Enzo e la cazzimma su quattroruote

Dal balcone dell’Isolato 11 alle corse in Opel Manta, dai passaggi “a cazzimma” agli incidenti sfiorati e alle risate tra amici. Il ricordo di Enzo e del gruppo del Rione INCIS racconta un’adolescenza fatta di amicizie, motori, bravate e personaggi impossibili da dimenticare.

Con Enzo ci conosciamo dal lontano 1972.

E, a pensarci oggi, anche il modo in cui diventammo amici appartiene a un mondo che non esiste quasi più.

Non ci conoscemmo a scuola, in palestra o attraverso amici comuni.

Ci conoscemmo dai balconi.

Io abitavo al quinto piano del nostro palazzo, l’Isolato 11. Enzo al terzo.

Da un balcone all’altro iniziammo a parlare, scherzare, chiamarci.

Poi, poco alla volta, il gruppo cominciò ad allargarsi.

Dal quarto piano arrivò Lello. Dal secondo Mimmo, per tutti Mimì, e suo fratello Aniello. Dal primo Gino Bovio.

E poi tutti gli altri ragazzi delle altre scale.

Dalla scala B arrivarono Roberto, Renato, Gianni Falzarano, Riccardo e Silvio Arrigo, insieme a Ciro Chietti.

Dalla scala A si aggiunsero i fratelli Manuzza, Lucio, Geppino, Lorenzo e il compianto Rino, grande chef e mezz’ala della nostra squadra con le maglie verdi, che purtroppo oggi non è più con noi.

Eravamo una bella comitiva.

Non sempre tutti insieme, naturalmente, ma abbastanza da trasformare quel palazzo, il campo davanti e tutto il Rione INCIS nel nostro territorio.

Lì siamo cresciuti.

Lì abbiamo fatto amicizia.

E lì abbiamo fatto anche una quantità impressionante di stupidaggini.

Alcune innocue.

Altre un po’ meno.

Poi Enzo andò in Germania

A un certo punto Enzo trascorse alcuni anni in Germania.

Andò lì a lavorare e lavorò duramente.

Quando decise di tornare al rione portò con sé due cose che avrebbero lasciato il segno.

La prima era una Opel Manta.

La seconda era il modo in cui aveva imparato a guidarla.

La Manta, nella sua prima versione, era sinceramente difficile da difendere.

Nera e arancione.

Aveva quel gusto molto particolare da automobile dell’emigrante rientrato dalla Germania che, in quegli anni, si riconosceva quasi a distanza.

Fortunatamente Enzo decise di farla riverniciare.

Carrozzeria bianca e cofano motore nero.

E diventò tutta un’altra macchina.

Più bella.

Più aggressiva.

E, soprattutto, molto più “Enzo”.

Nel nostro gruppo, una decina di ragazzi più o meno coetanei, era praticamente l’unico che potesse permettersi un’auto tutta sua.

Non perché fosse ricco.

Semplicemente aveva lavorato per anni in Germania e quella macchina se l’era guadagnata.

Ma dalla Germania Enzo era tornato anche con una considerevole esperienza al volante.

Era sicuro, sciolto, tecnicamente molto bravo.

E normalmente anche affidabile.

Il problema nasceva quando qualcuno gli dava il là.

A quel punto cambiava qualcosa.

Bastava dargli il là

Enzo non aveva bisogno di esibirsi.

Anzi, questa è una cosa importante.

Da solo certe cose non le faceva.

Non era quello che prendeva la macchina semplicemente per andare in giro a fare il fenomeno.

Gli serviva una vittima.

O, quantomeno, qualcuno seduto accanto.

E allora usciva fuori quella particolare forma di cazzimma che era tutta sua.

Il nostro quartiere, Napoli centro, Fuorigrotta…

Ogni strada poteva diventare improvvisamente un percorso.

Gimkane tra le macchine, sorpassi, cambi di direzione, passaggi in spazi che oggi, ripensandoci, sembrano scene costruite per il cinema.

Solo che non c’erano stuntman.

Non c’erano controfigure.

E soprattutto non c’era nessuno che gridava:

«Stop!»

A volte dava un passaggio a qualcuno quasi apposta.

Magari doveva tornare a casa a mangiare.

Ma se si presentava l’occasione di accompagnare qualcuno e regalargli dieci minuti di puro terrore, improvvisamente il pranzo poteva aspettare.

Poi tornava da noi.

E ci raccontava le reazioni del malcapitato di turno.

Roberto Di Vico, Riccardo Arrigo, Antimo Pimonte…

dite la verità:

cosa dareste oggi per provare ancora, anche solo per qualche minuto, uno di quei brividi?

Antimo voleva soltanto un passaggio

Antimo abitava proprio nel palazzo di fronte al nostro, l’Isolato 23.

Un giorno chiese a Enzo un passaggio per andare a Napoli.

Niente di particolare.

Il Rione INCIS distava più o meno una decina di chilometri da Piazza Garibaldi.

Enzo accettò volentieri.

Partirono.

E all’inizio andò tutto bene.

Uscita dal rione tranquilla.

Guida normale.

Antimo probabilmente pensò di essere stato fortunato.

Poi a Enzo presero quelli che noi chiamavamo:

i cinque minuti.

Improvvisamente, nella sua testa, si era fatto tardi.

Molto tardi.

Cominciò ad accelerare.

Sorpasso a destra.

Sorpasso a sinistra.

Una macchina.

Un’altra.

Un’altra ancora.

Antimo praticamente non ebbe il tempo di capire dove si trovasse.

Quando riuscì nuovamente a mettere a fuoco il mondo circostante, davanti a lui c’era già la Stazione Centrale di Piazza Garibaldi.

Del viaggio, Enzo ricordava soprattutto l’arrivo.

Antimo scese dalla Manta quasi piangendo.

Da allora, almeno secondo la leggenda del rione, Antimo sviluppò una certa diffidenza nei confronti dei passaggi in automobile.

Non importava chi guidasse.

Una signora anziana?

No.

Un vecchietto prudentissimo?

No.

Uno che non superava i trenta chilometri orari?

Meglio evitare.

Antimo preferiva l’autobus.

Comprensibile.

Il problema dell’emulazione

Il guaio è che Enzo aveva creato anche degli emulatori.

Con risultati non sempre all’altezza dell’originale.

Uno di questi fu Gianni Falzarano, della scala B.

Un giorno Gianni riuscì a impossessarsi delle chiavi dell’automobile di suo fratello.

Una Fiat 850 berlina beige.

Evidentemente pensò:

Se lo fa Enzo, perché non posso farlo anch’io?

Cominciò così a percorrere la strada principale del rione a tutta velocità.

Ora, “a tutta velocità” riferito a una Fiat 850 dell’epoca va interpretato con una certa elasticità.

Saranno stati ottanta chilometri all’ora.

Forse neanche.

Ma lì sembravano abbastanza.

Noi eravamo sul bordo della strada a guardare.

Praticamente come il pubblico di una prova speciale di rally.

Alla fine del rettilineo c’era una leggerissima curva verso sinistra.

Una cosa da niente.

Venticinque gradi, forse.

Una curva che normalmente avrebbe affrontato senza problemi anche mia nonna andando a fare la spesa.

Non abbiamo mai capito come ci riuscì.

Gianni arrivò alla curva…

la 850 sbandò…

si inclinò…

e si mise su un fianco.

Ricordo ancora quella macchina che continuava la sua corsa strisciando sull’asfalto.

Un rumore infernale.

Scintille.

Noi immobili a guardare.

Anche quella volta, fortunatamente, il risultato fu soprattutto un grandissimo spavento.

Gianni uscì praticamente intero.

Il problema vero cominciò qualche minuto dopo.

Perché sul posto arrivò anche suo padre.

E, secondo i nostri ricordi, si tolse la cintura dei pantaloni ancora prima di salire a casa.

Il resto ve lo lascio immaginare.

Probabilmente Gianni, quel giorno, scoprì che il ribaltamento della Fiat 850 era stato solo il primo incidente della giornata.

Noi, invece, continuavamo a salire con Enzo

A pensarci oggi avevamo evidentemente qualche problema.

Perché, nonostante tutto, continuavamo tranquillamente a salire nelle automobili guidate da Enzo.

Sapevamo già che prima o poi l’adrenalina sarebbe salita.

E, diciamolo senza troppe cerimonie:

ci piaceva pure.

Eravamo giovani.

E quando si presentava l’occasione di divertirci diventavamo un po’ tutti delle teste di cazzo.

Anche il più tranquillo del gruppo, appena saliva in macchina, subiva una misteriosa trasformazione.

Il livello successivo arrivò quando Enzo lasciò la Manta e comprò una BMW 323.

Via Cimarosa e il 181

Una sera uscì con Lello Amendola, il compianto Gianni Guastella, Daniele e Claudio.

Erano al Vomero, in via Cimarosa.

Saranno state più o meno le dieci di sera.

Via Cimarosa non era certo una strada sulla quale provare le prestazioni di una BMW.

Ma evidentemente quella sera Enzo aveva un’opinione diversa.

Entrò nella strada e cominciò ad accelerare.

Seconda.

Terza.

Poi addirittura:

quarta.

In una strada dove già cinquanta all’ora sembravano parecchi.

Secondo il racconto di chi era in macchina, arrivò molto rapidamente vicino ai cento chilometri orari.

E proprio allora, sulla destra, comparve lui.

Il 181 dell’ATAN.

Da quel momento…

fu Napoli.

La BMW andò praticamente a fare la diagnosi della scatola guida del 181.

L’impatto fu piuttosto violento.

Talmente violento che, dal foro provocato dalla macchina, si riuscivano praticamente a vedere parti dell’autobus che normalmente avrebbero dovuto restare ben nascoste.

Compresi, pare, i calzini dell’autista.

Fortunatamente il bilancio fu molto meno grave di quanto avrebbe potuto essere.

Qualche piccola contusione.

Un grandissimo spavento.

Parecchi danni ai mezzi.

Il conducente dell’autobus se la cavò e, a quell’ora, il 181 era quasi vuoto, quindi nessuno dei passeggeri riportò conseguenze.

E fu veramente una fortuna.

Perché oggi possiamo raccontarlo ridendo.

Ma poteva andare molto diversamente.

E io dov’ero?

Quella sera non ero con loro.

Ero tranquillamente a casa al telefono con la mia fidanzata.

E all’epoca una telefonata con la fidanzata era una cosa seria.

Niente WhatsApp.

Niente messaggi.

Niente:

«Aspetta che ti richiamo.»

Era quasi un appuntamento.

A un certo punto cominciai a sentire l’avviso di chiamata.

Una volta.

Due.

Tre.

Continuava.

Cercai di ignorarlo.

Ma quello insisteva.

Alla fine interruppi il mio idillio telefonico, deciso a capire chi fosse che rompeva così insistentemente i co…

Era Lello.

E dal tono della voce capii immediatamente che non mi stava telefonando per organizzare la serata successiva.

Mi spiegò quello che era successo.

Poi arrivò la domanda:

potevo andare al Vomero a prenderli?

Così salutai la mia fidanzata, presi la macchina e partii per il recupero dei “sopravvissuti”.

Quando arrivai li trovai tutti lì.

Spaventati.

Un po’ ammaccati.

Ma fortunatamente interi.

Enzo e King

E poi c’era King.

Un boxer tigrato, tutto muscoli e potenza.

A guardarlo poteva mettere una certa soggezione, ma in realtà era un cane dolcissimo, affettuoso e soprattutto giocherellone.

Un giorno incontrai Enzo durante una delle sue passeggiate.

Eravamo proprio davanti al nostro Isolato 11, nello stesso punto dove anni dopo avrei ambientato l’immagine della Opel Manta.

Davanti al palazzo c’era l’enorme campo di calcio.

Non era un terreno con quattro pietre messe lì per fare le porte.

Le porte erano vere, di legno, costruite appositamente da alcune delle stesse persone che giocavano nelle squadre del quartiere.

Lì giocavano ragazzini, giovani e adulti e si organizzavano anche tornei dilettantistici di buon livello.

Quel giorno King era libero e si era allontanato fino all’altra estremità del campo.

Enzo lo chiamò.

«King!»

Il cane si girò.

Cominciò a tornare.

Prima lentamente.

Poi un po’ più veloce.

Poi ancora più veloce.

A metà campo avevo già capito che qualcosa non andava.

Le zampe battevano sul terreno sempre più forte.

Tum… tum… tum… tum…

Sembrava arrivare un piccolo cavallo.

Quando fu a una decina di metri da noi capii tutto.

Non si sarebbe fermato.

Io feci un passo di lato.

Enzo no.

Sentii soltanto:

«King! Fermati! Fermo…»

BUM.

King lo prese in pieno sulle gambe.

Enzo si sollevò da terra e per un istante lo vidi praticamente in orizzontale.

Poi, come sempre, arrivò la fisica.

Cadde a terra di peso.

E King?

Gli girava intorno scodinzolando felice.

Come se non fosse successo niente.

Come se volesse dire:

«Mi avevi chiamato. Sono venuto. Qual è il problema?»

Io cercai di trattenermi.

Non ci riuscii.

Cominciai a ridere come un pazzo.

Enzo, ancora nella polvere, mi guardò e disse:

«Uagliò, mo’ si ’o dice a coccaruno, abbusche.»

Traduzione:

«Guagliò, se racconti questa cosa a qualcuno, le prendi.»

Naturalmente presi l’avvertimento molto sul serio.

Acqua in bocca.

Non raccontai niente a nessuno.

Assolutamente niente.

Solo che, evidentemente, durante la notte quell’acqua devo averla bevuta.

Perché il giorno dopo lo sapeva tutto l’Isolato 11.

E probabilmente anche mezzo Rione INCIS.

Ma soprattutto i ragazzi di aret’e’panchine.

 

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2 risposte

  1. Ahahahah…..non conoscevo queste storie anche se conoscevo bene i protagonisti ☺️
    E’ sempre una gioia rivivere il mio passato attraverso foto e storie come queste.
    Grazie ❤️

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