Qualche giorno fa mi sono fermato su YouTube ad ascoltare il grande Luciano De Crescenzo parlare del tempo.
E già questo, a pensarci bene, è curioso.
Mi sono fermato per ascoltare qualcuno che spiegava come viviamo il tempo.
Vabbè, non proprio qualcuno.
Perché quando si parla di Luciano De Crescenzo e del tempo, anche i minuti sembrano avere qualcosa da raccontare.
Aveva un dono raro: riusciva a farti innamorare della filosofia con la stessa naturalezza con cui un grande cuoco ti prepara un piatto di spaghetti alle vongole.
Pochi ingredienti, quelli giusti, nessuna complicazione inutile.
E alla fine ti ritrovavi a riflettere su cose alle quali non avevi mai pensato, con la stessa soddisfazione di chi ha appena finito un piatto straordinario.
E magari ti veniva pure voglia di fare la scarpetta.
In una scena del film 32 dicembre, del 1988, De Crescenzo racconta una teoria affascinante: la vita può essere vissuta in due direzioni, in lunghezza oppure in larghezza.
In lunghezza è facile.
Nasci, cresci, lavori, arrivano i compleanni, cambi qualche automobile, perdi qualche capello, ne diventano bianchi altri e intanto il calendario continua a fare il suo mestiere.
Preciso.
Quasi antipatico.
Ma la larghezza è tutta un’altra faccenda.
L’orologio non sa niente di noi
Un’ora dura sessanta minuti.
Eppure provate a trascorrere un’ora aspettando una telefonata importante.
Mi è successo durante il viaggio alle Seychelles, quello che ho raccontato nella storia della Buattella che voleva sembrare un TGV.
Eravamo in un paradiso, dall’altra parte del mondo.
Eppure aspettavamo quella benedetta telefonata.
Le ore sembravano non passare mai.
Poi bastava entrare in mare, dimenticare per un momento gli appuntamenti e godersi l’Oceano Indiano perché un’ora volasse via senza nemmeno accorgersene.
Sempre sessanta minuti.
Ma due modi completamente diversi di viverli.
Perché l’orologio misura il tempo.
Noi misuriamo quello che ci succede dentro.
Quando un’estate durava un’eternità
Da bambino un’estate era enorme.
Giugno sembrava un continente.

Luglio non finiva mai.
Ad agosto avevi quasi dimenticato che esistesse la scuola.
Oggi arriva giugno, ti distrai un momento e qualcuno sta già mettendo i panettoni al supermercato.
I giorni sono diventati più corti?
Naturalmente no.
Forse siamo noi che abbiamo cominciato a correre più del tempo.
Riempiamo le giornate di impegni, appuntamenti, cose da fare. Arriviamo a sera avendo fatto di tutto, ma qualche volta senza ricordare quasi niente.
Perché non tutto il tempo che passa diventa tempo vissuto.
Poi basta una canzone, un profumo, una fotografia.

E improvvisamente torniamo in una strada di quarant’anni fa.
Ricordiamo perfino la luce.
Allungare la vita o allargarla?
Passiamo buona parte della nostra esistenza cercando di allungarla.
Mangia questo.
Non mangiare quello. Cammina.
Fai le analisi.
E facciamo benissimo.
Ma forse dovremmo farci anche un’altra domanda:
Quanto è larga la nostra vita?
Perché cento anni tutti uguali potrebbero essere lunghissimi sul calendario e cortissimi nella memoria.
Mentre una vita piena di incontri, viaggi, errori, amori, amicizie, partenze, ritorni e perfino qualche solenne sciocchezza può contenere molto più tempo vissuto.
Non più giorni.
Più vita dentro i giorni.
Il calendario e la memoria
Ed è qui che, ascoltando De Crescenzo, ho pensato a UITUIT.
Perché la memoria fa una cosa straordinaria.
Prende qualcosa che non esiste più e per qualche minuto ce lo rimette davanti.
Una persona.
Una strada.
Un abito.

Una cucina.
Una voce.
Perfino un odore.
Il calendario dice:
È passato.
La memoria risponde:
Non proprio.
Forse è per questo che alcune cose accadute quarant’anni fa ci sembrano vicinissime, mentre non ricordiamo cosa abbiamo fatto martedì scorso.
Martedì scorso è semplicemente trascorso.
Quel giorno di quarant’anni fa, invece, lo abbiamo vissuto.
E c’è una bella differenza.
Forse il tempo non passa
Diciamo continuamente:
«Come passa il tempo.»
«È volato un anno.»
«Sembra ieri.»
Ma forse il tempo non va da nessuna parte.

Resta disseminato nelle persone che abbiamo incontrato, nelle cose che abbiamo fatto e in quelle che siamo ancora capaci di ricordare.
Siamo noi che gli passiamo dentro.
E allora, visto che fermarlo non possiamo, possiamo almeno provare a fare una cosa.
Non limitarci ad allungare la vita.
Proviamo ad allargarla.
Possibilmente parecchio.
Perché alla fine non conterà soltanto quanti anni abbiamo avuto.
Conterà quanti, di quegli anni, siamo riusciti davvero a vivere.

Riflessione ispirata a pensieri di Luciano De Crescenzo nel film 32 dicembre (1988).
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