Berlino, il mio Checkpoint Charlie e una mano sul Muro

Berlino non è stata solo una città da visitare. Tra Checkpoint Charlie, ricordi della Guerra Fredda, incontri inattesi e una mano appoggiata sul Muro, quel viaggio è diventato qualcosa di molto più personale.

Checkpoint Charlie a Berlino era uno di quei luoghi che conoscevo già prima ancora di vederlo.

Fotografie, film, libri e racconti della Guerra Fredda gli avevano costruito intorno un’aura particolare.

Ed io a Berlino ci sono stato un paio di volte.

Entrambe per lavoro.

E, come spesso accadeva nei miei viaggi, le giornate finivano per dividersi più o meno equamente tra riunioni, appuntamenti e ristoranti.
Non necessariamente in quest’ordine.

😊

Una delle due volte ci arrivai grazie al mio amico e referente Mehmet, che aveva bisogno di un consulente esperto in materia finanziaria.

Io.

E siccome era tutto spesato, devo dire che non me lo feci ripetere due volte.

Berlino mi incuriosiva troppo.
Ma quel viaggio cominciò in un modo che non avevo previsto.

Prima ancora di andare in ufficio, si profilò infatti una deviazione del percorso.

Mr. Fackir, il referente turco-berlinese di Mehmet, ci disse che dovevamo fare una tappa in un posto “particolare”.

Mi portarono verso Wannsee, nella parte sud-occidentale di Berlino.

Una zona completamente diversa dalla Berlino che normalmente uno immagina.

Tanto verde.

Boschi.

Ville.

Importanti campi da golf.

Poi, in mezzo a tutto quel verde, comparve qualcosa che con il paesaggio circostante sembrava avere poco a che fare.

Grandi antenne per telecomunicazioni satellitari.

Parabole.

Una.

Un’altra.

E altre ancora.

Alcune veramente enormi.

Quella non era però un’attrazione turistica.

Era una struttura operativa.

Ed evidentemente io potevo trovarmi lì soltanto perché ero arrivato con le persone giuste.

Mr. Fackir accompagnò me e Mehmet all’interno e, a un certo punto, ci lasciò ad aspettare in una stanza.

E quella stanza me la ricordo ancora.

Molto austera.

Un tavolo da riunioni.

Qualche sedia.

Pochissimo altro.

Non so se fosse realmente così oppure se fosse la suggestione di trovarmi in una struttura piena di grandi antenne satellitari, ma a me sembrava una di quelle stanze che nei film vengono utilizzate durante la Guerra Fredda.

Mancava soltanto qualcuno che entrasse con una cartellina sotto il braccio dicendo:

«Signori, abbiamo un problema.»

😊

Poi c’era una finestra.

E dalla finestra si vedevano quelle enormi antenne.

A quel punto potevo forse non fare una fotografia?

Naturalmente no.

E devo dire che quella foto, quando la vidi, mi fece sentire per qualche secondo molto più spia internazionale che consulente finanziario napoletano.

Ovviamente ebbi l’accortezza di non fotografare sigle, targhe, pannelli o qualsiasi altro particolare che potesse identificare qualcosa di specifico.

La finestra.

E le antenne sullo sfondo.

D’altra parte antenne per telecomunicazioni ce ne sono un po’ ovunque.

Ma provate a mettere quelle antenne dietro una stanza austera immersa nei boschi di Berlino e vedrete che immediatamente anche voi vi sentirete un pochino più 007.

😊

E forse, senza rendermene ancora conto, quello fu il mio primo vero contatto con ciò che Berlino avrebbe rappresentato per me.

La città divisa.

La Guerra Fredda.

Il Muro.

Est e Ovest.

Perché Berlino è una città strana.

Moderna, certamente.

Ma moderna anche perché è stata costretta più volte a ricostruire se stessa.

La Berlino capitale del Terzo Reich uscì dalla Seconda guerra mondiale devastata.

Poi arrivò un’altra divisione.

Un’altra storia.

Un altro confine.

E quel Muro, per decenni, trasformò Berlino in qualcosa di molto più grande di una semplice città tedesca.

Fu quasi un enorme simbolo politico poggiato nel mezzo dell’Europa.

E forse è proprio questo che rende difficile giudicarla soltanto come una città bella o brutta.

Perché a Berlino, prima ancora di guardare gli edifici, finisci per guardare la storia.

Ma durante quel viaggio scoprii anche un’altra Berlino.

O meglio, una delle sue tante Berlino.

Quella turca.

Sapevo naturalmente che in Germania viveva una comunità turca molto numerosa.

Ma una cosa è saperlo.

Un’altra è arrivare a Berlino accompagnato da Mehmet.

Perché a quel punto Berlino cominciò improvvisamente a parlare turco.

Conoscenti.

Amici.

Ristoratori.

Referenti.

Persone incontrate durante gli appuntamenti.

Avevo quasi la sensazione che Mehmet conoscesse qualcuno ovunque andassimo.

E naturalmente questa immersione culturale ebbe conseguenze molto concrete.

A pranzo, ristorante turco.

A cena…

stesso ristorante turco.

E che ristorante.

D’altra parte ero arrivato a Berlino con Mehmet.

Pretendere uno Schnitzel sarebbe stato quasi scortese.

😊

Ma prima di arrivare ai ristoranti, almeno in teoria, c’era da lavorare.

E una mattina avevamo in programma una conference call particolarmente delicata.

Dall’altra parte avrebbe dovuto esserci un bancario che si trovava in Africa e che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto aprirci alcune porte per un’operazione finanziaria in uno Stato africano che oggi, sinceramente, non ricordo più con precisione.

L’appuntamento era fissato per le 9:00.

Noi eravamo nell’ufficio di Mr. Fackir, che in quei giorni ci aveva messo a disposizione la sua struttura come base operativa.

Ore nove.

Niente.

Passa mezz’ora.

Niente.

Passa un’ora.

Ancora niente.

Telefonate.

Messaggi.

Tentativi di contatto.

Del nostro bancario africano, nessuna traccia.

Ormai erano trascorse quasi due ore quando, finalmente, fu lui a chiamare.

Aveva un problema.

Pioveva.

Detta così, da Berlino, poteva sembrare una giustificazione un po’ debole.

In realtà ci spiegò che nella zona in cui si trovava erano cadute piogge molto forti e gli spostamenti erano diventati estremamente difficili.

Quando le infrastrutture sono insufficienti, una pioggia importante può trasformare rapidamente le strade in percorsi quasi impraticabili.

E così anche quindici chilometri possono diventare un’odissea.

Lui quindi stava ancora cercando di raggiungere il proprio ufficio, dal quale avrebbe potuto collegarsi.

Noi continuammo ad aspettare.

Aspetta lui.

Aspetta noi.

Aspetta la call.

Finché, inevitabilmente…

si fece ora di pranzo.

E a quel punto fui io a cominciare a scalpitare.

«Amma magnà!»

Lo dissi naturalmente in napoletano.

Davanti a me c’erano due turchi e un tedesco che mi guardarono con un’espressione meravigliosa.

Quella che non ha bisogno di traduzione.

E questo che sta dicendo?

Bastarono due parole.

«Dobbiamo mangiare.»

Improvvisamente la mia proposta diventò comprensibile.

E, a giudicare dalle loro facce, anche parecchio ragionevole.

Quindi…

e pranzo fu.

Naturalmente il ristorante non poteva che essere turco.

Ma che ristorante.

Ricordo ancora oggi un livello davvero notevole sia nel servizio sia nella cucina.

Carne.

Verdure.

Meze.

Piatti e sapori che conoscevo già, preparati molto bene e presentati con grande attenzione.

Finimmo tranquillamente il pranzo e tornammo in ufficio.

La call fissata per le nove del mattino sembrava ormai appartenere a un’altra giornata.

Ci rimettemmo seduti.

E continuammo ad aspettare.

Sua Maestà il banchiere africano.

Si fecero addirittura le 16:00 quando finalmente arrivò la telefonata.

Eccola.

Era lui.

Ci stava dicendo di prepararci perché finalmente avremmo fatto la conference call.

A quel punto nell’ufficio partì una specie di improvvisa ricomposizione generale.

Chi si rimise la cravatta, che dopo pranzo evidentemente era diventata un accessorio troppo impegnativo.

Chi tornò a infilarsi le scarpe strette, probabilmente nuove.

Vero, Mehmet?

😊

Chi recuperò la giacca.

In pochi minuti eravamo tornati tutti seri, composti e soprattutto pronti ad affrontare quella riunione che avrebbe dovuto cominciare sette ore prima.

Computer acceso.

Documenti pronti.

Tutti ai propri posti.

Finalmente si cominciava.

Poi guardai la faccia di Mr. Fackir.

Non serviva nemmeno chiedergli cosa fosse successo.

Quell’espressione diceva già tutto.

Il nostro uomo, dopo aver trascorso ore cercando di raggiungere il proprio ufficio sotto la pioggia, alla fine aveva rinunciato.

Era tornato a casa.

E siccome da casa non poteva avere accesso a ciò che gli serviva per affrontare quella delicata operazione finanziaria, la conference call…

non si poteva fare.

Erano le quattro del pomeriggio.

Eravamo arrivati in ufficio per una riunione fissata alle nove.

Avevamo aspettato.

Telefonato.

Aspettato ancora.

Pranzato.

Recensito il ristorante.

Rimesso cravatte, giacche e perfino scarpe strette.

Per scoprire, sette ore dopo, che il nostro interlocutore…

era tornato a casa.

A quel punto credo che Mehmet abbia guardato le sue scarpe pensando che, almeno quelle, poteva tranquillamente togliersele di nuovo.

😊

La giornata di lavoro poteva quindi considerarsi definitivamente chiusa.

Va bene.

Ma siccome quella era la mia prima volta a Berlino, una cosa la pretesi.

«Adesso però almeno il Muro o Checkpoint Charlie me lo dovete far vedere.»

Mi accontentarono.

E devo ammetterlo: ero felice come un bambino che sta andando alle giostre.

Durante il tragitto pensavo già:

il Checkpoint mio.

😊

Non so perché abbia sempre avuto questa strana attrazione per quel posto.

Forse per il nome.

Charlie.

Forse perché appartiene a una storia che, anche senza averla vissuta direttamente a Berlino, abbiamo visto centinaia di volte nei film, nei documentari e nei telegiornali.

Quando arrivai, però, mi accorsi che quel luogo qualcosa te la trasmette davvero.

Non è soltanto una garitta in mezzo alla strada.

È quello che rappresenta.

Mi fermai a guardarla.

Ed è più o meno così che mi piace ricordarmi oggi davanti a quel posto.

Di spalle.

Fermo.

A osservare.

Perché inevitabilmente cominciano a passarti nella testa immagini che appartengono alla Guerra Fredda.

Berlino divisa.

Il Muro.

I posti di blocco.

Le divise.

Le automobili fermate.

I documenti controllati.

Da una parte i soldati della Germania Orientale che il cinema occidentale ci aveva abituato a vedere quasi sempre come i cattivi.

Dall’altra gli americani.

Naturalmente la realtà storica è infinitamente più complessa di come ce l’hanno raccontata certi film.

Ma davanti a Checkpoint Charlie, almeno per qualche minuto, il film te lo fai anche tu.

Immagini di essere lì quando attraversare quella strada significava passare da un mondo all’altro.

Una fotografia.

Una divisa.

Una scritta.

E nella testa cominciano a comparire spie.

Agenti segreti.

Automobili nere.

Documenti nascosti nelle tasche.

Valigiette misteriose.

Qualcuno dall’altra parte che aspetta di sapere se riuscirai a passare.

Probabilmente è anche questo il fascino di certi luoghi.

Non hanno necessariamente bisogno di essere belli.

Devono riuscire a farti ricordare qualcosa che non hai mai vissuto.

E Checkpoint Charlie, con me, ci riuscì perfettamente.

Del resto…

era il mio Checkpoint.

Dopo quella breve visita passammo anche lungo una strada dove del Muro di Berlino ne era rimasto ancora un bel tratto.

Quella volta, però, fu soltanto una vista fugace.

Lo vidi dal finestrino della macchina mentre passavamo.

Pochi secondi.

Abbastanza, però, per lasciarmi qualcosa.

Guardavo quel pezzo di cemento e pensavo che non volevo limitarmi a vederlo da lontano.

Volevo toccarlo.

Non per collezionare un gesto turistico.

Semplicemente perché certi luoghi sembrano chiederti un contatto diretto, quasi fisico, con quello che hanno rappresentato.

Quella volta non ci fu tempo.

Ma mi feci una promessa.

Prima o poi sarei tornato davanti a quel Muro e ci avrei appoggiato una mano.

E qualche tempo dopo tornai a Berlino.

Anche quella volta per lavoro.

Ma di quel lavoro, sinceramente, non ho conservato quasi nulla.

Le persone che incontrai non mi lasciarono un ricordo particolarmente positivo.

Tanto parlare.

Tanto tempo perso.

Pochissima sostanza.

Di quel viaggio salvo una bella mangiata al ristorante Culaccino.

E poco altro.

Andai anche ad Alexanderplatz.

Un luogo famosissimo.

Uno dei simboli di Berlino.

La vidi.

La attraversai.

La osservai.

La fotografai.

Ma non mi trasmise praticamente nulla.

Può succedere.

Ci sono posti davanti ai quali milioni di persone si emozionano e tu rimani perfettamente indifferente.

E poi ce ne sono altri che magari non sono nemmeno belli nel senso tradizionale della parola e riescono invece a prenderti da qualche parte dentro.

Per me Berlino era soprattutto uno di questi.

Il Muro.

Quella promessa fatta durante il viaggio precedente non l’avevo dimenticata.

Questa volta avevo tempo.

Questa volta mi fermai.

Mi avvicinai.

E finalmente feci quello che avevo pensato la prima volta che l’avevo visto passandomi davanti dal finestrino di un’automobile.

Appoggiai una mano sul Muro di Berlino.

Può sembrare niente.

In fondo è cemento.

Freddo.

Duro.

Immobilizzato lì da anni.

Ma in quel momento provai una sensazione difficile da spiegare.

Tristezza.

Non la tristezza di chi sta guardando qualcosa di brutto.

Era qualcosa di diverso.

Tenendo la mano su quel cemento ebbi quasi la sensazione di averla appoggiata sopra una sfera di cristallo.

Solo che invece di mostrarmi il futuro, per un istante sembrava restituirmi il passato.

Come se attraverso quel contatto potessi percepire tutto ciò che quell’oggetto aveva visto.

Le persone che gli erano passate davanti.

Quelle che avevano potuto attraversarlo.

Quelle che non avevano potuto farlo.

Chi dall’altra parte aveva qualcuno.

Un familiare.

Un amico.

Un amore.

Chi aveva guardato quel muro sapendo che pochi metri di cemento separavano due vite che prima appartenevano alla stessa città.

Per un istante quel pezzo di cemento non era più soltanto un pezzo di cemento.

Aveva una vita.

O forse gliela stavo dando io.

Non importa.

La sensazione fu quella.

La mia mano era lì.

E attraverso quella mano sembrava passare una storia che non avevo vissuto, ma che conoscevo da sempre attraverso fotografie, film, racconti e immagini viste in televisione.

In quel momento capii anche perché la prima volta avevo sentito il bisogno di tornarci.

Vederlo non mi era bastato.

Dovevo toccarlo.

Checkpoint Charlie aveva acceso nella mia testa il film della Guerra Fredda.

Il Muro fece qualcosa di diverso.

Me la fece sentire.

E forse è proprio questo che porto davvero con me dei miei viaggi a Berlino.

Non gli incontri di lavoro.

Non le conference call.

Non Alexanderplatz.

Nemmeno le grandi antenne di Wannsee, nonostante per qualche minuto mi avessero fatto sentire James Bond.

Ricordo una garitta.

Il mio Checkpoint Charlie.

E soprattutto ricordo una mano appoggiata sul cemento.

La mia.

Perché a volte viaggiamo migliaia di chilometri, incontriamo decine di persone, entriamo in uffici, alberghi, ristoranti e aeroporti.

Poi gli anni passano.

E di tutto quel viaggio rimane un gesto.

Una mano su un Muro.

E tutto quello che, per qualche secondo, quel Muro sembrò raccontarmi.


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13 risposte

  1. Mio caro amico, la tua storia è raccontata con tanta passione e con il cuore che dà l’impressione di averla vissuta con te questo viaggio. CONGRATULAZIONI

    1. Grazie davvero, parole come le tue mi fanno capire che forse questa strada l’ho trovata davvero. In fondo è anche il mio modo di rapportarmi con gli altri: raccontare ciò che ho vissuto cercando di trasmettere le emozioni che quelle esperienze hanno lasciato dentro di me.

      Ho capito che emozionare qualcuno significa anche mostrarsi per quello che si è, con il cuore ma anche con la mente.

      Qualcuno mi ha detto: «Ormai sono tutti scrittori con l’intelligenza artificiale». Ma credo che ci sia una differenza fondamentale. L’intelligenza artificiale può aiutare, suggerire, elaborare, perfino migliorare una forma. Ma non può aver vissuto un viaggio, aspettato sette ore una telefonata, riso con gli amici o appoggiato una mano sul Muro di Berlino provando qualcosa.

      Quelle esperienze, quei ricordi e quelle emozioni appartengono a chi le ha vissute. E quando racconto, provo semplicemente a metterle sulla pagina così come le porto dentro. ❤️

  2. Col racconto hai trasmesso molta empatia, mi hai portato a quel muto ho sentito la mano toccare il cemento. E infine ho immaginato che ti chiami Charlie per questo motivo.

  3. Grazie Lucia. Mi fa davvero piacere che il racconto ti abbia trasmesso quella sensazione, perché è proprio ciò che provai mettendo la mano su quel cemento. E su Charlie hai colto qualcosa, anche se in modo diverso: da quando venni a conoscenza dell’esistenza di Checkpoint Charlie ho sempre sentito una strana vicinanza verso quel luogo, quasi una familiarità difficile da spiegare. Forse è anche per questo che, quando finalmente ci arrivai davanti, nella mia testa diventò subito “il mio Checkpoint”.

  4. E’ proprio vero che leggere un libro, una storia è tutta un’ altra cosa che ascoltarla.
    Complimenti per i minimi dettagli

  5. Bello
    Bello
    Bello
    Scritto divinamente; il pregio di una scrittura fatta bene è quello di portarti nel luogo descritto..
    Ed io sono stato a Berlino per tutto il tempo della lettura..
    A parte la meravigliosa cucina turca…
    Complimenti davvero

  6. Carlo ti conosco da vari anni e abbiamo trascorso un po’ di tempo insieme, quindi posso dire che, dopo aver letto questa avventura che sei veramente una persona piena di sentimenti e attenta a tutte le sfaccettature che la vita ti presenta; complimenti davvero perché ho imparato tanto !!!

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