Sono passati tanti anni, la memoria non riesce più a essere precisa.
Ma poco importa.
Perché ci sono viaggi dei quali dimentichi una strada, un orario, magari perfino il nome di qualche posto attraversato, ma continui a ricordare perfettamente come ti sentivi mentre partivi.
Eravamo in quattro.
Due coppie di fidanzatini che non avevano ancora trent’anni e che cominciavano appena ad affacciarsi a quelli che sarebbero diventati i primi grandi viaggi di esplorazione della nostra vita.
Io, Daniela, Lia e Lello.
A un certo punto qualcuno ebbe un’idea.
Anzi, diciamo le cose come stavano.
L’idea pazza la lanciai io.
«Perché non andiamo in Spagna in macchina?»
Detta così, oggi, qualcuno potrebbe pensare:
Vabbè, e che c’è di strano?
Assolutamente nulla.
Se non fosse per un piccolo particolare.
La macchina
L’autoveicolo destinato a portarci da Napoli fino in Spagna non era esattamente quello che si potrebbe definire una comoda granturismo.
Era una UAZ.
Vecchia.
Solidissima.
E altrettanto scomodissima.
Chiamarla automobile era quasi farle un complimento.
Era più una specie di carro armato al quale qualcuno aveva tolto i cingoli e montato quattro vere gomme da fuoristrada.
Già il colore spiegava parecchie cose: quel verde militare che sembrava uscito direttamente da un deposito dell’Armata Rossa.
Alta da terra, squadrata, spartana, con un muso che non aveva esattamente un’espressione amichevole.
E la mia aveva anche una lunga antenna radio.
Era l’antenna del CB.
All’epoca, molto prima dei cellulari, chi voleva comunicare dalla macchina poteva utilizzare quelle radio che noi chiamavamo semplicemente baracchini.
La mia antenna superava abbondantemente il metro.
Insomma, se qualcuno mi avesse scambiato per un militare, non avrei potuto neppure biasimarlo.
E infatti accadde.
«Giuvinò, ma vuje che surdato site?»
Un giorno ero sotto casa dei miei genitori.
Davanti al palazzo c’era un grande spazio sterrato utilizzato come parcheggio ma che diventava regolarmente anche un campo di calcio.
Ci giocavano tutti.
Bambini, ragazzini, ragazzi più grandi.
Io ero seduto dentro la UAZ ad aspettare gli amici del palazzo.
Allora eravamo una gran bella comitiva di coetanei.
Me ne stavo assorto nei miei pensieri.
Del resto i cellulari, per noi comuni mortali, non esistevano ancora.
Quando aspettavi qualcuno, aspettavi davvero.
A un certo punto sentii:
toc toc.
Qualcuno stava bussando.
Ma non al vetro.
Proprio alla carrozzeria.
Mi guardai intorno.
Nessuno.
Dopo qualche secondo:
toc toc.
Di nuovo.

A quel punto cercai di mettere la testa fuori dal finestrino.
Anche questa, sulla UAZ, era una piccola operazione.
I finestrini non scendevano verticalmente come quelli delle normali automobili.
Erano più simili a quelli della vecchia Renault 4: scorrevano orizzontalmente e spesso bisognava accompagnarli con la mano e forzarli un po’.
Finalmente riuscii ad aprirne uno.
Misi fuori la testa.
E capii perché non vedevo nessuno.
Accanto alla portiera c’era un ragazzino che arrivava appena con la testa all’altezza del bordo del finestrino.
Lo guardai.
«Dimmi, che vuoi?»
E lui, in napoletano stretto:
«Giuvinò, ve pozzo fa’ ‘na domanda?»
«Signore, vi posso fare una domanda?»
«Certo, piccolino. Dimmi.»
Mi guardò serissimo.
«Ma vuje, che surdato site?»
«Ma voi, che soldato siete?»
Scoppiai a ridere.
Avevo capito immediatamente.
Provai a guardare la scena con i suoi occhi.
Nel parcheggio del campetto era improvvisamente comparso un enorme scatolone verde militare, alto sulle ruote, con un muso da mezzo dell’esercito e una lunga antenna radio.
E dentro quello scatolone c’ero io.
Per lui, evidentemente, il ragionamento non faceva una piega:
mezzo militare + uomo al volante = soldato.
Restava soltanto da capire che soldato fossi.
Di UAZ, a Napoli, se ne vedevano pochissime.
Forse in tutta la città ce ne saranno state un paio, forse qualcosa in più.
Non lo so.
Di certo non era una macchina che si incontrava tutti i giorni.
Chissà cosa era scattato nella mente di quel bambino.
Forse aveva osservato il mezzo per qualche minuto.
Forse si era anche un po’ preoccupato.
E alla fine aveva deciso che il modo migliore per tranquillizzarsi fosse andare direttamente a chiedere informazioni al presunto soldato.
Gli spiegai che no, non ero militare.
Ero semplicemente uno che aveva sempre avuto una particolare attrazione per le automobili strane, insolite e fuori dal comune.
La spiegazione evidentemente lo soddisfece.
Se ne tornò tranquillamente ai suoi giochi.
Aveva risolto il mistero.
L’esercito non aveva occupato il quartiere.
Ma con quella UAZ ci lavoravo anche
La UAZ, però, non era soltanto una mia strana passione automobilistica.
Lo spazio posteriore permetteva di utilizzarla quasi come una furgonetta e mi capitava spesso di caricarci della merce, soprattutto capi di abbigliamento.
Tra i posti nei quali andavo a rifornirmi ce n’era uno particolarissimo.
La Duchesca, alle spalle della statua di Garibaldi, nella zona della Stazione Centrale di Napoli.
All’epoca era quasi un mondo a parte ma ancora oggi nel 2026, riesce ad esserlo.
Una specie di zona franca della Napoli che commerciava, comprava, vendeva, si arrangiava e nella quale sembrava possibile trovare praticamente di tutto.
Ma c’erano anche diversi grossisti di abbigliamento presso i quali mi rifornivo normalmente.
Un giorno dovevo ritirare parecchia merce.
Arrivai quindi con la UAZ.
La strada sembrava praticamente deserta.
E sottolineo:
sembrava.
Non vedendo nessuno, invece di entrare quasi a passo d’uomo arrivai un po’ più velocemente.
Niente di esagerato.
Saranno stati 15 o 20 chilometri all’ora.
Parcheggiai.
Poco dopo qualcuno mi richiamò.
Dal comportamento mi sembrò una sorta di vedetta della zona.
Mi fece capire che sarebbe stato meglio, in futuro, entrare molto più lentamente con quella macchina.
Non capivo.
«Perché?»
La risposta chiarì tutto.
La mia UAZ era stata scambiata per una camionetta della Guardia di Finanza.
E il mio ingresso un po’ spedito aveva provocato una certa agitazione.
Diciamo pure un piccolo momento di panico.
Chissà perché…
Provai a immaginare la scena.
In fondo alla strada compare improvvisamente un mezzo verde, grosso, alto, squadrato, con tanto di antenna radio.
Arriva abbastanza deciso.
Probabilmente qualcuno non aspettò neppure di controllare targa, stemmi o divise.
Scattò direttamente l’allarme.
Io, invece, ero semplicemente arrivato per comprare vestiti.
Fu così che scoprii una caratteristica della UAZ che probabilmente non era indicata sul manuale di uso e manutenzione:
poteva sgomberare una strada semplicemente comparendo all’orizzonte.
Il ragazzino sotto casa mi aveva scambiato per un soldato.
Alla Duchesca qualcuno aveva pensato alla Guardia di Finanza.
Cominciavo a rendermi conto che forse non ero io ad avere una macchina.
Ero io che giravo dentro un equivoco con quattro ruote.
Il lusso secondo la UAZ
Dentro, del resto, il concetto di comfort contribuiva decisamente all’atmosfera militare.
I sedili anteriori mi ricordavano quelle sedie tubolari che avevamo alle scuole elementari.
Struttura semplice.
Seduta rigida.
Solo che qualcuno aveva avuto la bontà di aggiungere un po’ di gommapiuma sagomata e racchiuderla dentro molta, ma molta similpelle nera.

Dietro c’era una panchetta costruita secondo la stessa raffinata filosofia ergonomica.
E ancora più indietro due strapuntini retrattili.
Per spiegarmi, potrei paragonarli ai sedili sui quali siedono gli assistenti di volo durante il decollo e l’atterraggio.
Ho detto paragonarli.
Perché rispetto a quelli della UAZ,
gli strapuntini delle hostess erano Poltrona Frau.
Lo sterzo non era servoassistito.
La precisione non era esattamente quella di una vettura sportiva.
Quando una ruota prendeva una buca importante, il contraccolpo poteva arrivare direttamente al volante e bisognava stare molto attenti a come si tenevano le mani.
Se appoggiavi male un braccio su una delle razze, il ritorno poteva darti una botta tutt’altro che simpatica.
Poi c’erano le sospensioni rigide.
Il rumore.
Le vibrazioni.
Il saltellare sulle irregolarità dell’asfalto.
E quell’altezza da terra che in fuoristrada era meravigliosa ma, nelle curve veloci, ti suggeriva educatamente di non fare stupidaggini.
Ma, a pensarci bene, la UAZ aveva qualcosa di poco rassicurante anche da ferma.
Bastava guardarla.
Lamiera.
Paraurti importanti.
Spigoli praticamente ovunque.
Niente forme arrotondate pensate per accompagnare delicatamente un eventuale urto.
Sembrava progettata in un’epoca nella quale il concetto di sicurezza passiva fosse:
«Vediamo chi si fa più male.»
E sul posteriore c’era poi lei.
La gigantesca ruota di scorta esterna.
Una presenza che consideravo assolutamente normale.
Un giorno scoprii che non era esattamente un dettaglio trascurabile.
Mi trovavo nel traffico di Napoli.
Si procedeva nel modo che conosce bene chiunque abbia guidato in città: qualche metro avanti, una frenata, altri pochi metri, un’altra frenata.
E intorno bisognava tenere gli occhi aperti su tutto.
A destra.
A sinistra.
Davanti.
Dietro.
Perché il traffico di Napoli non è imprevedibile.
È qualcosa di più.
La distanza di sicurezza, poi, era spesso considerata un concetto interessante dal punto di vista teorico, ma non necessariamente da applicare alla circolazione stradale.
Dietro di me, quel giorno, c’era un Fiat 850T, il classico furgoncino tutto squadrato.
Procedevamo lentamente quando, all’improvviso, davanti alla UAZ comparve un motorino.
Da dove fosse arrivato non saprei dirlo ancora oggi.
Probabilmente si era aperto per qualche secondo un piccolo varco nello spazio-tempo proprio davanti al mio cofano.
Istintivamente pestai sul freno.
Una frenata secca.
Di quelle che non lasciano molto tempo per ragionare.
La UAZ si fermò.

Il furgone dietro di me, invece, no.
BAM.
Sentii chiaramente il colpo.
La UAZ ebbe un piccolo sussulto.
Niente di più.
Mi fermai, tirai il freno a mano e scesi per vedere cosa fosse successo.
La prima cosa che controllai fu naturalmente la mia macchina.
O, per essere più precisi, il carro armato.
La guardai.
Niente.
Nessun danno evidente.
Poi mi voltai verso l’850.
E lì rimasi per qualche secondo senza parole.
La gigantesca ruota di scorta della UAZ aveva praticamente rimodellato il frontale del furgone.
La cosa più impressionante era che non sembrava neppure il risultato di un incidente violento.
Non c’erano pezzi sparsi per strada.
Niente scena da demolizione.
Il muso dell’850 aveva semplicemente cambiato forma.
Si era piegato intorno alla ruota di scorta, quasi seguendone il profilo.
Guardavo la UAZ.
Poi guardavo l’850.
Poi di nuovo la UAZ.
Da una parte, praticamente nulla.
Dall’altra, un frontale completamente ridisegnato.
Fu uno di quei momenti nei quali capisci quanto la fisica sappia essere precisa e, allo stesso tempo, profondamente ingiusta.
Fino a quel giorno avevo sempre pensato che quella gigantesca ruota posteriore servisse semplicemente nel caso di una foratura.
Mi sbagliavo.
Era anche una specie di timbro.
E se qualcuno arrivava troppo vicino,
gli lasciava l’impronta.
Anche un cane ebbe qualche dubbio
A quanto pare, la UAZ riusciva a suscitare qualche perplessità anche nel mondo animale.
Un pomeriggio stavo attraversando una strada stretta del centro storico di Ponticelli, nell’estrema periferia orientale di Napoli.
Quel tratto veniva chiamato «’O stritt», lo Stretto.
E il nome diceva già praticamente tutto.
Era una di quelle strade dove passava una macchina alla volta, e anche quella doveva farlo con una certa convinzione.
Da lontano vidi arrivare nella mia direzione un grosso cane.
Camminava tranquillamente al centro della strada.
Io avanzavo piano con la UAZ.
Lui continuava ad avanzare verso di me.
Era uno di quei cagnoni che, nonostante le dimensioni, fanno più tenerezza che paura.
Procedeva tranquillamente verso di me.
Lo spazio per passare entrambi c’era.
Io da una parte.
Lui dall’altra.
Tutto semplice.
Almeno secondo me.
Il cane, evidentemente, fece un’altra valutazione.
Continuò ad avanzare finché riuscì a vedere bene cosa avesse di fronte: il muso della UAZ.

A quel punto si fermò.
Guardò bene quel frontale…
Evidentemente non gli piacque quello che vide.
Si voltò.
E cominciò a correre.
Con la coda tra le gambe.
Io procedevo lentamente dietro di lui.
Lui correva.
Ogni tanto si girava.
Guardava la UAZ.
E riprendeva a correre.
Sembrava pensasse:
«Questo coso mi sta seguendo.»

ma io dovevo proseguire, non mi potevo fermare, lo “stretto” era abbastanza trafficato.
Poi, finalmente trovò uno spazio laterale e scomparve.
Con lui, però, non riuscii a chiarire l’equivoco.
Non ebbi modo di spiegargli ciò che avevo già spiegato al bambino:
no, non ero un soldato.
E soprattutto,
nessun esercito stava per invadere Ponticelli.
E finalmente decidemmo di partire
Con questo capolavoro dell’industria automobilistica sovietica, un giorno decidemmo di andare in Spagna.
Non avevamo orari da rispettare.
Non avevamo alberghi prenotati.
Non avevamo un programma rigido.
Avevamo soltanto tanta voglia di fare qualcosa di diverso.
E soprattutto avevamo voglia di partire, viaggiare, conoscere.
E così fu.
Partimmo da Napoli la mattina presto.
Quattro ragazzi.
Due coppie.
Una UAZ.
E una quantità probabilmente smisurata di fiducia nel fatto che, in qualche modo, sarebbe andato tutto bene.
Prima notte: Piacenza
La prima vera tappa fu Piacenza, l’ultima città emiliana prima di entrare in Lombardia.
Non avevamo prenotato nulla e, del resto, non avevamo nemmeno un programma preciso da rispettare.
Arrivammo lì quando ormai la giornata cominciava a farsi sentire e decidemmo che, per quella sera, poteva bastare.
Trovammo un posto dove dormire, parcheggiammo la UAZ e ci sistemammo per la notte.
Il viaggio era cominciato davvero.
Avevamo affrontato una bella tirata verso nord e la UAZ, nonostante il rumore, le vibrazioni e quei sedili che lentamente cominciavano a presentare il conto alla schiena, aveva fatto il suo dovere.
Noi pure.
Dormimmo.
La mattina successiva ripartimmo.
Novara e l’ultimo saluto prima dell’estero
La destinazione era Novara.
Lì viveva Pasquale, il fratello di Lello, che lavorava all’Agenzia delle Dogane.
Fummo suoi ospiti, passammo un po’ di tempo insieme e approfittammo della sosta per visitare qualcosa della città.
Ripensandoci oggi, fu quasi una tappa sentimentale.
Una sorta di ultimo contatto con qualcosa di familiare prima di lasciare davvero l’Italia.
Perché allora attraversare una frontiera aveva ancora un significato completamente diverso.
La Comunità Europea esisteva già, naturalmente.
Ma per noi che viaggiavamo in macchina i confini erano ancora veri.
C’erano le dogane.
I controlli.
I documenti.
Le divise.
Arrivavi a una frontiera e sapevi perfettamente che da quel punto stavi lasciando uno Stato per entrare in un altro.
Per quattro ragazzi alle prime grandi esplorazioni automobilistiche,
andare all’estero significava veramente andare all’estero.
Nel pomeriggio, anche se si era fatto un po’ tardi, decidemmo di ripartire.
L’idea era quella di fare ancora strada e magari arrivare oltre confine.
A un certo punto, però, essendo io alla guida, mi resi conto che non era il caso di affrontare di notte strade che non conoscevo.
E soprattutto non avevamo nessuna necessità di farlo.
Nessuno ci aspettava.
Non avevamo prenotazioni.
Non dovevamo dimostrare niente a nessuno.
Così prendemmo un’altra delle decisioni che avrebbero caratterizzato quel viaggio:
ci fermiamo dove capita.
Casale Monferrato
Passammo per Casale Monferrato.
Ci piacque il nome.
Credo che la nostra approfondita analisi turistica si sia fermata più o meno lì.
«Casale Monferrato… bello.»
«Ci fermiamo?»
«Fermiamoci.»
Tra una chiacchiera, un giro e qualche perdita di tempo perfettamente normale per quattro ragazzi sotto i trent’anni, si fece però tardi.
Quando finalmente pensammo seriamente a trovare un posto dove dormire non trovammo nulla.
Poco male.
Eravamo attrezzati.
O almeno credevamo di esserlo.
Avevamo già previsto che durante il viaggio qualche notte l’avremmo potuta trascorrere direttamente nella UAZ.
Le ragazze, che conoscevano perfettamente la proverbiale comodità delle sedute, avevano avuto un’intuizione straordinaria.
Quattro cuscini.
Ma non cuscinetti da viaggio.
Non accessori da campeggio.
Quattro bei cuscini da camera da letto.
Quelli veri.
Grossi e morbidi.
Con quei quattro cuscini, un po’ di fantasia e soprattutto grazie al fisico che avevamo all’epoca, trasformammo la UAZ nel nostro albergo.
Diciamo che le quattro ruote c’erano.
Le stelle erano quelle fuori.
E dormimmo.
Il problema non fu la notte.
Il problema fu la mattina
Quando avevo parcheggiato non avevo fatto particolare attenzione al posto.

Casale Monferrato si trova sul Po e noi dovevamo esserci sistemati abbastanza vicino al fiume, o comunque in una zona sufficientemente umida da garantirci al risveglio un’accoglienza indimenticabile.
Apriamo la macchina.
Scendiamo.
Mettiamo piede a terra.
E veniamo assaliti dagli insetti.
Tantissimi.
Non saprei dire oggi che insetti fossero esattamente e preferisco non inventarlo.
So soltanto che pungevano.
E che sembravano avere tutti scelto noi quattro per fare colazione.
Nel giro di pochi secondi cominciammo tutti a gesticolare, saltare, agitarci, cercando di scacciare gli insetti da braccia, gambe, viso e vestiti.
Ma l’immagine che mi è rimasta impressa più di tutte è quella di Lia.
Aveva una massa notevole di capelli.
A un certo punto la guardai.
I capelli sembravano andare in tutte le direzioni, mentre lei si dimenava cercando disperatamente di liberarsi di quelle bestioline.
E sul volto aveva un’espressione di autentico terrore.
Ancora oggi, quando ripenso a quella mattina, rivedo la scena quasi in movimento: tutti e tre che saltavano, si agitavano, si grattavano e cercavano di scrollarsi di dosso gli insetti.

E io?
Fortunatamente, per fare la foto ero finito fuori dal raggio d’azione delle bestioline!
Alla fine riuscimmo, in qualche modo, a liberarci dall’assalto.
Non senza qualche ricordo.
E, soprattutto, qualche prurito.
Un po’ dappertutto.
Seguì una rapidissima riunione dei quattro membri della spedizione.
La votazione fu unanime.
Casale Monferrato: mai più.
Naturalmente la povera Casale non aveva nessuna colpa.
Eravamo stati noi a parcheggiare nel posto sbagliato.
Probabilmente nel momento sbagliato.
Ma quella mattina nessuno dei quattro aveva particolare interesse per questo genere di analisi razionale.
Da quel giorno mettemmo una croce sopra Casale Monferrato.
Non sulla carta geografica.
Sulla nostra.
Poi salimmo sulla UAZ.
Quella mattina, stranamente, nessuno propose di fermarsi ancora un po’.
Questa volta volevamo fare strada.
Davanti a noi c’era finalmente il confine.
E oltre il confine c’era la Francia.

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Una risposta
Lettura piacevole e divertente