A Napoli anche i fantasmi hanno una storia

Munaciello, Bella ’Mbriana, una regina, una bambina murata viva e barche che tornano dal mare. Storie alle quali non è necessario credere. Basta sapere che Napoli continua a raccontarle

Napoli ha una strana relazione con chi non c’è più.

Altrove i fantasmi abitano castelli abbandonati, vecchie soffitte, corridoi dove nessuno passa da cent’anni.

A Napoli no.

Qui possono stare in casa.

Possono nascondere qualcosa, lasciare qualche moneta, aprire una porta nel cuore della notte oppure, se siete particolarmente fortunati, proteggere la vostra famiglia.

Poi ce ne sono altri che preferiscono il mare.

Altri ancora i palazzi nobiliari.

Una regina continua, secondo la leggenda, ad aggirarsi nei luoghi della propria storia.

Una bambina non avrebbe mai lasciato le stanze nelle quali fu condannata.

Un grande medico, invece, continuerebbe semplicemente a guardare Napoli dall’alto.

Naturalmente sono leggende.

Ma a Napoli liquidare una leggenda dicendo semplicemente «non è vera» significa spesso perdere la parte più interessante.

Perché certe storie non servono a spiegare quello che è accaduto.

Servono a capire come una città ha deciso di ricordarlo.

E allora cominciamo dal più napoletano di tutti.

Il Munaciello: meglio farselo amico

Basso di statura, volto deforme, vestito con un piccolo saio e un cappuccio da monaco.

È il Munaciello.

Secondo alcune versioni il cappuccio sarebbe nero, secondo altre rosso.

Su una cosa invece la tradizione sembra abbastanza concorde: incontrarlo può essere una fortuna oppure un problema.

Dipende da lui.

E, possibilmente, anche da come gli state simpatici.

La leggenda più conosciuta lega la sua origine alla storia di Caterinella Frezza, giovane appartenente a una buona famiglia, innamoratasi di un garzone di nome Stefano Mariconda.

Un amore osteggiato.

E, come spesso accade nelle leggende napoletane, un amore destinato a finire male.

Stefano sarebbe stato assassinato proprio nel luogo dove i due innamorati si incontravano di nascosto.

Caterinella si rifugiò in convento e, qualche mese dopo, diede alla luce un bambino affetto da deformità.

Le suore gli confezionarono piccoli abiti simili a quelli monacali.

Da lì, secondo il racconto popolare, nacque il nome con il quale sarebbe diventato immortale:

’o Munaciello.

Il bambino morì ancora piccolo.

Ma evidentemente, almeno secondo Napoli, non aveva alcuna intenzione di smettere di combinare guai.

Da allora lo spirito del Munaciello avrebbe continuato ad aggirarsi nelle case.

E qui comincia la parte divertente.

Perché non è propriamente cattivo.

È umorale.

Può fischiare durante la notte.

Rompere piatti.

Aprire porte e ante.

Spostare oggetti.

Ma può anche suggerire numeri da giocare al lotto o lasciare qualche moneta in casa.

Un poltergeist napoletano?

Più o meno.

Con una differenza sostanziale: con il Munaciello, almeno secondo la tradizione, si può tentare di andare d’accordo.

E se vi dovesse lasciare dei soldi, c’è una regola.

Non raccontatelo a nessuno.

Il Munaciello non ama chi divulga i suoi regali.

Insomma, se una mattina trovate qualche moneta sul pavimento, prima di accusare qualcuno di aver bucato una tasca pensateci.

A Napoli non si sa mai.

Bella ’Mbriana: la padrona invisibile di casa

Se il Munaciello rappresenta il disordine, la Bella ’Mbriana è quasi il suo contrario.

È lo spirito buono della casa.

La presenza che protegge.

La tradizione la descrive come una donna bellissima, ma difficilissima da vedere.

Le sue apparizioni sarebbero rapidissime e concentrate soprattutto nelle ore più luminose della giornata.

Qualcuno racconta addirittura che, sorpresa da uno sguardo indiscreto, possa trasformarsi in un geco.

E infatti a Napoli il piccolo rettile che compare su un muro di casa difficilmente viene accolto come un intruso qualsiasi.

Meglio lasciarlo stare.

Non si sa mai chi sia venuto a controllare l’appartamento.

La leggenda racconta di una bellissima principessa che, privata dell’uomo amato, cominciò a vagare senza meta per Napoli.

Il re avrebbe chiesto agli abitanti di aprire le loro case per accoglierla.

Da allora la Bella ’Mbriana sarebbe diventata la protettrice domestica per eccellenza.

E qui emerge qualcosa di profondamente napoletano.

La casa non è soltanto muri.

È un organismo.

Ha persone, ricordi, rumori.

E magari anche qualche presenza che non paga il condominio.

La barchetta degli innamorati

Poi ci sono fantasmi che una casa non riuscirebbe mai a contenere.

Hanno bisogno del mare.

La Barchetta fantasma appartiene a loro.

È una leggenda degli amanti di Posillipo raccontata anche da Matilde Serao.

I protagonisti sono tre.

Tecla, donna bellissima e appartenente alla buona società.

Bruno, suo marito, innamorato di lei in maniera quasi disperata.

E Aldo.

L’uomo che cambia tutto.

Tecla non ama Bruno.

Lui le scrive, le porta fiori, le fa regali.

Lei rimane fredda.

Gli dice di rassegnarsi.

Poi però succede quello che Bruno probabilmente aveva temuto più di qualsiasi altra cosa.

Tecla incontra Aldo.

E basta uno sguardo.

Dal balcone comincia ad aspettarlo ogni sera.

Poi arrivano gli incontri segreti.

Una piccola barca.

Il mare aperto.

Un luogo abbastanza lontano dalla città per illudersi che nessuno possa vederli.

Finché arriva una notte di tempesta.

Tecla e Aldo decidono di fuggire.

Ma Bruno li osserva.

Tre persone.

Due barche.

Il mare in burrasca.

Le imbarcazioni si scontrano.

La tragedia è inevitabile.

Secondo il racconto, gli amanti riemergono tre volte, ancora abbracciati.

Muore anche Bruno.

Ma il mare, evidentemente, non considera conclusa la vicenda.

Perché nelle calde notti d’estate, racconta la leggenda, una piccola barca tornerebbe a materializzarsi nelle acque del Golfo.

Forse è soltanto il riflesso della luna.

Forse qualche luce lontana.

O forse è meglio non remare troppo vicino per controllare.

Giovanna I d’Angiò: una regina che non avrebbe mai lasciato Napoli

Non tutti i fantasmi appartengono al popolo.

Napoli ne avrebbe anche uno reale.

Quello di Giovanna I d’Angiò.

La sua fu una vita nella quale non mancò praticamente nulla: potere, matrimoni, passioni, rivalità, politica, complotti.

Secondo il racconto tramandato, la regina si sposò quattro volte nel tentativo di garantire un erede al Regno di Napoli.

La sua esistenza fu segnata da tensioni politiche e familiari fino alla conclusione più tragica.

Nel 1382 venne uccisa.

La tradizione vuole che sia stata soffocata con un cuscino per ordine di Carlo III di Durazzo.
E da quel momento comincia la leggenda.

Il suo fantasma sarebbe stato visto nei luoghi legati alla sua storia e, secondo una delle versioni popolari, il 27 luglio, anniversario della morte, tornerebbe a manifestarsi.

Ma qui c’è una piccola avvertenza.

Il volto della regina apparirebbe deformato dal dolore.

E chi incrociasse il suo sguardo…

Be’, secondo la leggenda non avrebbe molto tempo per raccontare l’esperienza.

Ed è forse proprio questa la parte più rassicurante della storia.

Non abbiamo testimonianze dirette.

Per un motivo abbastanza evidente.

Bianca: la bambina dietro le mura

Quella di Bianca è forse la storia più crudele di tutte.

Ci troviamo a Palazzo Spinelli di Laurino, edificio particolare anche per il suo cortile ellittico.

Ma non è l’architettura ad averlo reso protagonista di una delle leggende più inquietanti di Napoli.

È una bambina.

Bianca.

Orfana, sarebbe stata accolta dalla famiglia del duca di Laurino.

Era dolce, bella e particolarmente amata dal duca.

Troppo, almeno secondo sua moglie.

La marchesa Lorenza avrebbe cominciato a provare una gelosia sempre più feroce nei confronti della bambina, fino a prenderla al proprio servizio come damigella.

Un giorno il duca, prima di partire per la guerra, andò a salutare la moglie.

Lei lo ignorò.

Uscendo dalla stanza, l’uomo incontrò attraverso uno specchio lo sguardo compassionevole di Bianca.

Un gesto innocente.

Ma sufficiente, secondo la leggenda, a scatenare definitivamente la gelosia della marchesa.

La punizione fu mostruosa.

Bianca sarebbe stata murata viva nella propria stanza.

Prima che il muro si chiudesse, avrebbe pronunciato una frase destinata a sopravvivere:

«Famme pure mura’ viva, ma in allegrezza o in grannezza tu me vidarraje.»

Da quel momento il fantasma della bambina sarebbe comparso alla famiglia Spinelli per annunciare eventi importanti.

Una presenza prima delle gioie.

Ma anche prima delle tragedie.

Secondo la tradizione, Bianca si manifesterebbe tre giorni prima di un lieto evento, di una disgrazia o di un lutto.

È una leggenda terribile.

E forse proprio per questo ha attraversato i secoli.

Perché certe storie inventano i fantasmi quando la realtà è troppo crudele per essere dimenticata.

Palasciano: il fantasma che guarda Napoli

L’ultimo fantasma della nostra passeggiata è diverso dagli altri.

Non fa scherzi.

Non appare per annunciare tragedie.

Non cerca vendetta.

Guarda.

La Torre del Palasciano, sulla collina di Capodimonte, venne costruita per volontà di Ferdinando Palasciano, medico e uomo politico ricordato anche come uno dei precursori dei principi che avrebbero ispirato la Croce Rossa.

La costruzione, affidata all’architetto Antonio Cipolla, richiese molti anni.

La torre domina Napoli dall’alto.

E secondo la leggenda Palasciano non sarebbe mai riuscito davvero ad abbandonarla.

Una misteriosa forza lo terrebbe ancora legato alla sua casa.

Il suo fantasma sarebbe stato visto affacciarsi dalla torre.

Ma non per spaventare qualcuno.

Semplicemente per continuare a fare ciò che probabilmente amava fare da vivo:

guardare Napoli.

E forse non è difficile capirlo.

Ma Napoli crede davvero ai fantasmi?

Forse la domanda è sbagliata.

Non importa stabilire se il Munaciello abbia mai nascosto una moneta.

Se la Bella ’Mbriana attraversi davvero le stanze nelle ore più luminose.

Se una barchetta compaia nelle notti d’estate.

Se Giovanna continui a camminare per la città.

Se Bianca sia ancora dietro quelle mura.

O se Palasciano guardi Napoli dalla sua torre.

Le leggende non hanno bisogno di superare un esame di realtà.

Hanno un’altra funzione.

Conservano.

Prendono una persona, una paura, un amore finito male, un’ingiustizia, un luogo o semplicemente qualcosa che una città non vuole dimenticare e lo trasformano in racconto.

È così che i morti continuano a camminare.

Non necessariamente nei corridoi dei palazzi.

Ma nella memoria di chi racconta la loro storia.

Forse è proprio questo il segreto dei fantasmi napoletani.

Non fanno paura perché potrebbero esistere.

Affascinano perché, dopo secoli, Napoli continua ancora a parlare di loro.

E finché qualcuno continuerà a raccontarli, in fondo, nessuno di quei fantasmi avrà davvero bisogno di andarsene.

Se poi stanotte sentite aprirsi improvvisamente un’anta della cucina, naturalmente c’è una spiegazione razionale.

Probabilmente.

Ma prima di alzarvi per controllare…

date almeno un’occhiata sul pavimento.

Magari il Munaciello ha lasciato qualcosa.

Il munaciello avrà lasciato qualcosa?

 

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