Un’occhiata al futuro, il commercio di abbigliamento di seconda mano

Dalle bancarelle del mercato di Resina, nato nel dopoguerra con gli abiti e i materiali provenienti dagli americani, alle moderne piattaforme digitali: il commercio dell’abbigliamento di seconda mano ha cambiato linguaggio, dimensioni e pubblico. Quello che un tempo era soprattutto necessità oggi è diventato vintage, resale, sostenibilità e un mercato globale in forte crescita.

Da Resina alle piattaforme digitali: quando l’usato diventa un mercato globale

Second hand, vintage, pre-loved, resale.

Abbiamo trovato molti nomi nuovi per raccontare qualcosa che, almeno dalle nostre parti, esiste da più di ottant’anni.

Una volta nessuno parlava di economia circolare o moda sostenibile.

Si parlava molto più semplicemente di vestiti usati.

E se questa storia la raccontiamo partendo da Napoli, il luogo dal quale cominciare non può che essere uno:

Resina e il mercato di Pugliano.

Quando a Resina arrivarono le “pezze”

Bisogna tornare agli ultimi mesi del 1943.

Napoli aveva appena vissuto le Quattro Giornate. Tra il 27 e il 30 settembre la popolazione insorse contro l’occupazione tedesca e, quando gli Alleati entrarono in città il 1° ottobre, trovarono una Napoli che si era già liberata.

Vale la pena ricordarlo, perché spesso, per semplificare il racconto, si dice che furono gli americani a liberare Napoli. In realtà, quando arrivarono, i napoletani avevano già fatto la parte più difficile.

La presenza alleata, però, cambiò rapidamente la vita della città e dei territori vicini. Insieme ai soldati arrivarono mezzi, materiali, generi di consumo, divise e abiti che alimentarono inevitabilmente anche un nuovo tipo di commercio.

Fu in questo contesto che, a Resina, l’attuale Ercolano, cominciò a svilupparsi nel 1944 un mercato nel quale venivano venduti oggetti, indumenti e materiali provenienti anche dai convogli americani e dai surplus militari.

Da quelle prime compravendite sarebbe nato uno dei mercati dell’usato più conosciuti del Centro-Sud, destinato negli anni a costruirsi una fama ben oltre i confini della Campania.

Naturalmente, allora nessuno parlava di vintage, second hand o pre-loved.

Erano molto più semplicemente:

pezze.

Vestiti che avevano già avuto una vita e che ne cominciavano un’altra.

Nell’Italia del dopoguerra il riutilizzo non era certamente una raffinata scelta ambientalista.

Era soprattutto necessità.

Dalla necessità al vintage

Negli anni Resina è cambiata.

Accanto ai vestiti economici si potevano trovare jeans, cappotti, giacche militari, scarpe, pellicce, abiti firmati e pezzi appartenenti a epoche diverse.

Diventava una gigantesca caccia al tesoro.

Rovistavi.

Cercavi.

E magari in mezzo a cento capi senza interesse ne trovavi uno che non avresti visto da nessun’altra parte.

Anche il mercato ha attraversato periodi difficili, in particolare dopo il terremoto degli anni Ottanta, ma dalla seconda metà degli anni Novanta la riqualificazione di via Pugliano contribuì alla sua rinascita.

Nel frattempo era cambiato soprattutto il nostro modo di guardare quella merce.

La pezza era diventata vintage.

Il vestito vecchio era diventato pre-loved.

L’usato era diventato resale.

Il prodotto, spesso, era lo stesso.

Era cambiato il valore che gli attribuivamo.

Resina l’ho vista aperta. E anche chiusa

A Resina ci sono stato diverse volte.

E mi è capitato anche di passarci quando il mercato era chiuso.

Devo dire che fa uno strano effetto.

Una strada piena di negozi serrati, apparentemente anonima e quasi triste, ma che sembra esprimere continuamente la voglia, o forse addirittura la necessità, di essere aperta al pubblico.

Perché Resina chiusa sembra quasi qualcosa che sta aspettando.

Aspetta le persone.

Aspetta le bancarelle.

Aspetta le montagne di vestiti.

Aspetta quella confusione che ormai fa parte della sua identità.

La tradizione vuole che Resina sia aperta.

E quando non lo è, sembra mancarle qualcosa.

Poi è arrivato Internet

Per decenni il grande limite dell’usato è stato geografico.

Per comprare dovevi andare fisicamente dove si trovava la merce.

Al mercato.

Nel negozio.

Sulla bancarella.

Oggi un vestito che si trova dentro un armadio a Napoli può essere fotografato la mattina, acquistato qualche ora dopo a Milano, Parigi o Berlino e spedito il giorno successivo.

Il banco è diventato uno schermo.

Il mercato è diventato globale.

E milioni di guardaroba privati si sono trasformati in piccoli magazzini.

Chi compra può diventare venditore.

Compra un capo, lo usa e un giorno lo rimette sul mercato.

Il prodotto ricomincia a circolare.

Ed è questa probabilmente la vera rivoluzione.

Altro che mercato marginale

Le dimensioni raggiunte dal fenomeno sono notevoli.

Il Resale Report 2026 di ThredUp, realizzato con GlobalData, prevede che il mercato mondiale dell’abbigliamento di seconda mano possa raggiungere circa 393 miliardi di dollari entro il 2030, crescendo circa il doppio rispetto al mercato complessivo dell’abbigliamento. Il second hand rappresenta ormai circa il 10% della spesa globale nel settore.

BCG e Vestiaire Collective, utilizzando criteri differenti, stimano invece il mercato attuale del resale tra 210 e 220 miliardi di dollari, con una possibile crescita fino a 360 miliardi entro il 2030. Anche in questo caso il dato interessante è la velocità: circa tre volte quella prevista per la moda di prima mano.

Cambiano le cifre perché cambiano le categorie considerate.

Non cambia la conclusione.

Il mercato cresce. E parecchio.

Anche in Italia l’usato non è più un ripiego

La tendenza è evidente anche da noi.

L’Osservatorio Second Hand Economy realizzato da BVA Doxa per Subito ha stimato per il 2024 un valore complessivo dell’economia dell’usato in Italia di circa 27 miliardi di euro.

Il 63% degli italiani ha comprato o venduto almeno un prodotto usato durante l’anno e, per la prima volta, il digitale ha superato il commercio fisico anche in valore, raggiungendo 14,4 miliardi di euro. Naturalmente questi dati comprendono anche automobili, arredamento, elettronica e altre categorie, ma mostrano quanto l’usato sia ormai entrato stabilmente nelle nostre abitudini.

E forse oggi c’è anche un altro elemento che non possiamo ignorare.

La necessità.

Con un’economia familiare sempre più sotto pressione, comprare un buon capo usato non è necessariamente una moda alternativa.

Per molte persone è semplicemente una scelta intelligente.

E qualche volta diventa una necessità.

Perché oggi compriamo un vestito usato?

Il prezzo certamente conta.

Ma non c’è soltanto quello.

C’è chi cerca un marchio che nuovo costerebbe troppo.

Chi vuole qualcosa che non viene più prodotto.

Chi cerca un vero capo vintage.

Chi vuole vestirsi diversamente da ciò che propongono contemporaneamente cento negozi.

Chi non vede alcun motivo per buttare un vestito ancora perfettamente utilizzabile.

E chi, semplicemente, prova piacere nella ricerca.

Anche BCG rileva che l’accessibilità economica rimane una delle principali motivazioni all’acquisto, insieme alla possibilità di trovare prodotti particolari o difficili da reperire.

Alla fine non siamo così lontani dalla vecchia Resina.

Una volta si rovistava in una montagna di vestiti.

Oggi si scorre lo schermo del telefono.

È cambiato il dito.

Il meccanismo mentale un po’ meno.

Il polso del mercato? Ce l’ho sotto casa

Per quanto mi riguarda, posso dire di avere abbastanza costantemente il polso della situazione pur non avendo niente a che fare con questo mondo affascinante e anche un po’ bizzarro.

Come?

Semplice.

Ho come vicino di casa un simpatico rompicoglioni di nome Danilo.

Danilo vive di mercati e proprio di quel tipo di commercio del quale sto parlando.

Compra.

Vende.

Gira per i mercati.

Monta e smonta il suo banco.

Tra l’altro è tifoso del Genoa.

E sarà forse per quel rapporto particolare che per anni ha unito le tifoserie del Genoa e del Napoli che continuo a sopportarlo. :-)))

Il problema, infatti, non è quello che fa.

È quando decide di farlo.

Perché chi fa i mercati parte presto.

E con presto non intendo le sette.

Parlo delle quattro del mattino.

O, come dicono a Roma:

a’ e’ quattro.

Ora uno potrebbe pensare che, dovendo partire a quell’ora, il furgone venga preparato la sera prima.

Certo.

Diciamo che Danilo ci pensa circa nel cinquanta per cento dei casi.

Nell’altro cinquanta, a’ e’ quattro, parte il concerto.

Sportelli.

Cassette.

Tubi.

Banchi.

Pacchi.

Il furgone si apre.

Il furgone si chiude.

Qualcosa viene trascinato.

Qualcos’altro inevitabilmente cade.

E io abito al primo piano.

È anche vero che ormai mi sveglio spesso più o meno a quell’ora, quindi forse Danilo considera tutto questo un servizio gratuito di sveglia che non gli ho mai richiesto.

😄

Una vitaccia. Ma bisogna riconoscerlo

Battute a parte, Danilo è soprattutto un gran lavoratore.

Perché la vita di chi vive di mercati è tutt’altro che semplice.

Sabati e domeniche spesso non esistono.

Si parte presto.

Si macinano chilometri.

Si scarica.

Si monta il banco.

Si sistema la merce.

Si rimane in piedi per ore.

Poi si smonta tutto.

Si ricarica.

Si torna a casa.

E il giorno dopo magari si ricomincia.

Una vitaccia.

Ma è un lavoro che gli piace.

E allora viene in mente quella famosa frase, spesso attribuita a Confucio:

«Scegli un lavoro che ami e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua.»

Bellissima.

Però, se potessi incontrare Confucio, avrei una piccola osservazione da fargli:

«Confù… ma tu lo sai che a’ e’ quattro c’è pure qualcuno che vorrebbe godersi il silenzio della notte?»

Danilo, però, mi ha insegnato una cosa

Da lui ho imparato, e continuerò probabilmente ad imparare, qualcosa che nessuna statistica riesce a raccontare bene.

Finché Danilo continuerà a muoversi.

Finché andrà a Resina a comprare.

Finché girerà per mercati a vendere.

Finché continuerà a montare e smontare il suo banco.

E soprattutto finché continuerà a rompere i cabbasisi a’ e’ quattro…

significa che quello dei capi usati rimane un business d’oro.

Perché un mestiere può essere faticoso quanto volete, ma se la merce non gira prima o poi il furgone resta parcheggiato.

Quello di Danilo, invece, continua a partire.

Purtroppo per me anche molto presto.

Un mercato del futuro nato più di ottant’anni fa

La mia impressione è che il second hand abbia ancora molta strada davanti.

C’è certamente una componente legata alla moda e al fascino del vintage.

C’è una maggiore sensibilità verso il riuso.

C’è Internet, che ha moltiplicato enormemente domanda e offerta.

Ma oggi c’è anche qualcosa di molto più concreto.

Il potere d’acquisto delle famiglie.

In un’economia nella quale per molte persone diventa sempre più difficile sostenere determinate spese, acquistare un capo di buona qualità già utilizzato può essere semplicemente razionale.

Non sempre compriamo usato per salvare il pianeta.

Qualche volta lo compriamo perché conviene.

E probabilmente è proprio questa combinazione tra convenienza, moda, sostenibilità e tecnologia a rendere il settore così interessante.

Alla fine torniamo sempre a Resina

Ed è questa la parte della storia che mi diverte di più.

Oggi parliamo di:

second hand.

Resale.

Pre-loved.

Circular fashion.

Marketplace.

Algoritmi.

Intelligenza artificiale.

Sostenibilità.

Sembra qualcosa nato ieri.

Poi passi per via Pugliano.

Guardi quei negozi.

Pensi alle pezze che cominciarono a circolare nel dopoguerra.

A qualcuno che vendeva ciò che per qualcun altro non serviva più.

A qualcun altro che lo comprava perché per lui aveva ancora un valore.

E scopri che forse il futuro, qualche volta, non inventa proprio tutto.

Cambia gli strumenti.

Cambia il linguaggio.

Moltiplica enormemente il numero delle persone coinvolte.

Ma il principio rimane semplicissimo:

quello che per qualcuno ha finito la propria storia, per qualcun altro può essere soltanto all’inizio.

E finché sentirò Danilo trafficare nel cortile a’ e’ quattro del mattino, almeno su questo mercato potrò dire di avere un indicatore economico in tempo reale.

Pure troppo in tempo reale. 😄


👕 Potrebbero piacerti anche

  • Quando il vestito buono passava da fratello a fratello – Quando riutilizzare i vestiti non era una moda sostenibile, ma una normale abitudine di famiglia.
  • La Duchesca. Quando Napoli vestiva Napoli – Tra negozi, mercanti e ricordi di un quartiere dove il commercio dell’abbigliamento era parte della vita quotidiana.
  • In Spagna con una UAZ – Quattro ragazzi, un fuoristrada verde militare e un viaggio senza prenotazioni, in un’epoca in cui si partiva con poco e tanta voglia di avventura.

Se sei arrivato fin qui, forse questo UIT ti ha lasciato un ricordo, un pensiero o il nome di qualcuno a cui vuoi bene.

A volte basta poco.

Un messaggio.

Una telefonata.

O semplicemente non rimandare a domani quello che possiamo dire oggi.

Clicca per condividere

Ora tocca a te, lascia un commento se ti va.

Opinioni, ricordi e critiche sincere sono sempre benvenuti. Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *.

Continua a leggere

Da non perdere

Condividi la tua storia

Ogni storia può diventare un UIT.

Anche la tua.

Un ricordo che non vuoi dimenticare, un viaggio che ti è rimasto dentro, una ricetta tramandata in famiglia o un’esperienza che merita di essere raccontata.

Condividila con noi e trasformala in un UIT.

Perché le storie più belle sono quelle che continuano a vivere quando qualcuno decide di raccontarle.

Cosa vuoi cercare?