Sette giorni per capire che sarei tornato

"A volte bastano pochi giorni per capire che un luogo tornerà a far parte della tua vita."

Quel primo soggiorno durò appena sette giorni

Di quei sette giorni non ricordo tutto.

Ricordo soprattutto ciò che, negli anni, ha continuato a tornarmi in mente.

È curioso come funzioni la memoria: non conserva tutto, trattiene ciò che, spesso senza che ce ne accorgiamo, finisce per cambiarci.

Di Dubai vidi pochissimo. Eppure bastò per capire che quella città sarebbe tornata a far parte della mia vita.

Fu una permanenza decisamente atipica.

Arrivai insieme a un altro consulente, Mossein Lasheen, egiziano residente da anni in Italia, che tutti chiamavano Max. Ancora oggi non ho mai capito perché avesse scelto quel nome occidentale, ma per noi era semplicemente Max.

Durante quel soggiorno fummo ospiti di un manager indiano di una grande compagnia finanziaria, che ci trattò davvero come due principi.

Taj Palace Deira

La nostra base operativa era il Taj Palace Hotel Dubai, nel vecchio quartiere di Deira.

La mia casa per sette giorni.

Deira, il cuore della Dubai storica

Sheikh Zayed Road stava già cambiando il profilo della città, ma all’epoca Deira ne conservava ancora l’anima più autentica.

Piccoli negozi, ristoranti, uffici e persone provenienti da ogni parte del mondo si susseguivano lungo le strade di un quartiere che cresceva senza aver ancora dimenticato le proprie origini.

Ma torniamo alla nostra umile dimora emiratina.

Il Taj Palace era elegante, raffinato e pensato soprattutto per chi viaggiava per lavoro. Eppure, ogni volta che ripenso al mio primo soggiorno a Dubai, il pensiero torna sempre lì.

Per me resterà il luogo da cui tutto è cominciato.

Mi fu assegnata una suite che aveva ben poco della classica camera d’albergo.

Era un vero appartamento: soggiorno, camera da letto, cucina e altri ambienti distribuiti con un’eleganza che non avevo mai visto prima in un hotel.

La mia suite

Ogni sera, rientrando dalle riunioni, lasciavo la borsa da una parte, la giacca da un’altra e il computer magari in una stanza diversa.

Dopo mezz’ora di riposo dovevo quasi fare mente locale per ricordare dove avessi messo tutto.

Una sera uscii dal bagno convinto di trovarmi davanti alla porta d’ingresso.

Mi ritrovai nel salottino.

Fu lì che sorrisi tra me e me.

Più che una suite, mi avevano assegnato un appartamento.

Mancava soltanto una piantina all’ingresso con scritto:

«Lei è qui.»

Ancora oggi, quando penso al Taj Palace, non ricordo tanto il letto o il panorama quanto quel piccolo senso di smarrimento che riusciva persino a divertirmi.

Ci sono alberghi che restano impressi per la colazione o per il comfort.

Io quel Taj Palace lo ricordo perché, per una settimana, ci si poteva quasi perdere dentro.

Durante quei sette giorni, però, io e Max vivemmo il lavoro in modo diverso.

Lui era concentrato esclusivamente sugli affari.

Io avevo un difetto, o forse un pregio: non riuscivo a smettere di osservare.

Ogni dettaglio attirava la mia attenzione.

Avevo la sensazione di trovarmi in un luogo destinato a cambiare rapidamente.

E intanto riunioni, incontri tecnici e pranzi di lavoro si susseguivano quasi senza lasciarci respiro.

Meeting al Taj-Palace

Quando riuscivo a ritagliarmi qualche minuto libero, uscivo a camminare nei dintorni di Deira.
Senza una meta precisa.
Osservavo le persone.
Le automobili.
Le insegne.
Cercavo semplicemente di assorbire quell’atmosfera, così diversa da tutto ciò che avevo conosciuto fino ad allora.

Deira, traffico locale

La Dubai che conobbi all’inizio era racchiusa in poche centinaia di metri.

Bastava uscire dall’aria condizionata dell’albergo perché il caldo ti avvolgesse all’istante.

Dopo il primo impatto, però, rallentavo il passo.

Era allora che Dubai cominciava davvero a raccontarsi.

Fu durante una di quelle passeggiate che qualcosa attirò la mia attenzione.

Una vetrina

A prima vista pensai fosse una raffinata camiceria.

L’allestimento era impeccabile.

Linee essenziali.
Tessuti candidi.
Ordine quasi maniacale.

L’eleganza si percepiva ancora prima di entrare.

Mi avvicinai.

E mi accorsi dell’errore.

Non erano camicie.

Erano kandura, le tradizionali tuniche bianche indossate dagli uomini degli Emirati.

Fu davanti a quella vetrina che capii di trovarmi davanti a qualcosa che andava ben oltre un semplice abito.

Cominciai a cogliere qualcosa dell’anima della città e del modo di vivere mediorientale.

Entrai a dare un’occhiata.

Ce n’erano di ogni tipo.

Con polsini per i gemelli.
Con polsini classici.
Con il caratteristico collo alla coreana.

Tutte realizzate in tessuti di cotone finissimo.

Più osservavo quel negozio e più mi sembrava l’equivalente emiratino di una delle boutique più eleganti di Napoli.

Non ricordo più come si chiamasse.

Negli anni, però, nella mia memoria l’ho ribattezzato scherzosamente “Al Mah Ri Nel”, un piccolo omaggio a Marinella, la storica boutique napoletana celebre per le sue cravatte artigianali.

Il paragone mi venne naturale.

Cambiavano gli abiti.
Cambiava la cultura.

Ma la sensazione era la stessa.

Non si trattava semplicemente di vestire bene.

Si trattava di raccontare una tradizione.

Fu davanti a quella vetrina che iniziai a capire una cosa:

sono spesso i dettagli, apparentemente insignificanti, a raccontare un Paese meglio di qualsiasi monumento.

Carlo ed il Kandura

Negli Emirati, l’eleganza tradizionale si esprime attraverso la kandura e il copricapo formato dalla ghutra, il leggero telo di cotone bianco o bianco e rosso, trattenuto dall’agal, il caratteristico cordone nero intrecciato.

Un abbigliamento nato per proteggersi dal sole e dal vento del deserto, diventato nel tempo uno dei simboli più riconoscibili dell’identità emiratina.

Può sembrare incredibile, ma per una settimana il mio universo fu tutto lì:

la hall,
le sale riunioni,
i ristoranti,
le strade intorno all’albergo.

Per sette giorni quella fu la mia Dubai.

Eppure bastò.

Dietro quelle strade ordinate, dietro i grattacieli che iniziavano appena a ridisegnare l’orizzonte e dietro un’organizzazione quasi maniacale, intuivo qualcosa di molto più grande.

La storia di uomini che avevano deciso di sfidare il deserto e costruire una nazione guardando lontano, senza dimenticare le proprie origini.

Poche torri, molte gru e la sensazione che il futuro fosse già cominciato.

Lasciai Dubai con la sensazione di non averla vista davvero.

Ma avevo una certezza.

Ci sarei tornato.

Non sapevo ancora quante volte.

Dovevo assistere alla sua crescita.

Dubai metà anni 2000

✈️ Continua il racconto di Dubai:

➜ Capitolo 3 – Una deviazione chiamata Ginevra


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