Stare a dieta senza stare a dieta

Dieta significa davvero rinuncia? Dopo aver seguito dalla cucina il percorso alimentare di mia moglie e mio figlio, ho scoperto che perdere peso può significare soprattutto imparare a mangiare diversamente: con varietà, gusto, equilibrio e, soprattutto, costanza.

Stare a dieta senza stare a dieta

Quando mangiare bene diventa un’abitudine e non una punizione

Mangiare bene fa bene.

Detta così sembra una di quelle grandi scoperte per le quali non serviva certamente aspettare il terzo millennio.

Sappiamo che un’alimentazione equilibrata è importante per la salute, sappiamo che il sovrappeso può diventare un problema e sappiamo perfettamente che esagerare ogni giorno con grassi, zuccheri, alcol e porzioni pantagrueliche probabilmente non rappresenta la strada migliore per arrivare arzilli a novant’anni.

Eppure basta pronunciare una parola per far cambiare immediatamente espressione a molte persone:

dieta.

Dieta significa rinuncia.

Significa guardare una pizza come si guarda una vecchia fidanzata che passeggia sottobraccio a un altro.

Significa pesare la pasta, contare i grammi, osservare con sospetto una fetta di pane e considerare una domenica a tavola con la famiglia quasi un attentato al programma alimentare.

Almeno questo è il modo in cui siamo stati abituati a immaginarla.

Ma deve essere necessariamente così?

Il mio rapporto, piuttosto distante, con la dieta

Devo partire da una premessa.

Il mio rapporto con le diete non è propriamente personale.

Fortunatamente non ho mai avuto grossi problemi di peso. Sarà il metabolismo, sarà la costituzione, sarà qualche misterioso accordo stipulato dal mio organismo a mia insaputa, ma la mia taglia è rimasta più o meno la stessa per moltissimi anni.

Sono alto 1,90 metri, ho una corporatura normale e il mio peso abituale si è sempre mantenuto più o meno tra gli 88 e i 92 chili.

In qualche periodo sono arrivato anche a 105 chili, quindi qualche concessione alla tavola me la sono fatta anch’io, ma non sono mai entrato realmente nella spirale del peso che sale, della dieta, del peso che scende e poi ricomincia a salire.

Oggi accade quasi il contrario.

Con il passare degli anni tendo naturalmente a perdere qualche chilo e devo stare attento semmai a mangiare abbastanza. Una parte di questa diminuzione è legata anche alla fisiologica perdita di massa e tono muscolare che accompagna l’età.

Insomma, mentre qualcuno chiude a chiave il frigorifero, io qualche volta dovrei ricordarmi di aprirlo.

Questo, però, non significa che le diete non le abbia conosciute da vicino.

Anzi.

La dieta l’ho vista dalla cucina

Mia moglie e mio figlio hanno seguito un percorso alimentare indicato da un nutrizionista.

E io quel percorso l’ho osservato da una posizione abbastanza privilegiata: davanti ai fornelli.

Quando sono a casa, generalmente cucino io.

Quindi non mi sono limitato a vedere due persone che “stavano facendo la dieta”. Ho preparato molti dei loro piatti, ho seguito le indicazioni, ho visto cambiare gli ingredienti durante le settimane e, soprattutto, ho potuto osservare il risultato nel tempo.

In circa un anno hanno perso mediamente 14 chili a testa.

Ventotto chili complessivi spariti senza che in casa venisse proclamato lo stato di calamità gastronomica.

Direi che è un risultato notevole.

Naturalmente sto parlando della loro esperienza personale e di un programma predisposto specificamente per loro da un professionista. Non sto proponendo quella dieta come schema valido per tutti, perché esigenze, quantità e condizioni individuali sono diverse e devono essere valutate da chi ne ha competenza.

Quello che mi interessa è un’altra cosa.

Il metodo.

Perché cucinando quei piatti ho scoperto qualcosa che, almeno per me, è molto più interessante della solita immagine della dieta fatta di triste petto di pollo lesso e foglia d’insalata condannata a morte senza olio.

E invece si mangiava

La prima cosa che mi colpì fu proprio questa.

Si mangiava.

Ogni giorno.

Colazione, frutta a metà mattina, pranzo, merenda, cena.

Pesce, verdure, legumi, carne, cereali, yogurt, frutta. E anche ingredienti che permettevano di cambiare completamente carattere a un piatto: feta, salmone, avocado, noci, quinoa, ceci, gamberi, polpo, mozzarella, prosciutto e melone.

Accanto alle proteine animali comparivano frequentemente tofu, tempeh e seitan.

Insomma, non c’era la sensazione di trovarsi davanti alla stessa triste pietanza sette giorni su sette.

E, per uno come me che cucina, questo fa una differenza enorme.

Perché se una dieta pretende di trasformare ogni pasto in una penitenza, prima o poi arriva il giorno in cui la penitenza finisce.

Se invece insegna un modo diverso di comporre il piatto, qualcosa può rimanere anche dopo.

Il loro menu, ridotto all’essenziale

Il programma cambiava nelle settimane e prevedeva quantità e indicazioni precise stabilite dal nutrizionista. Nella tabella che ho conservato, però, si vede molto bene la logica generale.

Ho eliminato volutamente dal riepilogo nomi commerciali, integratori e grammature, perché appartenevano a uno schema personale e non hanno alcun senso fuori da quel contesto.

Momento della giornataSchema generaleQualche esempio del menu
ColazioneYogurt o latte, bevanda, cereali o biscotti previsti dal pianoColazione semplice e regolare
Metà mattinaFrutta di stagioneCiliegie, albicocche, pesca, prugne, melone, anguria
PranzoUn piatto con proteine, molte verdure e, in alcuni giorni, cereali o legumiMerluzzo e carote; mozzarella e finocchi; tacchino e spinaci; pesce spada e cetrioli; ceci, gamberi e rucola; farro e quinoa con pomodorini, noci e basilico
MerendaFrutta di stagioneLo stesso principio della metà mattina
CenaAncora proteine e verdure, cambiando completamente ingredientiTonno con fagiolini e carote; polpo e verdure grigliate; salmone, spinaci e feta; pollo e zucchine; prosciutto e melone; frittata alle erbe; vitello con carote e sedano
Alternative vegetaliPresenti durante tutta la settimanaTofu, tempeh, seitan, ceci, quinoa

Guardando la settimana nel suo insieme si capisce immediatamente il principio.

Frutta durante la giornata. Verdure praticamente sempre. Una componente proteica a pranzo e a cena. Ingredienti diversi. Preparazioni semplici. Rotazione continua.

Non vedo molti strumenti di tortura.

Vedo soprattutto organizzazione.

La parola decisiva: costanza

Secondo me il vero segreto di quel risultato non era il merluzzo del lunedì o il salmone del mercoledì.

Era la costanza.

Un giorno isolato non cambia niente.

Non si ingrassa perché una domenica si mangia il ragù e non si dimagrisce perché il lunedì successivo si affronta eroicamente un’insalata.

È quello che facciamo normalmente a costruire il risultato.

Ed è probabilmente questa la differenza più importante fra una dieta intesa come parentesi e un cambiamento delle abitudini alimentari.

La parentesi ha una data d’inizio e aspettiamo disperatamente quella di chiusura.

L’abitudine, invece, entra lentamente nella vita.

E quando guardavo quel menu mi rendevo conto che non vietava il piacere della tavola. Cercava piuttosto di distribuirlo diversamente.

Questa, secondo me, è una differenza gigantesca.

Il problema della dieta punitiva

Per molte persone il cibo non è soltanto nutrimento.

È memoria.

È famiglia.

È domenica.

È una cena con gli amici.

È un profumo che arriva dalla cucina e ti riporta in una casa nella quale magari non vivi più da quarant’anni.

È gratificazione quando siamo stanchi e qualche volta diventa consolazione quando siamo tristi.

Pensare quindi di modificare il proprio rapporto con il cibo attraverso una lunga sequenza di divieti significa intervenire su qualcosa che non riguarda soltanto lo stomaco.

E qui nasce il cortocircuito.

Perdi qualche chilo, ma contemporaneamente aspetti il momento in cui potrai finalmente tornare a mangiare “normalmente”.

E quando quel momento arriva rischi di tornare esattamente al punto di partenza.

Forse la domanda corretta non dovrebbe essere:

«Quanto devo soffrire per dimagrire?»

Ma:

«Come posso mangiare in un modo che sia sostenibile anche fra un anno?»

Cambia parecchio.

Una dieta senza sacrificare i sapori

Questa è probabilmente la cosa che ho imparato cucinando per mia moglie e mio figlio.

Una verdura bollita male rimane una verdura bollita male.

Ma gli stessi ingredienti possono diventare tutt’altra cosa se impariamo a combinarli.

Finocchi con mozzarella.

Spinaci con salmone e feta.

Ceci, gamberi e rucola.

Farro, quinoa, pomodorini, noci e basilico.

Polpo con verdure grigliate.

Prosciutto e melone.

Non mi sembra esattamente il menu di un ergastolo gastronomico.

E poi ci sono spezie, erbe aromatiche, limone, aceto, griglia, forno, consistenze diverse.

Un nutrizionista stabilisce cosa e quanto mangiare.

Chi cucina può fare in modo che quel “cosa” sia anche buono.

E forse è qui che nutrizione e cucina dovrebbero incontrarsi più spesso.

Perché un programma perfetto sulla carta serve a poco se dopo tre settimane chi lo segue non sopporta più nemmeno la vista del proprio piatto.

E il pranzo della domenica?

Io non riesco a immaginare una vita alimentare nella quale un pranzo con la famiglia debba diventare fonte di sensi di colpa.

Siamo italiani.

Peggio ancora, io sono napoletano.

Provate voi a spiegare a un ragù che avete deciso di ignorarlo.

Può diventare aggressivo.

Il punto, però, non è mangiare il ragù sette volte alla settimana.

È poterselo godere quando arriva il momento, sapendo che rappresenta una parte della nostra alimentazione e non tutta la nostra alimentazione.

Una tavola sana nella quale non esiste mai spazio per il piacere rischia di essere sana soltanto per qualche settimana.

Poi arriva la vita.

E la vita comprende compleanni, amici, Natale, domeniche, viaggi, ristoranti e quella pizza che qualche volta abbiamo semplicemente voglia di mangiare.

Stare a dieta senza stare a dieta

Ecco perché oggi mi convince molto di più quest’espressione.

Stare a dieta senza stare a dieta.

Non significa mangiare senza regole.

Significa forse smettere di percepire quelle regole esclusivamente come una punizione.

Io continuo a non essere il candidato ideale per raccontarvi le sofferenze di una dieta dimagrante. Non le ho vissute davvero sulla mia pelle.

Ma le ho viste passare dalla mia cucina.

Ho comprato gli ingredienti, preparato i piatti, osservato settimana dopo settimana due persone perdere peso e, soprattutto, continuare a mangiare.

E alla fine di un anno la bilancia diceva circa quattordici chili in meno ciascuno.

Il dato mi ha colpito.

Ma mi ha colpito ancora di più il fatto che il risultato non fosse arrivato attraverso una guerra quotidiana contro il cibo.

C’era metodo.

C’era varietà.

C’era controllo.

E soprattutto c’era costanza.

Forse il termine dieta continuerà sempre a farci pensare a qualcosa che dobbiamo sopportare per un periodo.

Ma quando funziona davvero, probabilmente accade il contrario.

A un certo punto smettiamo di pensare di essere a dieta.

Stiamo semplicemente mangiando in un altro modo.

E, se quello che abbiamo nel piatto continua anche a essere buono, tanto meglio.

Lo dice uno che, in cucina, si arrangia. 😉


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