Era passato un po’ di tempo dal mio rientro in Italia dopo quel primo viaggio del 2006.
Nel frattempo Max e io eravamo stati anche in Egitto, ma questa è un’altra storia.
Continuavo però a ripensare ai sette giorni trascorsi negli Emirati. Avevo visto pochissimo di Dubai e sentivo di aver lasciato laggiù troppe domande senza risposta.
Pensavo che quella parentesi si fosse chiusa.
Mi sbagliavo.
Una mattina arrivò una telefonata di Max.

Mi raccontò che uno dei manager conosciuti durante le riunioni al Taj Palace Hotel gli aveva parlato di una persona che avrebbe potuto aprire nuove prospettive per il progetto al quale stavamo lavorando.
C’era soltanto un dettaglio.
L’incontro non si sarebbe svolto a Dubai.
La destinazione era Ginevra.
Ricordo ancora di aver sorriso.
Non tanto per la città, quanto per quello che mi aspettava.
All’epoca il mio inglese era quello che ancora oggi definisco, con una certa autoironia, “inglese by road”.
Non quello dei libri o dei corsi di lingua, ma un inglese costruito negli aeroporti, nelle hall degli alberghi, durante le riunioni e perfino davanti alle macchinette del caffè.
Ogni errore diventava una lezione.
Ogni viaggio aggiungeva una parola nuova.
E quando nessuno aveva l’inglese come lingua madre, ci si capiva per tentativi, gesti e buona volontà.
Quasi sempre.
Mi colpiva il fatto che un viaggio iniziato negli Emirati mi stesse già conducendo verso una nuova destinazione.
Del resto, non sono mai stato uno che si lascia scoraggiare da una partenza.
Quando c’è una valigia da preparare, difficilmente mi tiro indietro.
Così partimmo in auto.
Questa volta viaggiavamo su una Range Rover, non sulla “buattella”.
Cinque ore dopo arrivammo a Ginevra.
La città dei Rolex, autentici ovviamente, ma non soltanto.
Forse è la città svizzera che meglio riesce a tenere insieme rigore ed eleganza.
Lungo il Quai du Mont-Blanc, le boutique dell’alta orologeria si alternavano ai negozi di cioccolato artigianale.
Dietro le vetrine impeccabili si incrociavano volti provenienti da ogni continente.
L’aria era frizzante, il traffico sembrava quasi sussurrato e i tram attraversavano la città con una puntualità quasi irreale.
Sotto quella superficie ordinata, però, pulsava un crocevia di lingue, interessi e capitali che non aveva nulla da invidiare all’energia di Dubai.
Forse era proprio quella calma apparente, più ancora del Jet d’Eau, a rendere affascinante Ginevra: la sensazione che dietro ogni portone di pietra chiara si stesse concludendo un affare capace di coinvolgere mezzo mondo.
Fu in quello scenario, tra il lago e le insegne dorate dei grandi marchi, che conobbi Kamran.

L’incontro con Kamran
Iraniano e più o meno mio coetaneo, ci aspettava in un salottino di un albergo del centro.
Indossava una giacca color vinaccia e una T-shirt in tinta: semplice, ma molto curato.
Ci accolse con grande cordialità e, dopo le presentazioni, cominciammo a conoscerci.
Ci raccontò che divideva la propria vita tra Zurigo, dove viveva parte della sua famiglia, e Dubai, dove lavorava e trascorreva buona parte dell’anno.
Fin dal primo incontro mi colpirono i suoi modi.
Era estremamente educato, misurato nelle parole ed elegante, soprattutto nel modo di ragionare.
Possedeva quella rara capacità di ascoltare fino in fondo prima di esprimere un’opinione.
Una qualità che, con gli anni, ho imparato ad apprezzare sempre di più.
Parlammo a lungo.
Fu durante una pausa che accadde un episodio che ancora oggi mi fa sorridere.
Kamran mi rivolse una domanda.
Colsi soltanto qualche parola e, complice il suo accento, mi convinsi che volesse sapere qualcosa della situazione italiana.
Fino a quel momento avevamo parlato soprattutto di affari ed economia, così iniziai a rispondere.
Gli parlai delle banche.
Del debito pubblico.
Dell’euro.
Perfino della situazione economica del Mezzogiorno.
Cinque minuti dopo ero ancora lì a spiegare.
Kamran continuava ad annuire con il suo sorriso impeccabile, senza interrompermi.
Quando finalmente terminai, rimase qualche secondo in silenzio.
Poi sorrise.
«Carlo… I only asked…»
Fece una breve pausa, indicò la mia tazzina e concluse:
«…sugar?»
Per un istante rimasi immobile.
Guardai il caffè.

Guardai lui.
Poi scoppiammo tutti a ridere.
Da quel momento diventò il nostro tormentone.
Ogni volta che iniziavo un discorso troppo lungo, Kamran mi interrompeva sorridendo:
«Sugar… or economy?»
Era anche questo il bello di lavorare con persone provenienti da Paesi diversi.
Nessuno pretendeva la perfezione.
L’importante era riuscire a capirsi.
E quasi sempre ci riuscivamo.
Quella sera, in un piccolo locale nei dintorni di Carouge, scoprii anche la fondue Bacchus.
Il cameriere arrivò con un caquelon fumante, nel quale sobbolliva un brodo color rubino profumato di vino, erbe alpine e bacche di ginepro.
Intorno, diverse salse e pane tostato.
Il rituale era semplice e spettacolare.
Si infilzava un bocconcino di manzo, lo si immergeva nel brodo ribollente e, dopo pochi secondi, la carne ne usciva tenera e profumata, pronta per essere intinta nella salsa scelta.
Non aveva l’untuosità della bourguignonne né la leggerezza della chinoise.
La fondue Bacchus era una perfetta via di mezzo: il vino avvolgeva la carne senza coprirne il sapore.

Ricordo ancora il tintinnio dei bicchieri e il profumo del vino caldo mescolato a quello del pane tostato.
Ogni assaggio sembrava un brindisi ai viaggi inattesi e a quegli incontri tra tradizioni che certe città riescono a offrire.
Alla fine trovai il coraggio di chiedere al cuoco la ricetta del brodo.
Mi sorrise come un orologiaio al quale avessero chiesto di rivelare il segreto di un meccanismo e rispose:
«I segreti non si raccontano, si degustano.»
Decisi che, prima o poi, avrei provato a riprodurre quella fondue altrove, lasciando che ogni luogo aggiungesse una sfumatura diversa al ricordo di Ginevra.
Col senno di poi, capii che quella cena fu molto più di una piacevole scoperta gastronomica.
Fu il sapore che sigillò una deviazione verso nuove rotte.
Ancora oggi mi riporta alle luci soffuse di quel locale e alla sensazione che le occasioni più importanti nascano spesso da un invito inatteso.
Quella cena concluse piacevolmente la giornata, ma non cancellò una sensazione nata poche ore prima.
La sintonia con Kamran aveva reso più evidenti alcune differenze tra me e Max.
Lui tendeva a prendere l’iniziativa e a gestire personalmente rapporti che, in realtà, riguardavano tutti noi.
Io preferii osservare.
Non avevo bisogno di discutere né di dimostrare di avere ragione.
Quando in un rapporto manca la necessaria trasparenza, non litigo: mi allontano.
Preferisco perdere un affare piuttosto che perdere la libertà di scegliere con chi lavorare.
Con il passare delle settimane, divenne chiaro che Max e io avevamo modi profondamente diversi di intendere i rapporti professionali.
Le nostre strade cominciarono lentamente a separarsi, senza polemiche né recriminazioni.
Avevo semplicemente capito che il mio percorso stava prendendo un’altra direzione.

Avevo due ottimi motivi per tornare a Dubai.
Il primo era l’invito ricevuto da una società finanziaria, che mi offriva l’opportunità di svolgere un periodo di formazione direttamente negli Emirati e di conoscere da vicino un mercato molto diverso da quello europeo.
Il secondo motivo aveva un nome e un cognome.
Kamran Imani.
Dopo l’incontro di Ginevra eravamo rimasti in contatto e avevamo deciso di rivederci nel suo ufficio a Dubai.
Non potevo immaginare quanto quella decisione avrebbe inciso sul mio percorso professionale e personale.
Mi avrebbe portato nel cuore finanziario della città: il Dubai International Financial Centre, conosciuto semplicemente come DIFC.
Un luogo nel quale avrei incontrato persone, idee e metodi di lavoro destinati a cambiare profondamente il mio modo di vedere la finanza.
Guardando oggi quel viaggio, mi rendo conto che Ginevra non fu una semplice parentesi.
Fu il ponte tra la Dubai che avevo appena intravisto e quella che, di lì a poco, avrei cominciato davvero a conoscere.
Ginevra non mi aveva allontanato dal deserto.
Mi aveva indicato la strada per tornarci.

✈️ Il viaggio continua
Nel prossimo capitolo:
Dubai – Diario personale
Il periodo in cui smisi di osservare la città dall’esterno e iniziai finalmente a viverla.
(Prossimamente)
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