Gennarino “Cazzillo” Capuozzo. Lo scugnizzo delle Quattro Giornate di Napoli

Nel settembre 1943 Napoli si ribellò all’occupazione tedesca e si liberò prima dell’arrivo degli Alleati. Tra i protagonisti delle Quattro Giornate c’era Gennarino Capuozzo, undicenne morto combattendo contro i mezzi tedeschi. Diciannove anni dopo Nanni Loy ne ricostruì la storia nel suo celebre film. Proprio nel 1962, mentre io nascevo nella casa dei miei nonni in via Arenaccia, alcune di quelle scene venivano girate a pochi metri da quella finestra. Una strana coincidenza tra storia, cinema e vita personale

Io nascevo, Nanni Loy girava sotto casa di mio nonno

A Napoli furono quattro.

A Milano, in due epoche diverse, le giornate di insurrezione furono cinque.

Naturalmente parliamo di avvenimenti completamente differenti.

Le Cinque Giornate di Milano, dal 18 al 22 marzo 1848, furono la rivolta contro il dominio austriaco.

Le Quattro Giornate di Napoli, invece, si svolsero dal 27 al 30 settembre 1943 contro l’occupazione tedesca.

Milano avrebbe poi vissuto un’altra insurrezione nell’aprile del 1945, durante la Liberazione dal nazifascismo, ma quella appartiene a un’altra pagina di storia e non viene ricordata come le “Cinque Giornate”.

Detto questo, da napoletano, la battuta viene quasi spontanea.

Le immagini di questa storia

Per accompagnare questo racconto ho fatto una scelta precisa.

In questa occasione, ho preferito non ricostruire con l’intelligenza artificiale le scene delle Quattro Giornate, ma utilizzare immagini tratte da Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy.

L’ho fatto perché, per quanto un’immagine possa essere ricreata con grande accuratezza, difficilmente potrebbe restituire la stessa atmosfera di quel film.

Girato nel 1962, appena diciannove anni dopo i fatti, Le quattro giornate di Napoli ha qualcosa che va oltre il semplice racconto cinematografico.

Per certi versi sembra quasi un documentario: le strade, i volti, i palazzi, la confusione, la rabbia e perfino quella particolare luce di Napoli appartenevano ancora a un mondo vicinissimo a quello del 1943.

Molte persone che assistevano alle riprese avevano vissuto davvero la guerra. Alcune delle comparse potevano ricordare personalmente quei giorni.

La città stessa era cambiata molto meno di quanto lo sarebbe stata nei decenni successivi.

Per questo ho scelto proprio il film di Nanni Loy come filo conduttore visivo di questo UIT.

Anche per raccontare la morte di Gennarino Capuozzo ho preferito utilizzare la scena cinematografica.

Non perché quella sequenza riproduca esattamente il luogo e il momento della sua morte reale.

Anzi, sappiamo che il cinema spostò e ricostruì diversi episodi per esigenze narrative e che la scena di Gennarino venne girata in via Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Ma proprio per questo non ho voluto inventare con l’AI un luogo, un’ora o una disposizione dei combattenti che non conosco con certezza.

Ho preferito affidarmi a quella rappresentazione che da oltre sessant’anni accompagna la memoria collettiva delle Quattro Giornate.

Perché Le quattro giornate di Napoli non è soltanto un grande film sulla mia città.

È uno di quei film che ancora oggi riescono a rendere orgogliosi molti napoletani.

E forse il suo merito più grande è proprio questo:

non sembra raccontare Napoli. Sembra ricordarla.

A noi ne bastarono quattro.

Dietro la battuta, però, ci sono quattro giorni nei quali una città stremata dalla guerra, dai bombardamenti, dalla fame, dai rastrellamenti e dalla violenza dell’occupazione decise che aveva sopportato abbastanza.

Il 1° ottobre 1943, quando le truppe alleate entrarono a Napoli, trovarono una città che aveva già costretto i tedeschi alla ritirata.

L’Archivio Centrale dello Stato ricorda che l’insurrezione della popolazione e dei militari tra il 27 e il 30 settembre riuscì a liberare Napoli prima dell’arrivo degli Alleati.

Napoli, in quei quattro giorni, decise di non aspettare che qualcuno venisse a salvarla.

Una città che combatteva con quello che aveva

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 la situazione era precipitata.

L’esercito italiano era allo sbando. I tedeschi occupavano la città. Rastrellamenti, ordini di evacuazione e lavoro coatto esasperavano una popolazione già provata da anni di guerra.

Poi arrivò il momento in cui la paura smise di essere sufficiente a tenere tutti dentro casa.

Non c’era un esercito organizzato.

Non esisteva un unico comando capace di dirigere la rivolta.

C’erano militari rimasti senza reparto, operai, studenti, commercianti, donne, uomini dei quartieri popolari.

E ragazzini.

Gli scugnizzi.

Si combatteva con quello che si riusciva a trovare.

Fucili.

Pistole.

Bombe a mano.

Bottiglie incendiarie.

Pietre.

Mobili trasformati in barricate.

Qualunque cosa potesse rallentare un automezzo tedesco o diventare un’arma.

Il film di Nanni Loy avrebbe poi restituito benissimo proprio questo carattere della rivolta: un popolo che combatteva con «ogni sorta di mezzo», supplendo alla scarsità delle armi con ciò che aveva a disposizione.

E poi c’erano i sanitari

Sì.

I sanitari.

E non sto parlando di medici o infermieri.

Parlo proprio di sanitari

Lavandini, bidè, cessi, vasche da bagno.

Tra i racconti legati alle Quattro Giornate è rimasta anche l’immagine, magnificamente restituita dal cinema di Loy, di vicoli nei quali la popolazione attaccava i tedeschi dall’alto delle finestre e dei balconi.

Veniva giù quello che c’era.

Sedie.

Mobili.

Oggetti domestici.

E perfino pezzi di bagno.

Nella memoria napoletana si racconta anche di una folta pattuglia tedesca in perlustrazione investita da una vera pioggia di ceramica proveniente dai piani superiori.

Bidè.

Lavandini.

Cessi.

Suppellettili varie.

Tutto ciò che era abbastanza pesante da fare male e abbastanza vicino da poter essere lanciato.

Immagino quei soldati entrare nel vicolo pronti ad affrontare fucili e bombe e ritrovarsi improvvisamente sotto un bombardamento che probabilmente non compariva in nessun manuale della Wehrmacht.

Non so se tornarono da quelle parti.

Io, fossi stato in loro, dopo essermi visto arrivare un bidè dal terzo piano avrei considerato conclusa la perlustrazione.

Fa sorridere raccontarlo ottant’anni dopo.

Ma dietro quella scena c’è forse la rappresentazione più precisa di cosa furono le Quattro Giornate:

Napoli combatteva con quello che aveva.

E quando non c’era un fucile, poteva andar bene anche un lavandino.

In mezzo a tutti loro c’era un bambino

Si chiamava Gennaro Capuozzo.

Gennarino.

Nato a Napoli nel 1932, era un apprendista commesso e aveva appena undici anni quando partecipò agli scontri.

La motivazione ufficiale della Medaglia d’Oro al Valor Militare lo definisce «appena dodicenne», ma le ricostruzioni storiche lo indicano come undicenne. In ogni caso, parliamo di un bambino.

In alcune memorie viene ricordato anche con il soprannome Cazzillo.

All’inizio aiutava i combattenti portando munizioni.

Poi prese le armi anche lui.

Il 29 settembre 1943 si trovava con gli insorti durante uno scontro contro mezzi corazzati tedeschi.

La motivazione con la quale gli venne concessa la Medaglia d’Oro racconta che continuò a lanciare bombe a mano contro i carri armati fino a quando l’esplosione di una granata lo uccise insieme al mitragliere che combatteva al suo fianco.

Aveva undici anni.

Un bambino contro un carro armato

Se uno sceneggiatore inventasse oggi la storia di un ragazzino di undici anni che affronta un carro armato con una bomba a mano, qualcuno probabilmente gli direbbe:

«Stai esagerando.»

E invece accadde.

Ed è proprio questo che mi impedisce di raccontare Gennarino soltanto utilizzando la parola eroe.

Lo fu.

Ma prima ancora era un bambino.

Avrebbe dovuto andare a scuola.

Giocare.

Litigare con gli amici.

Prendere qualche rimprovero dalla madre.

Innamorarsi qualche anno dopo.

Diventare adulto.

La guerra trasformò invece un bambino in un combattente.

Possiamo ammirarne il coraggio.

Dobbiamo ricordarne il sacrificio.

Ma guai a rendere bella la circostanza che lo rese necessario.

Il suo eroismo racconta contemporaneamente la grandezza di quel ragazzo e l’orrore di una guerra che lo mise davanti a un carro armato.

Diciannove anni dopo arrivò Nanni Loy

Passano appena diciannove anni.

Siamo nel 1962.

Nanni Loy gira Le quattro giornate di Napoli.

Il film nasce come opera corale: non un unico protagonista, ma una città intera.

Il Centro Sperimentale di Cinematografia lo descrive proprio come il racconto di un popolo che, «più con la forza della disperazione che non con le armi», costrinse i tedeschi ad abbandonare Napoli.

Gennarino Capuozzo diventa uno dei simboli del film.

Ed è qui che questa storia, per me, assume una piega stranissima.

Perché nel 1962 nascevo anch’io.

Io nascevo e Nanni Loy girava sotto casa di mio nonno

Sono nato nella casa dei miei nonni in via Arenaccia.

Mia madre non fece nemmeno in tempo ad arrivare in clinica.

Vidi la luce nella stanza di mia zia.

E dalla finestra di quella stanza bastava affacciarsi verso via Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Pochi metri.

La cosa che ancora oggi mi fa uno strano effetto è pensare che proprio in quell’anno io venivo al mondo e, praticamente sotto casa di mio nonno, Nanni Loy arrivava con troupe, attori, comparse e mezzi militari per ricostruire le Quattro Giornate di Napoli.

Io nascevo.

Lui girava un film sulla mia città.

E una delle scene più drammatiche veniva realizzata praticamente sotto quella finestra.

Quella strada la riconosco bene: è via Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, praticamente sotto casa di mio nonno.

È lì che Nanni Loy costruì la barricata e girò la sequenza nella quale Gennarino tenta di attaccare i carri armati tedeschi e viene colpito a morte. Sullo sfondo è riconoscibile anche il Real Albergo dei Poveri, Palazzo Fuga.

Anzi, a pensarci bene, una doppia combinazione.
Perché quella scena venne girata anche a pochi metri dalla casa del mio amico Alfonso. Proprio lui che, molti anni dopo, pronunciando quasi per caso quel suo «vitvit», mi avrebbe dato l’idea dalla quale sarebbe nato UITUIT.

Così, nella stessa strada, finiscono per incrociarsi tre pezzi della mia vita: la casa dei miei nonni dove sono nato, quel luogo diventato per me inseparabile dalla storia di Gennarino e, poco più in là, la casa del mio amico Alfonso, dal cui «vitvit» sarebbe arrivata poi la scintilla di UITUIT.

Mentre io cominciavo la mia vita, Nanni Loy ricostruiva a pochi metri di distanza la fine di quella di Gennarino.

Naturalmente allora non potevo saperlo.

L’ho scoperto dopo.

Ma quando oggi rivedo quella scena, per me quella strada non è più soltanto una location cinematografica.

È un pezzo della geografia della mia nascita.

Il vero Gennarino e quello del cinema

Qui però bisogna fare una distinzione importante.

Il cinema ricostruisce.

Non necessariamente riproduce un fatto esattamente nel luogo in cui avvenne.

Il vero Gennarino Capuozzo non morì in via Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Quella è la strada scelta da Nanni Loy per la scena del film.

Voci di popolo narrano che Cazzillo morì mentre, da un terrazzo di via Santa Teresa degli Scalzi, lanciava bombe a mano contro i tedeschi.

Le Quattro Giornate cinematografiche utilizzarono numerose location diverse da quelle reali degli avvenimenti: il film spostò episodi, ricostruì barricate e utilizzò strade differenti per esigenze narrative e cinematografiche.

E questo, paradossalmente, rende la mia coincidenza ancora più particolare.

Non sono nato vicino al luogo reale della morte di Gennarino.

Sono nato vicino al luogo in cui il cinema l’ha consegnata alla memoria di milioni di persone.

Storia e cinema sono due cose diverse.

Ma qualche volta finiscono per abitare la stessa strada.

Un film che allora raccontava quasi il presente

Oggi il 1943 ci appare lontano.

Nel 1962 non lo era affatto.

Erano trascorsi appena diciannove anni.

Pensiamoci.

Oggi sarebbe come girare un film su qualcosa accaduto nel 2007.

Molti degli uomini e delle donne che durante le riprese passavano accanto a Nanni Loy avevano vissuto realmente quei giorni.

Qualcuno aveva combattuto.

Qualcuno aveva visto i tedeschi nelle strade.

Qualcuno aveva perso un familiare.

Le comparse non stavano semplicemente ricostruendo un’epoca lontana.

Per molti napoletani quella era ancora memoria personale.

Ed è probabilmente anche per questo che Le quattro giornate di Napoli conserva ancora oggi quella particolare sensazione di caos, rabbia, paura e improvvisazione.

Sembra che la città non reciti.

Sembra che ricordi.

Perché Gennarino è rimasto

Le Quattro Giornate non furono la storia di un solo ragazzo.

Furono una rivolta collettiva.

La documentazione storica racconta uomini, donne, militari e giovanissimi che combatterono in diversi quartieri della città. Lo stesso bilancio delle vittime varia a seconda delle fonti, segno anche della difficoltà di ricostruire perfettamente una battaglia urbana spontanea e diffusa.

Eppure Gennarino è rimasto uno dei simboli più potenti.

Forse proprio per la sua età.

Quando guardiamo la fotografia di un combattente adulto possiamo immaginare una scelta.

Quando guardiamo un bambino di undici anni ci facciamo inevitabilmente un’altra domanda:

come si può arrivare al punto in cui un bambino sente di dover prendere una bomba a mano e combattere?

La risposta non rende meno straordinario ciò che fece.

Lo rende ancora più tragico.

Napoli non aspettò gli Alleati

C’è poi un particolare che vale sempre la pena ricordare.

Si dice spesso, semplificando, che gli americani liberarono Napoli.

Gli Alleati entrarono effettivamente in città il 1° ottobre 1943.

Ma arrivarono in una Napoli nella quale la popolazione aveva già combattuto per quattro giorni e costretto le forze tedesche alla ritirata.

Non è una questione di orgoglio cittadino.

È storia.

Napoli fu successivamente insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

E la stessa onorificenza alla memoria venne conferita a Gennaro Capuozzo.

Uno scugnizzo.

Undici anni.

Una finestra, una strada e una coincidenza

Forse è questo il motivo per cui questa storia mi è rimasta così addosso.

Non ho vissuto le Quattro Giornate.

Gennarino era morto quasi vent’anni prima che io nascessi.

Eppure, per uno di quegli strani incroci che la vita costruisce senza alcuna logica apparente, la sua storia cinematografica è passata praticamente sotto la finestra della stanza nella quale sono nato.

1962.

Io venivo al mondo.

Nanni Loy arrivava sotto casa di mio nonno.

Da una parte una famiglia accoglieva un bambino.

Pochi metri più in là il cinema ricostruiva la morte di un altro.

Uno aveva poche ore di vita.

L’altro sarebbe rimasto per sempre un ragazzino di undici anni.

Quando ci penso, quella finestra cambia significato.

Non guarda più soltanto su una strada di Napoli.

Guarda su due tempi diversi.

Il mio.

E quello di una città che, diciannove anni prima, per quattro giorni aveva combattuto con qualunque cosa avesse trovato.

Con le armi.

Con le bottiglie.

Con i mobili.

Perfino con i sanitari.

E con ragazzini che non avrebbero mai dovuto trovarsi lì.

Forse è questo che certe strade fanno.

Le percorriamo centinaia di volte senza sapere quante storie siano rimaste attaccate ai muri.

Poi un giorno ne scopri una.

E quella strada non è più la stessa.

Per me, via Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è diventata così.

La strada sotto casa di mio nonno.

La strada del film.

Quella dove, tutti i giorni, Alfonso esce a fare la spesa e Mariano, mio cugino, entra ed esce da quella casa..

E la strada nella quale, almeno sullo schermo, Gennarino continua ancora oggi a combattere.


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3 risposte

  1. No , questa proprio non la sapevo.
    Ricordo con nostalgia quella casa soprattutto quando di giovedì si andava dai nonni perché la mamma preparava gli gnocchi che tanto ti piacevano 😍

  2. Come sempre Carlo ci fa rivivere dei momenti di vita con la giusta dose di malinconia essendo nato anch’io nel 61″ ed avendo ascoltato molti episodi della guerra dai genitori e dai nonni,mi è venuta voglia di rivedere quel film appena posso lo farò.Grazie Carlo per i tuoi racconti.

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