Il deposito sotterraneo, la UAZ e la Maddalena che ricordo
Pensavo che, dopo la fabbrica di Enzuccio VHS, la Maddalena avesse ormai esaurito le sorprese.
Mi sbagliavo.
Qualche tempo dopo cercavo semplicemente un deposito.
Niente di particolare. Uno spazio nel quale poter conservare della merce, qualche scatolone e poco altro.
Mi indicarono un locale.
O almeno, così lo chiamavano.
Il deposito dietro un piccolo cancello
Un mediatore mi accompagnò davanti a quello che, a prima vista, sembrava poco più di un sottoscala.
Non saprei descrivere meglio il punto.
C’era una strada in salita e, sotto il livello della carreggiata, un piccolo cancello di ferro, anonimo, coperto da qualche scritta fatta con la vernice spray.
La cosa curiosa è che quel muro e quella porta, ancora oggi, sono rimasti quasi identici.
Cambiano le auto.
Cambiano alcuni dettagli intorno.
Ma loro sono ancora lì.
Guardandoli dall’esterno, allora pensai che dietro quella porticina potesse esserci uno spazio modesto.
Qualche metro quadrato.
Forse una cantina.
Il mediatore aprì il cancello.
Dietro c’era una scala che scendeva nel sottosuolo.
Cominciammo a scendere.
E più scendevamo, più capivo che quella porticina non raccontava affatto quello che si nascondeva dietro.
Arrivati in fondo mi trovai davanti a uno spazio enorme.
Non parliamo di qualche centinaio di metri quadrati.
Secondo quanto mi venne detto, il locale poteva arrivare a sette o ottomila metri quadrati.
Troppo grande per me.
Avevo chiesto un deposito.
Non una città sotterranea.
Non soltanto la Napoli sotterranea dei Decumani
Fino ad allora, quando pensavo alla Napoli sotterranea, mi venivano in mente soprattutto gli antichi acquedotti, le cisterne, le cavità scavate nel tufo sotto il centro storico.
Quella volta capii che esisteva anche un’altra Napoli nascosta.
Una Napoli fatta di magazzini, depositi e ambienti enormi che potevano trovarsi sotto una strada percorsa ogni giorno da automobili e pedoni.
La fotografia del luogo rende bene l’idea.
Una strada in salita.
Un muro.
Una piccola porta di ferro.
Tutto qui.
Nessuno, guardandola dall’esterno, potrebbe immaginare facilmente cosa possa esserci dietro e sotto quella semplice apertura.
A Napoli, evidentemente, non bisogna mai giudicare un locale dalla porta d’ingresso.
Ma con quella UAZ ci lavoravo anche
La Maddalena è legata anche a un altro ricordo.
Questa volta c’entra la mia UAZ.
Quella macchina non era soltanto una mia strana passione automobilistica.
Dietro aveva abbastanza spazio da poter essere utilizzata quasi come una furgonetta e mi capitava spesso di caricarci della merce, soprattutto capi di abbigliamento.
Un giorno dovevo ritirarne parecchia e arrivai alla Maddalena proprio con la UAZ.
La strada, a guardarla, sembrava praticamente vuota.
Sottolineo:
sembrava.
Normalmente entravo molto lentamente.
Quel giorno, non vedendo nessuno, arrivai con un po’ meno di cautela.
Niente di folle.
Saranno stati quindici o venti chilometri all’ora.
Accostai.
Parcheggiai.
Convinto di essere arrivato senza che nessuno mi avesse neppure notato.
Mi sbagliavo anche quella volta.
«Con quella macchina devi entrare piano»
Poco dopo si avvicinò un uomo.
Per il modo in cui si comportava e per quello che mi disse, mi sembrò una specie di vedetta della zona.
Mi fece capire che, la prossima volta, con quella macchina avrei fatto bene a entrare molto lentamente.
Molto lentamente.
Non capivo.
«E perché?»
La risposta chiarì tutto.
Avevano scambiato la mia UAZ per una camionetta della Guardia di Finanza.
Quel mio ingresso appena più deciso del solito aveva messo in agitazione la strada.
Anzi, a quanto pare, aveva provocato proprio un piccolo fuggi fuggi.
Chissà perché.
Ripensandoci, la scena me la posso ancora immaginare.
All’imbocco della strada compare un mezzo verde, alto, squadrato.
Sul tetto l’antenna radio.
Un mezzo che, visto da lontano e senza perdere troppo tempo a controllare chi ci fosse dentro, poteva effettivamente generare qualche equivoco.
Prima ancora di leggere la targa o cercare una divisa nell’abitacolo, qualcuno doveva aver già dato l’allarme.
E io, completamente all’oscuro di tutto, ero venuto soltanto a comprare vestiti.
La Maddalena di oggi
Sono passati molti anni.
E purtroppo, tornando oggi in quella zona, la sensazione è che qualcosa sia cambiato profondamente.
I vecchi abitanti e i commercianti napoletani, quelli che con il loro lavoro, la loro presenza e il loro modo di vivere davano alla Maddalena un’identità precisa, ci sono ancora.
Ma sono diventati pochi.
Oggi la zona è abitata e frequentata da moltissimi immigrati.
Ed è giusto che chi arriva a Napoli possa vivere, lavorare e costruirsi un futuro, esattamente come tanti italiani hanno fatto e continuano a fare in altri Paesi.
Ma fermarsi a questa constatazione significherebbe raccontare soltanto una parte della realtà.
Ci sarebbe molto da dire, e anche da discutere, su come la Maddalena sia cambiata.
Era già un quartiere difficile.
Caotico.
Spesso ai limiti delle regole.
Ma, nel bene e nel male, aveva una sua logica, un suo equilibrio, codici non scritti e un’identità fortemente napoletana.
Oggi quell’equilibrio si è in gran parte spezzato.
Il problema non è la presenza degli immigrati in sé.
Il problema è che, insieme a tanti vecchi commercianti e abitanti, è scomparsa una parte importante della cultura e della tradizione che caratterizzavano la Maddalena.
E in alcuni casi chi è arrivato dopo ha finito per assorbire soprattutto gli aspetti peggiori di quel sistema, senza ereditarne però i rapporti, le regole informali e quel particolare ordine che, per quanto discutibile, teneva insieme il quartiere.
Il risultato è una zona che oggi appare ancora più disordinata, frammentata e difficile da leggere.
A tratti dà davvero l’impressione di una casbah, nel senso più caotico del termine: un intreccio di commerci, lingue, attività e presenze che convivono senza però riuscire a costruire una nuova identità condivisa.
Una zona può cambiare.
Può accogliere persone nuove.
Può trasformarsi.
Senza per questo perdere completamente se stessa.
Ma per farlo servono regole, controlli, attenzione e una presenza vera delle istituzioni.
Quando tutto questo manca, il quartiere cambia senza riuscire davvero a integrare ciò che arriva con ciò che già esisteva.
E la sensazione, tornando oggi alla Maddalena, è proprio questa:
non tanto che sia diventata diversa.
Ma che abbia perso una parte della sua anima.
La Duchesca e la Maddalena che ricordo
Quando penso alla Maddalena della fine degli anni Ottanta, ricordo soprattutto il movimento.
Ricordo i grossisti.
I negozi.
Le polo.
Le T-shirt.
Le borse e le cinture comprate da Ciro Festa.
Ricordo le persone corrette e quelle meno corrette.
Ricordo il suono di Radio Duchesca, una delle prime emittenti libere di Napoli che faceva compagnia al quartiere.
Ricordo la merce caricata sulla UAZ.
E il piccolo panico provocato dal mio arrivo.
Ricordo quel cancello minuscolo dietro il quale si apriva uno spazio di migliaia di metri quadrati.
E naturalmente ricordo anche la fabbrica di videoregistratori e telecamere della prima parte.
Completamente finti.
Ma con almeno una cosa funzionante:
la lampadina.
La Duchesca era nata come luogo di ville e giardini destinati alla corte aragonese.
Nei secoli era diventata una delle zone commerciali più popolari di Napoli.
Nello stesso luogo nel quale un tempo passeggiavano principi, nobildonne e uomini di corte, alla fine degli anni Ottanta potevi comprare polo, magliette, borse e cinture.
Oppure, se eri particolarmente sfortunato, un videoregistratore di truciolato con una lampadina dentro.
Questa era la Maddalena che ho conosciuto io.
Un luogo nel quale si poteva trovare quasi tutto.
Qualche volta, persino ciò che non esisteva.

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