Il mio primo incontro con Istanbul risale al 2015.
Partii insieme a due broker italiani per incontrare un nostro connazionale, Marco, che viveva stabilmente in città e ci era stato presentato come un professionista molto capace, una persona con la quale avremmo potuto sviluppare diverse opportunità di lavoro.
Quando prenotai l’albergo lo feci praticamente al buio.
Non conoscevo Istanbul.
Non avevo idea delle sue dimensioni, delle distanze, dei quartieri e, soprattutto, non avevo ancora compreso cosa significasse trovarsi in una città divisa fra due continenti.
E devo ammettere una cosa.
Arrivavo anche con qualche pregiudizio.
Nella mia testa avevo costruito un’Istanbul molto diversa da quella che avrei poi conosciuto.
Me l’ero immaginata meno accogliente, meno organizzata, forse più sporca e caotica. Una specie di via di mezzo fra Il Cairo e Amman, basata più su immagini raccolte qua e là che su una reale conoscenza della città.
Mi sbagliavo.
E parecchio.
Viaggio dopo viaggio avrei scoperto una metropoli immensa, complessa, sorprendentemente organizzata e, soprattutto, straordinariamente bella.
Ma quella prima volta non potevo ancora saperlo.
La mia regola quando non conoscevo una città
Nei miei primi viaggi in un luogo sconosciuto seguivo quasi sempre la stessa regola.
Sceglievo un albergo internazionale di buon livello, possibilmente quattro o cinque stelle, e cercavo di non allontanarmi troppo dall’aeroporto.
Era il mio sistema.
Arrivare in un posto che non conoscevo avendo almeno un punto di riferimento sicuro dal quale cominciare.
Nel 2015 il principale aeroporto di Istanbul era ancora Atatürk, nella parte europea della città.
Viaggiando con Turkish Airlines, un tempo si atterrava all’Atatürk, mentre oggi i voli arrivano principalmente al nuovo Istanbul Airport, sempre nella zona europea della città.
A proposito, in turco aeroporto si dice havalimanı.
È una parola che incontrerete continuamente viaggiando in Turchia: İstanbul Havalimanı significa infatti semplicemente Aeroporto di Istanbul. Si incontra anche il termine havaalanı, letteralmente “campo d’aviazione”, ancora comprensibile e utilizzato, ma havalimanı è quello che troverete più frequentemente nella denominazione ufficiale degli aeroporti.
Dall’altra parte del Bosforo, nella zona asiatica, c’era ed è tuttora operativo il Sabiha Gökçen Uluslararası Havalimanı, cioè l’Aeroporto Internazionale Sabiha Gökçen, dove opera in particolare Pegasus Airlines, una delle principali compagnie aeree turche e la principale low-cost del Paese, niente male per rapporto qualità/prezzo.
Scelsi quindi il Renaissance Polat Istanbul Hotel, nella zona di Yeşilyurt, a una quindicina di minuti dall’aeroporto Atatürk.
L’albergo era esattamente quello che cercavo.
Pulito.
Elegante.
Confortevole.
Ma aveva una caratteristica che appena arrivato mi colpì parecchio.
Sono arrivato in albergo o in una zona di guerra?
L’intera struttura era circondata da alte recinzioni.
Agli ingressi c’erano uomini della sicurezza.
Per entrare con un’automobile bisognava superare un dissuasore mobile che si alzava soltanto dopo i controlli.
E un addetto passava uno specchio sotto le vetture per controllarne il fondo.
Guardavo la scena e mi chiedevo se fossi davvero a Istanbul o nel mezzo di un conflitto.
La cosa più curiosa era che intorno a me nessuno sembrava farci caso.
Io osservavo tutto con gli occhi di chi era appena arrivato.
Loro vivevano quella situazione con assoluta normalità.
Soltanto negli anni successivi avrei cominciato a comprendere meglio anche quell’aspetto della città.
Ma allora era soltanto una delle tante cose che non capivo.
Albergo, lavoro, albergo
Quel primo soggiorno ebbe più o meno lo stesso copione del mio primo viaggio a Dubai, qualche anno prima.
Albergo, lavoro, albergo.
A pranzo e a cena eravamo quasi sempre ospiti delle persone che incontravamo.
Qualche possibilità di guardarci intorno naturalmente c’era, ma ci muovevamo pochissimo.
Credo che durante tutto il soggiorno fossimo rimasti entro un raggio di tre o quattro chilometri dal Polat.
Il problema principale era Marco.
O meglio, non era propriamente Marco.
Era il rapporto di Marco con gli orari.
Quando fissava un appuntamento non riusciva quasi mai a essere preciso.
E questa cosa, devo dirlo, mi faceva alquanto incazzare.
Noi eravamo arrivati dall’Italia appositamente per incontrarlo.
Non per trascorrere metà della giornata seduti nella hall di un albergo ad aspettare che comparisse.
A un certo punto glielo dissi.
Lui mi guardò con assoluta tranquillità e mi spiegò:
«Voi non avete idea del traffico che c’è in questa città. Io abito piuttosto lontano e, per arrivare da voi nelle ore di punta, posso impiegare anche tre ore.»
Tre ore?
Dentro di me partì immediatamente il napoletano.
Va bene. Questo ci sta prendendo per fessi.
Vuoi vedere che adesso Istanbul ha più traffico di Napoli?
E ja… e dai…
La sfida
Marco evidentemente interpretò la mia espressione come una sfida.
Il giorno successivo ci disse:
«Prendete un taxi e venite voi verso il centro. Così vi faccio vedere qualcosa della città.»
Perfetto.
Finalmente avrei scoperto se quelle tre ore erano una storia oppure no.
Partimmo dal Polat in direzione Taksim.
La distanza?
Una quindicina di chilometri.
Non cinquanta.
Non cento.
Quindici.
Impiegammo più di un’ora e mezza.
A quel punto fui costretto ad ammetterlo.
Marco aveva ragione.
E la cosa che mi colpì maggiormente fu che non era nemmeno il tipo di traffico al quale ero abituato a Napoli.
A Napoli il traffico può diventare creativo.
Uno passa.
L’altro prova a passare.
Uno scooter compare da un luogo geometricamente impossibile.
Qualcuno suona.
Qualcuno risponde.
E in qualche modo tutto continua a muoversi.
Istanbul era diversa.
Il traffico era compatto.
Continuo.
Interminabile.
Non sembrava nemmeno particolarmente disordinato.
Era semplicemente…
esagerato.
Finalmente cominciai a guardare Istanbul
Quel viaggio in taxi ebbe però un effetto importante.
Per la prima volta cominciai davvero a guardarmi intorno.
Il quartiere nel quale si trovava il Polat si chiamava Yeşilyurt.
Procedendo verso il centro europeo comparivano continuamente altri nomi.
Ataköy.
Bakırköy.
Zeytinburnu.
Kazlıçeşme.
Yenikapı.
Sirkeci.
Eminönü.
Karaköy.
Tophane.
Kabataş.
Beyoğlu.
E infine Taksim.
Allora erano soltanto nomi.
Non significavano niente.
Negli anni sarebbero diventati fermate della metropolitana, strade, mercati, ristoranti, appuntamenti, traghetti, amici, ricordi.
Ma quel giorno non lo sapevo ancora.
Mi limitavo a guardarli passare fuori dal finestrino.
E cominciavo a rendermi conto che Istanbul non era semplicemente una città molto grande.
Era qualcosa di diverso.
Ogni zona sembrava avere una propria identità.
Cambiavano gli edifici.
Cambiavano le strade.
Cambiava la gente.
Cambiava il paesaggio.
Quindici chilometri sulla cartina sembravano pochi.
Percorrerli, invece, significava attraversare continuamente luoghi diversi.
Quasi città diverse.
Tante città dentro una sola città
È forse questa la prima vera cosa che Istanbul mi insegnò.
Le distanze, qui, non si misurano soltanto in chilometri.
Quindici chilometri possono voler dire un’ora.
Due.
A volte molto di più.
Ma possono significare anche attraversare mondi completamente differenti.
Nel 2015 ancora non conoscevo Taksim.
Non conoscevo Sultanahmet.
Non conoscevo Üsküdar.
Non conoscevo Kadıköy.
Non sapevo prendere un traghetto sul Bosforo e non avevo mai sentito il bip di una Istanbulkart davanti a un tornello della metropolitana.
Non sapevo ancora nulla.
Ma quella mattina, bloccato dentro un taxi mentre lentamente attraversavo Istanbul, cominciai almeno a intuire una cosa.
Non ero arrivato semplicemente in una grande città.
Ero arrivato in tante città raccolte dentro una sola.
E una delle prime che avrei imparato a conoscere si chiamava Taksim.

🇹🇷 Continua il racconto di Istanbul:
➜ Episodio 2 – Taksim e quella macchina parcheggiata male
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🇹🇷 Piccolo dizionario turco
In turco, la lettera ç si pronuncia come la c dolce italiana di “ciao”, “cena” e “cibo”.
Quindi, per ricordarlo facilmente:
- çay – si pronuncia “ciai” e significa tè.
- çorba – si pronuncia “ciorba” e significa zuppa.




