Ep.2 – Taksim e quella macchina parcheggiata male

Il centro che imparai a conoscere per primo

Una delle prime zone di Istanbul che imparai veramente a conoscere fu Taksim.

Oggi mi sembra quasi strano ripensare alla prima volta.

Allora avevo ancora bisogno che qualcuno mi spiegasse dove mi trovavo.

Adesso Taksim è uno di quei luoghi nei quali riesco a orientarmi quasi automaticamente.

Al centro della grande piazza si trova il Monumento alla Repubblica, il Cumhuriyet Anıtı, uno dei simboli più riconoscibili della Istanbul moderna.

Da lì parte anche il celebre tram rosso che percorre İstiklal Caddesi fino a Tünel.

È probabilmente una delle immagini più conosciute della città.

Ma Taksim non è soltanto il tram rosso.

Non è soltanto İstiklal, i negozi, gli alberghi, i ristoranti e le migliaia di persone che attraversano continuamente la piazza.

Taksim ha anche un enorme valore simbolico per la vita politica e sociale turca.

Ed è per questo che, soprattutto in particolari giornate, la presenza delle forze dell’ordine può diventare molto evidente.

Quanti poliziotti ci sono?

Le prime volte mi colpiva.

Blindati.

Mezzi antisommossa.

Veicoli antincendio.

Poliziotti in uniforme.

Altri in borghese.

A volte li vedevo concentrati ai margini della piazza e pensavo che tutta quella presenza fosse francamente esagerata.

Finché un giorno mi capitò di assistere personalmente a qualcosa che mi fece cambiare prospettiva.

Quella macchina parcheggiata male

Stavo passeggiando nei pressi del Monumento alla Repubblica quando notai una macchina grigia.

Era ferma in una posizione strana.

Praticamente sul marciapiede pedonale.

La guardai.

Il primo pensiero fu banalissimo:

«Lì non può parcheggiare. Sarà della polizia.»

Non ebbi nemmeno il tempo di completare mentalmente la frase.

Vidi un uomo correre verso l’automobile.

Poi accadde tutto molto velocemente.

Sentii distintamente gridare «Allahu Akbar».

Qualcosa di incendiario raggiunse la vettura.

E l’auto prese fuoco.

L’uomo cadde, o forse si lasciò cadere, molto vicino alla macchina.

Per un istante ebbi addirittura l’impressione che volesse rimanere lì.

Non gliene diedero il tempo.

Comparvero dal nulla

Quasi immediatamente arrivò un uomo in borghese.

Lo afferrò per la giacca e lo trascinnò rapidamente lontano dalla vettura.

Dieci metri.

Forse neppure quelli.

Ma la cosa che mi impressionò maggiormente avvenne subito dopo.

Cominciarono a comparire poliziotti da ogni parte.

In borghese.

In divisa.

Uno.

Due.

Cinque.

Dieci.

Sempre di più.

Nel giro di pochissimi secondi intorno a quell’uomo si formarono praticamente due cerchi di sicurezza.

Non so quanti fossero realmente.

Nella mia memoria saranno stati almeno una trentina.

Ma non è il numero ciò che ricordo meglio.

È la velocità.

Un attimo prima sembrava che sulla piazza non ci fosse quasi nessuno.

Un attimo dopo erano ovunque.

Ripensai al Polat

Fu in momenti come quello che cominciai a interpretare diversamente alcune cose che mi avevano impressionato fin dal mio primo arrivo.

Le recinzioni del Polat.

Le sentinelle.

Il dissuasore all’ingresso.

Lo specchio passato sotto le automobili.

Ciò che la prima volta avevo osservato quasi chiedendomi se fossi arrivato in una zona di guerra cominciava ad avere, almeno ai miei occhi, una spiegazione diversa.

Istanbul è una città gigantesca.

Una metropoli attraversata ogni giorno da milioni di persone.

Una città collocata in una posizione geografica e politica particolarissima, fra Europa, Asia e Medio Oriente.

E Taksim non è una piazza qualsiasi.

È uno dei suoi punti più simbolici.

Da quel momento la presenza della sicurezza non mi sembrò più semplicemente qualcosa di eccessivo.

Cominciai a interpretarla come una presenza che voleva essere anche visibile.

Non soltanto per intervenire quando accade qualcosa.

Ma quasi per dire:

se qualcosa dovesse accadere, noi siamo già qui.

La tanica di benzina

Negli anni ho pensato molte volte alla posizione difficilissima della Turchia.

Europa da una parte.

Asia dall’altra.

Medio Oriente a pochi passi.

Interessi economici.

Alleanze internazionali.

Tensioni regionali.

Equilibri che spesso sembrano impossibili da tenere insieme.

E nella mia testa ho finito per costruire un’immagine forse un po’ brutale.

Ho sempre pensato che il presidente turco fosse seduto sopra una tanica di benzina.

Nella mia impressione, deve continuamente mostrarsi come un uomo di ferro.

How Erdoğan Won Again - Berlin Policy Journal - BlogMa allo stesso tempo deve sapere fare anche il pompiere.

Naturalmente è soltanto il modo in cui io, osservando il Paese dall’esterno e frequentandolo per anni, ho cercato di rappresentarmi una situazione enormemente più complessa.

Ma quell’immagine mi è sempre rimasta.

Eppure non ho mai avuto paura di Istanbul

Può sembrare una contraddizione.

Ho visto una macchina incendiata in pieno centro.

Ho incontrato controlli di sicurezza importanti.

Ho visto giornate nelle quali Taksim sembrava circondata dalle forze dell’ordine.

Eppure, durante tutti i miei soggiorni, non ho mai avuto paura di camminare per Istanbul.

Anche in strade deserte, senza anime in giro.

Naturalmente mantengo l’attenzione che ritengo necessaria in qualsiasi grande metropoli.

Ma non ho mai avvertito quella sensazione che ti porta a pensare:

forse è meglio non andare oltre.

Anzi.

Con il passare del tempo mi succede l’esatto contrario.

Più conosco Istanbul, più mi viene voglia di infilarmi nelle sue strade.

Di entrare nei mercati.

Di utilizzare i mezzi pubblici.

Di attraversare quartieri che inizialmente per me erano soltanto nomi.

Perché una città non si comprende guardandola soltanto dai luoghi più belli.

La si comprende anche attraverso le cose che inizialmente non capisci.

E a volte basta una macchina parcheggiata male a farti vedere tutto con occhi diversi-

Quel giorno, a Taksim, io mi trovavo proprio lì.

🇹🇷 Continua il racconto di Istanbul:

➜ Episodio 3 – A venti gradi sotto zero dall’altra parte della Turchia


🕌 Potrebbero piacerti anche

🇹🇷 Piccolo dizionario turco

In turco, la lettera ç si pronuncia come la c dolce italiana di “ciao”, “cena” e “cibo”.

Quindi, per ricordarlo facilmente:

  • çay – si pronuncia “ciai” e significa tè.
  • çorba – si pronuncia “ciorba” e significa zuppa.

Se sei arrivato fin qui, forse questo UIT ti ha lasciato un ricordo, un pensiero o il nome di qualcuno a cui vuoi bene.

A volte basta poco.

Un messaggio.

Una telefonata.

O semplicemente non rimandare a domani quello che possiamo dire oggi.

Clicca per condividere

Ora tocca a te, lascia un commento se ti va.

Opinioni, ricordi e critiche sincere sono sempre benvenuti. Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *.

Continua a leggere

Da non perdere

Condividi la tua storia

Ogni storia può diventare un UIT.

Anche la tua.

Un ricordo che non vuoi dimenticare, un viaggio che ti è rimasto dentro, una ricetta tramandata in famiglia o un’esperienza che merita di essere raccontata.

Condividila con noi e trasformala in un UIT.

Perché le storie più belle sono quelle che continuano a vivere quando qualcuno decide di raccontarle.

Cosa vuoi cercare?