e la casa diventava più silenziosa.
Oggi basta rivederlo per accorgersi che non stiamo ricordando soltanto una pubblicità.
Stiamo ricordando quelle sere.
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