Mimmo Fontanella, quello che Napoli la guarda prima di fotografarla

Fotografia, cinema, amicizia e quelle discussioni in cui lui guarda l’immagine e io finisco inevitabilmente a cercare i numeri.

Ci sono voluti un attore britannico e un viaggio dagli Stati Uniti per far incontrare due napoletani che provenivano da quartieri praticamente confinanti.

Uno dei due ero io.

L’altro era Mimmo Fontanella.

L’involontario intermediario fu Bruce Payne, attore britannico che probabilmente non immaginava di essersi trasformato, per qualche ora, anche in un’agenzia matrimoniale dell’amicizia napoletana.

Da quell’incontro è nato un rapporto che dura ancora oggi.

Un rapporto fatto di amicizia, stima, progetti, telefonate, idee.

E anche, diciamolo subito, di qualche discussione.

Anzi.

Parecchie discussioni.

Mimmo dietro un obiettivo

Definire Mimmo semplicemente fotografo sarebbe riduttivo.

È certamente un fotografo eccellente, ma è anche creativo, grafico, regista e sceneggiatore.

Ha soprattutto una qualità che, secondo me, distingue chi sa usare una macchina fotografica da chi sa veramente fotografare:

prima guarda.

Perché una bella fotografia non nasce soltanto dalla luce corretta, dall’obiettivo giusto o dall’inquadratura perfetta.

Nasce dal riuscire a vedere qualcosa che gli altri, pur trovandosi nello stesso posto, magari non hanno notato.

Napoli, da questo punto di vista, gli offre materiale praticamente infinito.

Volti.

Vicolo.

Finestre.

Panni stesi.

Gesti.

Persone che non sanno di essere, per qualche secondo, dentro una storia.

Mimmo molte di quelle storie riesce a fermarle.

E forse è proprio questo che mi piace maggiormente del suo lavoro.

Non fotografa soltanto Napoli.

Fotografa quella Napoli che, se passi troppo velocemente, rischi di non vedere.

Poi però cominciamo a discutere

Fin qui tutto bene.

Il problema nasce quando Mimmo dimentica un piccolo particolare.

Non può essere tuttologo.

E qui so già che, leggendo, starà cominciando a protestare.

Vero, Mimmuzzo?

Quando parliamo di fotografia, creatività, grafica, regia o sceneggiatura, io ascolto.

Quello è il suo mondo.

Sarebbe piuttosto presuntuoso da parte mia spiegare a un fotografo come costruire un’immagine o a un regista come immaginare una scena.

Poi, però, capita che un progetto entri in un territorio diverso.

Quello tecnico, amministrativo e finanziario.

Ed è lì che cominciano le nostre battaglie.

Mimmo guarda una presentazione e vede prima l’immagine.

Io guardo la stessa presentazione e comincio a cercare i numeri.

Lui può chiedersi:

È bella? Comunica quello che vogliamo raccontare? Ha la forza giusta?

Io penso:

Quanto costa? Quanto rende? Come rientra l’investimento? Qual è il rischio?

Non perché l’estetica non conti.

Conta eccome.

Ma se dall’altra parte del tavolo ci sono un investitore, un finanziatore o una banca, prima o poi arriva una domanda molto meno poetica:

«Quanto rende?»

E lì, caro Mimmuzzo, la fotografia più bella del mondo non può sostituire una cosa fondamentale:

i numeri devono tornare.

Due modi diversi di guardare la stessa cosa

Probabilmente discutiamo proprio perché vogliamo ottenere lo stesso risultato.

Solo che ci arriviamo da due strade diverse.

Mimmo parte dall’idea e cerca il modo migliore per farla vedere.

Io parto dalla struttura e cerco il modo migliore per farla stare in piedi.

Lui guarda il fotogramma.

Io, inevitabilmente, anche il foglio Excel.

Ed è forse proprio lì che due professionalità differenti possono diventare complementari.

Purché nessuno pretenda di fare il mestiere dell’altro.

Questa frase, naturalmente, è rivolta soprattutto a Mimmo.

Io sono notoriamente innocentissimo.

Da una fotografia a Ragù

Negli ultimi tempi Mimmo ha portato il suo modo di osservare le persone anche dentro un progetto cinematografico.

Ragù.

E già il titolo contiene Napoli.

Perché il ragù napoletano non è soltanto qualcosa che si mangia.

È attesa.

È tempo.

È quella pentola che comincia a lavorare quando la casa ancora dorme e che, ore dopo, ha praticamente informato dell’esistenza del pranzo anche i vicini.

Ragù nasce proprio da questo territorio: famiglia, memoria, tradizione, rapporti umani.

Storie apparentemente piccole che, quando vengono raccontate bene, smettono di appartenere soltanto a Napoli.

Diventano universali.

Ed è qui che ritrovo molto del Mimmo fotografo.

Perché prima ancora di costruire una scena bisogna saperla osservare.

Prima ancora di scrivere un personaggio bisogna conoscere le persone.

E prima ancora di raccontare Napoli bisogna averla guardata abbastanza a lungo da riconoscerne anche i silenzi.

Le fotografie di Mimmo

In questo UIT voglio quindi lasciare spazio soprattutto alle immagini.

Non voglio che siano semplicemente una galleria dei suoi lavori.

Vorrei che fossero un piccolo percorso dentro il suo modo di vedere.

Napoli attraverso i volti.

Napoli attraverso i vicoli.

Napoli attraverso quei dettagli che normalmente durano pochi secondi e che una fotografia può trasformare in memoria.

I commenti alle fotografie, invece, continueranno a essere miei.

Almeno su quelli, Mimmuzzo, non puoi mettere bocca.

O meglio.

Puoi provarci.

Alla fine rimane l’amicizia

Potrei raccontare Mimmo elencando lavori, fotografie, progetti e competenze.

Ma probabilmente finirei per raccontare soltanto il professionista.

Io invece conosco anche l’altro.

Quello con cui si può ridere.

Quello con cui si può discutere.

Quello a cui posso dire tranquillamente che, questa volta, secondo me sta sbagliando.

E dal quale posso sentirmi rispondere esattamente la stessa cosa.

Forse la stima vera è proprio questa.

Non dire sempre:

«Hai ragione.»

Ma poter dire:

«Secondo me stai dicendo una fesseria.»

E ritrovarsi ancora lì cinque minuti dopo.

A parlare del prossimo progetto.

Un abbraccio quindi a Mimmo.

E naturalmente anche alla sua dolce Nunzia.

Quanto a noi due, Mimmuzzo, continueremo certamente a discutere.

Tu occupati dell’inquadratura.

Ai numeri lascia fare a me. 😉

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