Nella mia vita ho fatto tanti lavori.
Alcuni sono durati parecchio, altri molto meno.
Nei primi anni ’80, nel periodo del dopoterremoto, uno dei primi fu quello di segretario in un’agenzia teatrale abbastanza importante nel panorama napoletano.
A pensarci oggi, già la sede aveva qualcosa di particolare
Perché un’agenzia teatrale napoletana di quegli anni te la immagini magari alla Galleria Umberto, tra uffici, fotografie di artisti alle pareti e gente dello spettacolo che entra ed esce.
E invece no.
Era a Secondigliano.
Ricordo ancora l’indirizzo: II Traversa del Cassano.
Il numero civico, invece, mi dispiace, ma proprio non me lo ricordo.
E poi, dopo più di quarant’anni, a cosa servirebbe?
L’agenzia non c’è più.
E non c’è più nemmeno il suo titolare, Angelo Del Giudice.
Ma di quel periodo conservo ancora un ricordo molto piacevole.
Evidentemente il mio comportamento, il mio modo di fare e soprattutto quella mia aria da bravo ragazzo mettevano tutti abbastanza a proprio agio.
Lo dicevano gli altri, sia chiaro.
Non vorrei sembrare uno che, dopo più di quarant’anni, abbia deciso di scriversi da solo una lettera di referenze. 😊
Diciamo che avevo anche una certa aria da anima innocente.
Questo, invece, l’ho aggiunto io.
Prendevo i messaggi per il titolare, ricevevo chi passava dall’agenzia e, molto spesso, mi veniva affidato il compito di consegnare documenti, inviti o comunicazioni.
A quel punto mi mettevo al volante di una fiammante Renault 5 color verde mela, che l’agenzia mi aveva messo a disposizione, e via per Napoli a raggiungere il destinatario.
Che, qualche volta, non era esattamente uno qualunque.
Quando i nomi cominciarono ad avere un volto
Di quel periodo ci sono due persone alle quali, se fosse possibile, mi farebbe davvero piacere poter stringere nuovamente la mano.
Tra i frequentatori dell’agenzia c’era anche Ernesto Mahieux, già allora artista conosciuto.
Naturalmente non potevo immaginare che, quasi trent’anni dopo, lo avrei ritrovato sul grande schermo in Fortapàsc, nella splendida interpretazione di Sasà, uno dei personaggi legati alla redazione del giornale napoletano Il Mattino.
Ma di Ernesto io ricordo soprattutto una cosa molto più piccola.
E decisamente più personale.
Ogni volta che entrava in ufficio ci teneva a salutarmi e a fermarsi qualche minuto per scambiare quattro chiacchiere con me.
Così come faceva Nunzio Areni, uno dei nomi legati alla formazione storica della Nuova Compagnia di Canto Popolare.
Quella straordinaria esperienza musicale che riportò alla luce tanta parte della tradizione popolare napoletana e che molti ricordano anche per la loro interpretazione di Tammurriata nera.
Poi c’erano altri nomi.
Nomi che, fino a quel momento, per me appartenevano alla televisione, al cinema, ai dischi.
E improvvisamente cominciavano ad avere anche un volto davanti al mio.
Nino Taranto
Uno di questi era Nino Taranto.
Ebbi il privilegio di andare a prenderlo nella sua casa al Parco Grifeo per accompagnarlo in agenzia.
Oggi, ripensandoci, la cosa mi fa sorridere.
Per lui probabilmente ero semplicemente il ragazzo mandato dall’agenzia.
Per me, invece, quello che avevo accanto era Nino Taranto.
E diciamo che la prospettiva non era proprio la stessa.
Ma fu la seconda volta che lo incontrai a lasciarmi il ricordo più bello.
Eravamo dietro le quinte di un teatro di Secondigliano, dove doveva ricevere un premio alla carriera.
A un certo punto gli offrii un po’ di Coca-Cola.
All’epoca c’erano quei grandi bicchieri di cartoncino con il marchio della bibita.
Solo che i bicchieri erano finiti.
Ne era rimasto uno.
Il mio.
Quello dal quale avevo già bevuto.
E io cosa pensai bene di fare?
Glielo dissi.
Anzi, glielo chiesi.
Ancora oggi, quando ci penso, mi domando:
ma come mi venne in mente?
Io, poco più che ventenne, davanti a un mostro sacro della storia del cinema e del teatro napoletano, gli stavo praticamente chiedendo se volesse bere dal mio bicchiere.
Lui mi guardò.
E con una naturalezza disarmante mi disse:

«Uagliò, mica tieni ‘a TBC? E nun te preoccupà… mesci.»
😊
Che dire?
Un vero signore.
Perché dietro quella battuta c’era una semplicità e un’umiltà che, a distanza di più di quarant’anni, ricordo ancora perfettamente.
Forse è proprio questo che rimane delle persone veramente grandi.
Non il modo in cui ti fanno capire chi sono.
Ma il modo in cui riescono a non fartelo pesare.
Enzo Cannavale
Conobbi anche Enzo Cannavale.
A lui recapitavo spesso inviti e comunicazioni e qualche volta lo trovavo già giù, in zona Chiaia, fuori al portone del palazzo di via Gennaro Serra 1, ad aspettarmi.
Arrivavo.
Gli consegnavo quello che dovevo consegnargli.
Scambiavamo qualche parola.
E me ne tornavo in agenzia.
Con la R5 verde mela.
Tutto molto normale.
Ed era forse proprio quella normalità a rendere la cosa straordinaria.
Perché uomini che per milioni di persone stavano dentro uno schermo, per qualche minuto stavano semplicemente davanti a me.
Antonello Rondi e gli LP di Titta
Un frequentatore abbastanza assiduo dell’agenzia era anche Antonello Rondi.
Non posso dire che tra noi ci fosse amicizia.
Il rapporto rimaneva quello che doveva essere: io ero il segretario dell’agenzia, lui uno degli artisti che la frequentavano.
Però ormai ci conoscevamo.
Ci salutavamo, parlavamo.
E questa confidenza, evidentemente, un giorno mi fece commettere un errore.
Avevo vent’anni.
L’attenuante dell’età concedetemela.
Un giorno stavo parlando con Titta, la sorella di Lello Amendola, che di Antonello Rondi era una fan accanita.
Per chi non lo conoscesse, Rondi aveva una voce che a me ha sempre ricordato moltissimo quella del comunque inimitabile Massimo Ranieri.
Titta sapeva che lo vedevo spesso.
E così mi fece una richiesta.
«Carlo, ma non è che gli puoi chiedere qualche disco?»
Qualche disco.
Pensai.
Va bene.
Solo che per Titta il concetto di qualche doveva essere abbastanza elastico.
Perché li voleva praticamente tutti.
E possibilmente gli LP.
E io?
Glieli chiesi.
Davvero.
Ad Antonello Rondi.
«Antonello, una mia amica vorrebbe i tuoi dischi…»
Non ricordo quanti gliene chiesi, ma evidentemente abbastanza da fargli capire che Titta stava progettando di costruirsi la discografia completa senza passare dal negozio.
Risultato?
Mi diede un solo 45 giri.
E aggiunse:
«Dille a Titta ca ‘e dische se l’adda accattà.»
Giustamente.
😂
Aveva ragione lui.
E io imparai che essere il bravo ragazzo dell’agenzia andava bene.
Ma fare anche da ufficio distribuzione gratuita di LP, forse, era chiedere troppo.
Franco Dani
Un giorno mi trovai faccia a faccia anche con Franco Dani.
All’epoca era uno dei belli dei fotoromanzi.
E quando dico bello intendo proprio uno di quelli ai quali Madre Natura, quel giorno, evidentemente aveva deciso di dedicare un po’ più di tempo.
Io naturalmente non ero minimamente geloso.
Quasi.
Ma di quell’incontro mi rimase impresso anche un altro particolare.
Dani.
Un nome che, per ragioni completamente diverse, sarebbe tornato nella mia vita parecchie altre volte.
Come Maria.
Diciamo pure dei nomi che mi avrebbero quasi “perseguitato”. 😊
Ma questa è un’altra storia.
Bobby Solo e quella chitarra
E poi ci fu Bobby Solo.
Eravamo dietro le quinte di una manifestazione canora.
Io ero lì per conto dell’agenzia.
Lui aveva qualche problema con la sua chitarra.
Non ricordo più quale fosse esattamente il problema.
Ricordo però benissimo che non andava affatto d’accordo con lei.
E soprattutto ricordo che, a un certo punto, se la prese con me.
Con me.
Che con quella chitarra non avevo assolutamente niente a che vedere.
Lo guardavo mentre protestava e dentro di me pensavo:
«Niente niente questo pensa che sono il suo strumentista?»
No.
Ero il segretario dell’agenzia.
Quello con l’aria da bravo ragazzo.
L’anima innocente.
Ma evidentemente, quella sera, avevo anche l’aria di uno capace di aggiustare le chitarre.
E devo dire la verità.
Quella volta ci rimasi male.
E mi fece anche incazzare parecchio.
Oggi naturalmente ci rido sopra.
Anzi, ripensando al titolo della sua canzone più famosa, posso dirlo:
una lacrima sul viso gliel’avrei fatta scendere io.
Ma vera.
😊
E poi Nunzio Gallo
Ricordo anche il rapporto con Nunzio Gallo, un altro grande nome della canzone napoletana, assiduo frequentatore dell’agenzia teatrale.
E altri ancora.
Persone delle quali magari ricordo una telefonata, una richiesta, un messaggio lasciato in agenzia, qualche parola scambiata.
Ma non voglio trasformare questi ricordi in un elenco di nomi famosi.
Perché alcuni incontri sono diventati storie.
Altri sono rimasti semplicemente incontri.
E va bene così.
Poi cambiai strada
Quell’esperienza finì.
Cambiai lavoro.
La mia vita prese direzioni completamente diverse e quel piccolo mondo dello spettacolo rimase lì, tra i ricordi della giovinezza.
Uno di quei ricordi che ogni tanto riaffiorano quando vedi qualcuno in televisione e pensi:
«Questo io l’ho conosciuto.»
Credevo che il mio rapporto con quel mondo fosse finito lì.
E invece no.
Perché molti anni dopo, quando ormai facevo tutt’altro, lo spettacolo cominciò nuovamente a passarmi davanti.
Solo che questa volta io non ero più il ragazzo dell’agenzia.
Bruce Payne
Uno degli incontri più particolari fu quello con Bruce Payne.
Un attore inglese che molti conoscono per i suoi ruoli cinematografici e soprattutto per alcuni personaggi tutt’altro che rassicuranti.
Io, invece, ebbi modo di conoscere Bruce.
La persona.
Ci arrivai attraverso una signora argentina che viveva a Roma ed era amica della sua famiglia.
Da quell’incontro nacque un rapporto molto cordiale e passammo anche un paio di giorni insieme a Lecce, ospiti di Marco, un istruttore di cavalli.
Ma Bruce avrebbe avuto anche un altro ruolo nella mia storia.
Perché fu attraverso di lui che conobbi una persona destinata, con gli anni, a diventare per me un grande amico.
Mimmo Fontanella.
E senza accorgermene, quel mondo che avevo lasciato tanti anni prima cominciava ancora una volta ad avvicinarsi.
Mimmo e il suo Rragù
Con Mimmo il rapporto fu completamente diverso.
Non una conoscenza rimasta legata a un’occasione.
Nel tempo nacque un’amicizia vera.
E attraverso di lui tornai a respirare fotografia, cinema, attori, storie.
Solo che erano passati decenni.
Io non portavo più comunicazioni a Enzo Cannavale.
Non accompagnavo più Nino Taranto.
Non chiedevo più dischi gratis ad Antonello Rondi.
E soprattutto nessuno poteva più accusarmi di non saper aggiustare la chitarra di Bobby Solo.
Questa volta guardavo quel mondo da adulto.
Tra le storie di Mimmo ce n’è una alla quale sono particolarmente affezionato:
Il suo film.
E già il titolo, per un napoletano, contiene un mondo intero.
Perché il ragù da noi non è soltanto qualcosa che si mangia.
È tempo.
È attesa.
È famiglia.
È la domenica.
È una casa che comincia a profumare molte ore prima che qualcuno si sieda a tavola.
E soprattutto il ragù non ha fretta.
Deve cuocere lentamente.
Deve pappuliare.
Forse anche i ricordi funzionano così.
Ci sono quelli che accadono e finiscono.
E poi ci sono quelli che continuano a cuocere da qualche parte nella memoria, finché un giorno non tornano fuori.
Come questi.
Stefania, invece, veniva da molto più lontano
E poi c’è Stefania Di Francesco.
Ma con Stefania il discorso è completamente diverso.
Perché noi, in realtà, ci conoscevamo già da ragazzini.
Siamo cresciuti praticamente nello stesso posto, nel Rione INCIS di Ponticelli.
Non ci frequentavamo molto.
Io ero di un paio di generazioni più grande di lei e quindi avevamo comitive diverse, amicizie diverse e vite che già allora procedevano su binari differenti.
Ma ci conoscevamo.
Ci vedevamo.
Facevamo parte, in qualche maniera, dello stesso piccolo mondo.
Poi succede quello che succede quasi sempre.
Si cresce.
Ognuno prende la propria strada.
Le persone che da ragazzi facevano parte del tuo paesaggio quotidiano lentamente spariscono.
Non perché sia successo qualcosa.
Semplicemente perché la vita va avanti.
Ed è curioso che, dopo tanti anni, le nostre strade abbiano finito per incrociarsi nuovamente proprio intorno a quel mondo dello spettacolo che aveva attraversato anche la mia giovinezza.
Eravamo partiti entrambi da Ponticelli.
Avevamo preso strade completamente diverse.
E molti anni dopo, in qualche modo, quelle strade si erano incontrate di nuovo.
E poi Amedeo
Lungo questo percorso ho avuto modo di conoscere anche Amedeo Colella.
Un’altra di quelle persone attraverso le quali Napoli continua a raccontare se stessa.
La lingua.
Le storie.
Le abitudini.
Il cibo.
napoletano allo stato iperconcentrato, enciclopedia vivente di aneddoti, parole, personaggi, tradizioni, cucina e filosofia partenopea, con una quantità di Napoli in corpo tale che probabilmente il Vesuvio, prima di eruttare, gli telefona per chiedere un parere.
😄
Non racconta Napoli: la smonta, la spiega, la condisce, la recita e te la rimette davanti più napoletana di prima.
Se esiste un episodio dimenticato, lui lo conosce; se non lo conosce, c’è il serio rischio che lo conoscesse suo nonno.
In sintesi: Amedeo Colella è quel punto geografico in cui la cultura napoletana smette di essere materia di studio e comincia a parlare.
E chissà che non si riesca un giorno a combinare qualcosa…
La nostra è una conoscenza.
Non voglio attribuirle significati che non ha.
Ma anche Amedeo è diventato uno dei volti di quello stesso mondo che, in epoche completamente diverse, ha continuato ogni tanto ad attraversare la mia strada.
E poi, essendo amico di famiglia di mio cognato, non è neppure così difficile che le nostre strade tornino a incrociarsi.
Forse proprio per questo, negli anni, ci siamo ritrovati più di una volta.
Forse non era mai finita
E allora, ripensandoci oggi, forse quel lavoro di più di quarant’anni fa non fu semplicemente uno dei tanti lavori che ho fatto.
Forse mi lasciò qualcosa.
Da ragazzo mi passavano davanti Nino Taranto, Enzo Cannavale, Antonello Rondi, Franco Dani, Bobby Solo, Nunzio Gallo e tanti altri.
Molti anni dopo sono arrivati Bruce Payne, Mimmo Fontanella, Stefania Di Francesco, Amedeo Colella,
Persone diverse.
Generazioni diverse.
Mondi diversi.
Nel frattempo io ho fatto tutt’altro.
Ho lavorato.
Ho viaggiato.
Ho conosciuto persone e posti che, quando ero seduto dietro quella scrivania dell’agenzia, non avrei nemmeno immaginato.
Eppure ogni tanto quel mondo è tornato.
Senza che lo cercassi.
Senza che ne facessi veramente parte.
È comparso.
Ha percorso per qualche tratto la mia stessa strada.
E poi magari se n’è andato di nuovo.
Forse è proprio per questo che, ripensando a tutto oggi, non riesco a trovare un titolo migliore.
Perché io nello spettacolo non ci ho mai lavorato davvero.
Non ne sono mai stato protagonista.
Ma per qualche strana ragione, da quando ero poco più di un ragazzo fino a molti anni dopo,
lo spettacolo mi è sempre passato davanti.
E qualche volta non mi sono fermato a guardarlo ma l’ho accompagnato anche con una R5 verde mela.

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4 risposte
Conoscevo parte della storia ☺️.
Che bella sensazione tornare ai vecchi tempi ❤️
Anche se sono passti anni, come tu racconti ed egregiamente, non dà l’impressione di leggere un ricordo di quarant’anni fa, ma di assistere a qualcosa che sta succedendo adesso.
Letto tutto d’un fiato….deve essere stata una bellissima esperienza visto che con qualcuno dei grandi citati si è instaurato anche un rapporto al di la’ dei ruoli lavorativi…e penso si sia visto di tanti di loro se non di tutto il loro vero essere che in tante occasioni non corrisponde a ciò che si vede al di là della telecamera. Ottimo !!!
Grazie davvero! È proprio questo l’aspetto che mi è rimasto più impresso di quel periodo: avere la possibilità di vedere certi personaggi fuori dalla scena, lontani dal pubblico e dalle telecamere, semplicemente come persone. E qualche volta, al di là del lavoro, nasceva anche una simpatia o un rapporto più umano. Forse è per questo che, dopo tanti anni, alcuni episodi sono ancora così vivi nella memoria. 😊