Ci sono viaggi che, quando li fai, sono semplicemente viaggi.
Poi passa il tempo.
Succedono cose che nessuno avrebbe immaginato.
E quello stesso viaggio diventa quasi una fotografia di un mondo che non esiste più.
Per me Kiev è uno di questi.
Ci sono stato nel 2010.
Molto prima della guerra.
E proprio oggi sento che vale la pena raccontare quella Kiev.
Non per entrare nel merito di chi abbia ragione o torto. Non è questo il senso di UITUIT e non è questo ciò che voglio fare.
Io faccio fatica ad accettare il concetto stesso di guerra.
Ma trovo ancora più difficile comprendere che due popoli che per decenni hanno condiviso lo stesso Stato, famiglie, lavoro, storia e una parte della propria cultura possano ritrovarsi un giorno a combattersi.
Per questo il mio non vuole essere un articolo sulla guerra.
È esattamente il contrario.
È il ricordo di Kiev prima che la guerra diventasse inevitabilmente parte di qualsiasi racconto sulla città.
Voglio ricordarla com’era quando la vidi io.
Con le sue piazze.
I palazzi severi.
Le vetrine scintillanti.
I vecchi ascensori.
I MiG.
I mercati.
E persino una carbonara.
Perché le città, prima di diventare titoli di telegiornale, sono soprattutto questo.
Luoghi nei quali le persone vivono.
Ma cosa ci facevo a Kiev?
Non ero lì propriamente per turismo.
Il viaggio aveva uno scopo commerciale.
Eravamo andati in Ucraina per capire se esistessero le condizioni per importare farina in Italia.
L’Ucraina era, e continua a essere, uno dei grandi territori cerealicoli d’Europa.
Quindi il ragionamento aveva una sua logica.
Capire la produzione.
Valutare i fornitori.
Vedere da dove proveniva il grano.
Studiare costi e possibilità di esportazione.
E avevamo anche un vantaggio non indifferente.
Durante gli spostamenti avevamo con noi un accompagnatore istituzionale che oltre a portarci in giro ci faceva praticamente anche da guida.
Una situazione che adoro.
Perché puoi vedere una città dal finestrino e contemporaneamente bombardare di domande qualcuno che quella città la conosce veramente.
E naturalmente io lo facevo.
«Scusa… ma quello era il palazzo del KGB?»
Eravamo in macchina.
Guardavo gli edifici passare dal finestrino.
Ed è una delle cose che faccio sempre quando viaggio.
Osservo.
Non necessariamente ciò che mi indicano.
Anzi, spesso mi incuriosisce molto di più quello che non mi indicano.
A un certo punto vidi un edificio.
Grande.
Imponente.
Severo.
Aveva quel colore e quell’architettura che nella mia testa corrispondevano perfettamente a tutto quello che per anni il cinema mi aveva insegnato sull’Unione Sovietica.
Guardai il nostro accompagnatore e gli chiesi:
«Scusa… ma per caso quello era il palazzo del KGB?»
Non ebbe bisogno di pensarci.
«Sì.»
E lì mi venne da ridere.
Non so nemmeno spiegare perché.
Forse perché avevo appena indovinato l’identità di un edificio soltanto guardandolo.
O forse perché significava che tutti quei film della Guerra fredda qualcosa mi avevano insegnato davvero.
Tra l’altro Kiev aveva effettivamente ospitato la sede dell’amministrazione ucraina del KGB in Volodymyrska Street, nell’edificio successivamente utilizzato dai servizi di sicurezza dell’Ucraina indipendente.
Quindi magari il mio radar cinematografico non funzionava poi così male.
Kiev sapeva ancora di URSS
Questa fu una delle sensazioni più forti di quel viaggio.
L’Unione Sovietica non esisteva più da quasi vent’anni.
Eppure in alcuni punti della città sembrava ancora presente.
Non parlo di degrado.
Anzi.
Gli edifici istituzionali che ricordo erano puliti, ordinati, perfettamente mantenuti.
Era l’architettura a parlare.
Grandi volumi.
Pietra.
Grigio.
Linee severe.
Una monumentalità che sembrava dire:
qui lo Stato deve essere più grande dell’uomo.
Poi percorrevi qualche centinaio di metri.
E cambiava tutto.
Khreshchatyk: e improvvisamente arrivava il lusso
La grande arteria del centro era Khreshchatyk.
Larghissima.
Elegante.
Sempre movimento, a qualsiasi ora.
E soprattutto piena di negozi con vetrine che ricordo ancora oggi.
Belle.
Ricercate.
Vistose.
Il lusso aveva preso casa lì.
E per me questa era una delle cose più interessanti di Kiev.
Potevi guardare un edificio e pensare immediatamente all’URSS.
Poi voltarti.
E trovarti davanti una vetrina che avrebbe potuto tranquillamente stare a Milano o Parigi.
Il passato e il futuro occupavano praticamente lo stesso marciapiede.
Maidan sotto casa
Il nostro appartamento si trovava proprio dietro Maidan Nezalezhnosti, Piazza dell’Indipendenza.
E quella piazza era bellissima.
Grande.
Aperta.
Scenografica.
Al centro svettava l’altissima colonna sormontata dalla figura femminile dorata.
Allora non conoscevo necessariamente tutta la simbologia del monumento.
La guardavo semplicemente.
E pensavo:
che bella.
A volte viaggiare è anche questo.
Non bisogna sempre sapere tutto prima.
Prima arriva l’emozione.
Poi, magari anni dopo, arriva la spiegazione.
Il Monastero di San Michele: l’oro sopra Kiev
Da Maidan potevamo muoverci tranquillamente a piedi e uno dei luoghi che ricordo meglio è il Monastero di San Michele, dedicato all’Arcangelo Michele, patrono e protettore della città.
Già da lontano era difficile non notarlo.
Pareti azzurre, quasi pastello, e cupole dorate che sembravano accendersi contro il cielo di Kiev.
Dopo tanti edifici severi, monumentali e ancora profondamente legati all’estetica sovietica, trovarsi davanti a San Michele significava cambiare completamente atmosfera.
Lì tornava fuori un’altra Kiev.
Più antica.
Religiosa.
Colorata.
Il monastero affonda le proprie origini nel Medioevo, anche se ciò che vediamo oggi racconta una storia molto più tormentata. Nel XVIII secolo l’esterno venne trasformato secondo il gusto del Barocco ucraino, mentre l’interno conservò elementi della tradizione bizantina.
Ma la cosa che più mi colpì quando ne conobbi la storia fu scoprire che gran parte del complesso originario era stata demolita durante il periodo sovietico negli anni Trenta.
Un edificio religioso considerato incompatibile con la nuova ideologia.
Una parte dell’antica struttura sopravvisse, ma la cattedrale che oggi domina il complesso è frutto della ricostruzione avvenuta dopo l’indipendenza dell’Ucraina e riaperta al culto alla fine degli anni Novanta.
E anche questo, senza volerlo, raccontava perfettamente la Kiev che stavo conoscendo.
Una città nella quale continuavano a convivere pezzi di storia che qualcuno aveva cercato di cancellare.
Ricordo anche l’atmosfera delle celebrazioni ortodosse.
Canti.
Preghiere.
Tempi completamente diversi dai nostri.
Il rito poteva durare a lungo e tutto sembrava svolgersi con una solennità particolare.
Ma soprattutto mi è rimasta impressa la luce.
Quelle cupole dorate.
Il colore azzurro delle facciate.
Il cielo.
Quando il sole colpiva l’oro, San Michele diventava quasi impossibile da ignorare.
E pensavo ancora una volta a quanto fosse sorprendente Kiev.
Poco prima potevo osservare un edificio che mi riportava con la mente al KGB e alla Guerra fredda.
Poi bastavano pochi minuti a piedi.
E davanti a me comparivano cupole dorate, icone e secoli di fede ortodossa.
Un’altra Kiev ancora.
E forse era proprio questa continua sovrapposizione di mondi diversi a rendere la città così interessante ai miei occhi.
La Kiev sotterranea: le grotte, i santi e il silenzio della Lavra
Un’altra visita che mi è rimasta impressa fu quella alla Lavra delle Grotte di Kiev, la celebre Kyiv-Pechersk Lavra.
Sotto il grande complesso monastico si sviluppa un vero mondo sotterraneo fatto di cunicoli stretti, passaggi, piccole cappelle e sepolture.
Da secoli lì vengono custodite e venerate le reliquie di monaci e santi, e ricordo bene quelle gallerie percorse quasi in silenzio, con un’atmosfera raccolta e completamente diversa da tutto ciò che avevo visto fino a quel momento.
Mi sono rimaste impresse soprattutto le bare e le teche con i corpi venerati dai fedeli, una presenza forte che rendeva ancora più evidente quanto quel luogo fosse prima di tutto un posto di fede.
E pensavo a quanto fosse sorprendente Kiev.
Poco prima avevo visto palazzi che mi riportavano alla Guerra fredda, monumenti sovietici, MiG ed elicotteri militari.
Lì sotto, invece, non c’era nulla di tutto questo.
C’erano il silenzio, la religione, la memoria e quasi mille anni di storia.
Un’altra Kiev ancora, nascosta sotto quella che camminava in superficie.
Gli ascensori da film di spionaggio
Ma forse i miei ricordi più personali non appartengono ai monumenti.
Appartengono ai palazzi.
Agli ingressi.
Ai corridoi.
Alle scale.
E soprattutto…
agli ascensori.
Alcune cabine erano piccole.
Strette.
Un po’ tetre.
Metallo.
Luci non esattamente allegre.
Certe volte, entrando, mi sembrava di essere finito direttamente dentro Gorky Park, il film con William Hurt e Lee Marvin che nella mia memoria rappresentava perfettamente una certa atmosfera da Guerra fredda.

Mi aspettavo quasi di vedere aprirsi la porta e trovare qualcuno con impermeabile scuro e cartella sotto il braccio.
Il cinema fa strani scherzi.
Prima ti fa immaginare un posto.
Poi, molti anni dopo, entri davvero in qualcosa che gli assomiglia.
Il museo della guerra
Una delle visite che mi colpì maggiormente fu quella al grande complesso museale dedicato alla guerra e ai caduti.
Chiamarlo semplicemente museo, almeno per quello che ricordo, è riduttivo.
Era quasi un mausoleo.
Un enorme luogo della memoria.
Ricordo le grandi statue.
Le figure monumentali.
Le iscrizioni.
Quella estetica sovietica immediatamente riconoscibile, fatta di corpi forti, volti severi, sacrificio e patria.

Ma soprattutto ricordo la cura.
Il rispetto.
Indipendentemente dalla bandiera, dal governo e dalla politica, percepivi chiaramente che quel luogo era stato costruito per ricordare persone che erano morte.
E questo mi colpì.
Perché davanti ai morti, secondo me, le bandiere dovrebbero diventare improvvisamente molto più piccole.
Poi uscivi fuori…
Ed ecco un gigantesco spazio pieno di mezzi militari.
Aerei

Cannoni.
Carri.
Elicotteri.
E tra questi un velivolo che avevo visto tante volte nell’immaginario cinematografico legato alla guerra in Afghanistan:
il Mi-24.

L’elicottero d’attacco sovietico.
E naturalmente, quando scoprii che era possibile entrarci…
entrai.
Dentro un MiG
Provai anche a sedermi nel posto di pilotaggio di un MiG-23..
E lì scoprii qualcosa che da fuori non si capisce.
Le macchine militari non sono costruite per essere comode.
Sono costruite per funzionare.
Metallo.
Leve.
Comandi rigidi.
Cloche con parti dure.
Spigoli.
Pochissimo spazio.
Io, che sono piuttosto alto, me ne accorsi immediatamente.
Bisognava quasi fare attenzione a come muoversi per non farsi male mentre l’aereo era fermo.
E allora iniziai a pensare.
Se questa è la sensazione a terra, immaginiamo cosa significhi stare lì dentro durante una virata.
Un’accelerazione.
Una picchiata.
Con il corpo sottoposto a forze enormi.
Gli strumenti da controllare.
Le comunicazioni.
Il bersaglio.
Le armi.
E magari contemporaneamente qualcuno che sta cercando di colpirti.
«Una bara volante»
Lì scambiai anche qualche parola con un pilota.
Parlando del MiG utilizzò un’espressione che non ho più dimenticato.
Più o meno:
«Una bara volante.»
Non so quanto stesse scherzando.
Ma dopo essermi seduto lì dentro, non avevo troppa voglia di verificare personalmente.
Essere pilota militare è qualcosa che richiede capacità fisiche e mentali fuori dal comune.
E quando aggiungiamo che bisogna anche essere in grado di utilizzare delle armi…
No.
Non è un mestiere per tutti.
E la farina?
Naturalmente, nel frattempo, c’era il motivo per cui eravamo realmente arrivati in Ucraina.
La farina.
Approfondimmo il prodotto.
Le provenienze.
Il grano utilizzato.
Le zone di coltivazione.
Ed è lì che personalmente cominciai ad avere qualche dubbio.
Per quello che mi venne spiegato durante quel viaggio, parte del grano che avremmo dovuto valutare proveniva da aree rurali che io consideravo un po’ troppo vicine a Chernobyl per i miei gusti.
Attenzione.
Questo non significa dire che il grano ucraino fosse contaminato o che la farina fosse pericolosa.
Sarebbe una conclusione che non posso e non voglio fare.
Era semplicemente la valutazione che feci io in quel momento, sulla base delle informazioni che avevamo e soprattutto considerando che stavamo parlando di un prodotto destinato all’alimentazione.
Quando si tratta di cibo, preferisco avere un dubbio in più che uno in meno.
Alla fine dissi:
«Lasciamo stare.»
E aggiunsi più o meno:
«A questo punto, visto che si parla perfino di farina di grillo, troviamo un grosso fornitore e facciamo scorta: almeno siamo sicuri che la pasta salta meglio!» 😄
L’operazione non si fece.
E probabilmente quella fu la decisione giusta per noi.
Poi arrivò la carbonara
Ma c’era un problema.
Dopo aver passato giornate a parlare di grano e farina…
prima o poi bisognava anche mangiare.
E qualcuno ebbe l’idea:
i miei accompagnatori decisero di farmi una sorpresa.
«Stasera ti portiamo a mangiare una vera carbonara.»
Essendo italiano, l’idea mi incuriosì.
Così iniziarono a spiegarmi come la preparavano.
Dopo il terzo ingrediente li fermai con un sorriso.
«Aspettate un momento…
Ho un’idea migliore.»
Avevamo a disposizione un appartamento con una cucina perfettamente attrezzata.
«Portatemi in un mercato tipico.
Gli ingredienti li scelgo io.
Stasera la carbonara la preparo come si deve.»
Pochi minuti dopo eravamo al Mercato Coperto di Bessarabka, uno dei luoghi più iconici di Kiev.
Il mercato che ricordo ancora
Il Bessarabka era una meraviglia da osservare.
Io ricordo soprattutto i banchi della carne.
Grandi pezzi freschi appoggiati direttamente su ampi piani di marmo.
La cosa mi colpì.
Non vedevo le grandi celle frigorifere o le confezioni cui siamo abituati.
La spiegazione che ricevetti fu semplicissima:
quella carne arrivava fresca e veniva venduta.
Non aveva praticamente il tempo di avanzare.
E poi le verdure.
Quelle sì che sembravano scenografie.
Colori.
Composizioni ordinate.
Conserve.
Barattoli.
E soprattutto tante teste d’aglio in salamoia, alcune di colori differenti, insieme ad altre verdure conservate.
Era bellissimo.
Perché quando viaggio mi piace guardare anche questo.
I monumenti raccontano la storia ufficiale di una città.
I mercati raccontano come vive.
Missione Carbonara
Comprai quello che serviva.
Qualcosa trovammo esattamente come lo volevo.
Qualcosa dovetti adattarlo.
Poi tornammo nell’appartamento.
E iniziai.
Pasta.
Uova.
Formaggio.
Carne.
Padella.
A quel punto tutta Kiev poteva anche aspettare.
C’era una carbonara da salvare.
Il risultato?
Successo.
Complimenti.
Bis.
E qualcuno decise che, dopo quella sera, non potevo più chiamarmi semplicemente Carlo.
Ero diventato:
Carlo Carbonarovich.
Perché raccontare Kiev proprio adesso?
A parte che adesso mi è venuto in mente ma forse è questa la vera ragione per cui oggi ho voluto recuperare questo viaggio.
Perché quando una città entra quotidianamente nelle notizie per bombardamenti, missili, droni e guerra, rischiamo lentamente di dimenticare una cosa.
Prima di tutto quella è una città.
Ci sono case.
Mercati.
Chiese.
Ascensori.
Vetrine.
Persone che vanno al lavoro.
Ragazzi che prendono un caffè.
Famiglie che fanno la spesa.
Nel 2010 io vidi quella Kiev.
Non so cosa troverei oggi tornando negli stessi luoghi.
E forse proprio per questo sento il bisogno di conservarne il ricordo.
Non per dire com’era meglio.
Non per fare politica.
E nemmeno per spiegare una guerra che non saprei spiegare.
Ma semplicemente per ricordare che prima della guerra esisteva la vita quotidiana.
E che quando finirà, perché prima o poi dovrà finire, sarà proprio quella vita a dover ricominciare.
La mia Kiev
Quando penso a quei giorni non vedo una fotografia sola.
Vedo la severità dei vecchi palazzi sovietici.
Le vetrine scintillanti di Khreshchatyk.
La figura dorata sopra Maidan.
Le cupole di San Michele.
Un ascensore degno di un film di spionaggio.
Il palazzo del KGB riconosciuto dal finestrino di un’automobile.
Un Mi-24.
Un MiG.
Un pilota che parla di bare volanti.
Il nostro accompagnatore che risponde alle mie domande.
Un affare sulla farina che non si fece.
Le montagne di verdure del Bessarabka.
L’aglio colorato.
E una carbonara cucinata a migliaia di chilometri da casa.
Forse è proprio questo che rimane davvero dei viaggi.
Non la lista delle cose che abbiamo visitato.
I particolari.
Quelli che, sedici anni dopo, riescono ancora a ricostruire una città intera.
La Kiev che ho conosciuto io appartiene ormai a un altro momento della storia.
E allora questo UIT serve proprio a questo:
a conservarla.
Con i suoi grigi.
I suoi ori.
Il suo passato sovietico.
La sua voglia di modernità.
I suoi mercati.
E, da qualche parte dietro Maidan, un appartamento nel quale per una sera un napoletano diventò…
Carlo Carbonarovich.

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