Adda venì Baffone: un modo di dire che voleva dire tanto

Da bambino sentivo i miei nonni dire «Adda venì Baffone», senza sapere chi fosse. Poi scoprii che quel Baffone era Stalin e che la frase parlava di speranza e cambiamento. Una storia di famiglia tra memoria, politica, affetto e qualche inevitabile ...

Quando ero bambino c’erano frasi che gli adulti pronunciavano con una naturalezza assoluta e che, nella testa di un bambino, potevano creare problemi enormi.

Una di queste la sentivo dire proprio nella casa dei miei nonni dove sono nato.

E manco a farlo apposta sono nato 18 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, dove ancora si vivevano le difficoltà del dopoguerra.

Ogni tanto succedeva qualcosa che non andava.

Qualcuno faceva il furbo.

Qualcosa aumentava di prezzo.

Qualcuno comandava male.

Qualche situazione diventava talmente assurda che sembrava non esserci più niente da fare.

Ed ecco arrivare la sentenza:

«Adda venì Baffone!»

La dicevano come se non ci fosse bisogno di aggiungere altro.

Tutti sembravano sapere perfettamente chi fosse Baffone.

Tranne me.

Io avevo due domande.

La prima:

Chi era Baffone?

La seconda, decisamente più importante:

quando veniva?

Perché se uno dice:

«Adda venì»

significa che questo, prima o poi, dovrebbe arrivare.

Magari non oggi.

Forse non domani.

Ma deve venire.

E io aspettavo.

CHI ERA QUESTO BAFFONE?

Nella mia testa di bambino il ragionamento era abbastanza semplice.

Se si chiamava Baffone doveva avere dei baffi.

E non due baffetti qualsiasi.

Due baffi importanti.

Uno così non poteva presentarsi con una strisciolina sotto il naso.

Me lo immaginavo grande, serio, con due baffoni enormi e soprattutto dotato di poteri straordinari.

Perché Baffone compariva sempre quando c’era qualcosa da sistemare.

Qualcuno si comportava male?

Adda venì Baffone.

Qualcuno approfittava degli altri?

Adda venì Baffone.

Le cose non funzionavano?

Sempre lui.

A quel punto avevo elaborato una mia teoria.

Baffone era una specie di tecnico specializzato nei problemi dell’umanità.

Arrivava.

Guardava la situazione.

Si accarezzava i baffi.

E diceva:

«Va bene. Adesso basta.»

Poi sistemava tutto.

L’unico inconveniente era che aveva tempi d’intervento piuttosto lunghi.

Perché i miei nonni continuavano a invocarlo…

ma di Baffone non si vedeva neanche l’ombra.

POI SCOPRII CHE BAFFONE ESISTEVA DAVVERO

Passarono gli anni e finalmente scoprii la verità.

Baffone non era un personaggio inventato dai miei nonni.

Era Iosif Stalin.

Proprio lui.

L’uomo che guidò l’Unione Sovietica per decenni.

Il soprannome italiano di “Baffone” era legato ai suoi caratteristici baffi, tanto che anche il vocabolario Treccani registra Stalin come esempio celebre dell’uso di quel soprannome.

Quando lo scoprii, però, invece di risolvere il mistero me ne comparve immediatamente un altro.

Che cosa ci faceva Stalin nei discorsi dei miei nonni?

E soprattutto:

perché doveva venire proprio da noi?

Me la immaginavo la scena.

Suona il citofono.

«Chi è?»

«Stalin.»

«Chi?»

«Baffone.»

«Ah! Finalmente. Salite.»

Naturalmente non funzionava proprio così.

QUELLE QUATTRO PAROLE VOLEVANO DIRE MOLTO

L’espressione «Ha da venì Baffone» circolò soprattutto nei primi anni del dopoguerra negli ambienti comunisti italiani.

Dietro quelle parole c’era molto più di un uomo con i baffi.

Per molti significavano speranza in un cambiamento sociale, migliori condizioni di vita, rivalsa delle classi più povere e l’idea che il mondo potesse essere finalmente rimesso, almeno secondo quella visione politica, dalla parte giusta. Una ricostruzione storica dell’Università Cattolica descrive proprio l’espressione come uno slogan insieme consolatorio e minaccioso dei militanti comunisti italiani del dopoguerra.

Poi la Storia avrebbe mostrato anche l’altra faccia di Stalin.

Il regime sovietico fu una dittatura segnata da repressioni, terrore politico ed eliminazione degli oppositori, ben lontana dall’immagine quasi salvifica che una parte dell’opinione popolare occidentale aveva potuto costruirsi.

Ma i modi di dire hanno una caratteristica curiosa.

A un certo punto si staccano dalla persona che li ha fatti nascere.

E cominciano a vivere da soli.

Così, almeno nella lingua quotidiana che ricordo io, quando i miei nonni dicevano:

«Adda venì Baffone»

non stavano necessariamente facendo un’analisi della politica sovietica.

Era diventato qualcosa di più semplice.

E forse anche più universale.

Voleva dire:

prima o poi dovrà arrivare qualcuno che metta le cose a posto.

I MIEI NONNI NON STAVANO CHIAMANDO MOSCA

Questo, naturalmente, l’ho capito dopo.

Da bambino no.

Per me Baffone continuava a essere una persona fisica.

Uno che poteva arrivare davvero.

E devo dire che gli veniva attribuita una quantità di lavoro considerevole.

I prezzi aumentavano?

Baffone.

Qualcuno faceva il prepotente?

Baffone.

Un politico combinava qualcosa che ai miei nonni non piaceva?

Baffone.

Un’ingiustizia?

Sempre Baffone.

In pratica quest’uomo avrebbe dovuto occuparsi contemporaneamente di economia, politica, giustizia, ordine pubblico e probabilmente anche di qualche problema condominiale.

Un governo intero racchiuso in due baffi.

Eppure non arrivava.

Passavano i giorni.

Niente.

I mesi.

Niente.

Gli anni.

Niente.

A un certo punto avrei potuto tranquillamente chiedere a mio nonno:

«Ma siamo sicuri che questo ha l’indirizzo?»

POI SONO CRESCIUTO

Con il tempo smisi naturalmente di aspettarlo.

Avevo capito chi fosse Stalin.

Avevo capito da dove arrivasse quel modo di dire.

Avevo capito soprattutto che apparteneva a una generazione diversa dalla mia.

Quella dei miei nonni.

Una generazione che aveva conosciuto tempi difficili e che dentro poche parole riusciva a mettere rabbia, speranza, protesta e perfino una specie di minaccia.

«Adda venì Baffone.»

Fate pure.

Ma prima o poi qualcuno verrà a sistemare tutto.

A quel punto consideravo definitivamente chiusa la questione.

Baffone non sarebbe venuto.

Mi sbagliavo.

BAFFONE ARRIVÒ DAVVERO

Non venne da Mosca.
Non attraversò l’Europa.
Non marciò alla testa dell’Armata Rossa.

La storia, in realtà, era molto più semplice.

Quando entrai nella famiglia di mia moglie, Mimmo c’era già da un bel po’.

All’anagrafe si chiama Carmine, ma in famiglia nessuno lo ha mai chiamato così.
Per tutti è sempre stato, semplicemente, Mimmo.

È il marito di Annamaria, la sorella di mia moglie.

Quindi, mio cognato.

Antifascista dichiarato.

Appassionato di politica.

E soprattutto dotato di due baffi che, dopo un’infanzia trascorsa a sentire parlare di Baffone, nella mia testa non potevano certo passare inosservati.

Così il destino volle che, dopo aver passato anni a sentire i miei nonni dire:

«Adda venì Baffone.»

un baffone me lo ritrovassi davvero in famiglia.

Naturalmente, questa volta Mosca non c’entrava niente.

E nemmeno il visto.

CON MIMMO SI PUÒ PARLARE DI TUTTO

Questo va detto.

Con Mimmo si può parlare tranquillamente di moltissime cose.

Di famiglia.

Di cucina.

Del tempo.

Di calcio.

Delle vacanze.

Della vita.

Di politica no.

Non perché Mimmo non ami parlarne.

Anzi.

Il problema è esattamente il contrario.

Quando si parla di politica con Mimmo esiste una piccola regola che è bene conoscere prima di cominciare:

Mimmo ha ragione.

Sempre.

È una delle poche certezze rimaste nel mondo contemporaneo.

Puoi cominciare la discussione da qualsiasi punto.

Puoi portare documenti.

Libri.

Statistiche.

Testimonianze.

Filmati.

Se proprio vuoi esagerare, puoi anche tentare di convocare personalmente qualche protagonista degli avvenimenti.

Non importa.

Alla fine della discussione emergerà comunque una verità incontrovertibile:

Mimmo aveva ragione.

E tu no.

IL MONDO PUÒ CAMBIARE. MIMMO NO

Sono cambiati i partiti.

È cambiata l’Europa.

È cambiato il mondo.

Sono cambiate perfino certe discussioni politiche.

Mimmo?

Mimmo resta Mimmo.

Antifascista convinto e, quando si parla di politica, sempre pronto a sostenere le proprie idee fino all’ultima sillaba.

La Storia può cambiare direzione.

I confini possono spostarsi.

I partiti possono sciogliersi.

Le bandiere possono essere ammainate.

Ma se a tavola qualcuno dice qualcosa che politicamente non lo convince…

Mimmo è operativo.

Parte tranquillo.

Prima spiega.

Poi precisa.

Poi ribadisce.

Poi, per sicurezza, rispiega quello che aveva già spiegato.

A quel punto qualcuno commette l’errore.

Lo contraddice.

Ed ecco che il volume sale leggermente.

Poi un altro po’.

Qualche minuto dopo non stai più partecipando a una discussione.

Stai assistendo a un comizio privato.

E senza nemmeno aver pagato il biglietto.

PERÒ GLI VOGLIO BENE

Qui devo essere chiaro.

A Mimmo voglio bene.

Davvero.

Le discussioni politiche fanno parte del personaggio.

Anzi, probabilmente se un giorno mi desse ragione immediatamente mi preoccuperei.

«Mimmo, secondo me su questa cosa è così.»

«Hai ragione, Carlo.»

Ecco.

Chiamerei subito un medico.

Non è lui.

E proprio perché gli voglio bene posso permettermi, quando una discussione comincia a diventare particolarmente animata, di pensare certe cose.

Per esempio:

«Mimmo, adesso basta.»

Lui continua.

E io:

«Mimmo…»

Continua.

A quel punto nella mia testa comincia ad apparire una destinazione.

Una località lontana.

Molto lontana.

Con un nome che, dopo tutta questa storia di Baffone, Stalin, Mosca e Unione Sovietica, viene fuori quasi da solo:

Fangulag.

Perché perfino quando mi viene voglia di mandare Mimmo a quel paese, dopo tanti anni di «Adda venì Baffone», nella mia testa perfino quel paese finisce inevitabilmente per assumere un nome sovieticheggiante.

Ma naturalmente passa tutto.

Perché alla fine siamo famiglia.

Si discute.

Ci si altera.

Qualcuno ha ragione.

Secondo Mimmo, lui.

E poi si torna a volersi bene esattamente come prima.

ALLA FINE I NONNI AVEVANO RAGIONE

Ripensandoci oggi, tutta questa storia mi fa sorridere.

Da bambino sentivo i miei nonni dire:

«Adda venì Baffone.»

E mi chiedevo chi fosse.

Poi scoprii che era Stalin.

Poi capii che Stalin non sarebbe arrivato.

Poi, con gli anni, dimenticai quasi quella frase.

La vita andò avanti.

Crebbi.

Mi sposai.

Ed entrai in una famiglia nella quale Mimmo c’era già da un bel po’.

Antifascista dichiarato.

Appassionato di politica.

Due baffi importanti.

E, quando prende una posizione, non esattamente facile da smuovere.

E allora forse devo ammetterlo.

I miei nonni avevano ragione.

Baffone doveva venire.

Solo che, a pensarci bene, non venne affatto.

Non arrivò da Mosca.

Non attraversò l’Europa.

E non fu Annamaria a portarlo nella mia famiglia.

Era già lì.

Fui io ad arrivare nella sua.

E oggi, quando ripenso a tutti quegli anni in cui da bambino aspettavo questo misterioso Baffone, mi viene da ridere.

Perché forse avevo semplicemente capito male la direzione del viaggio.

Non doveva arrivare lui da me.

Dovevo arrivare io da lui.

P.S. Questo post è un UIT su richiesta: mia cognata Annamaria lo dedica a Mimmo, un regalo speciale per il compagno di una vita.

Ma non solo.

Io aggiungo che, in fondo, in tante famiglie c’è un cognato con i baffi.

E allora questo UIT è dedicato anche a loro,

indipendentemente dal colore politico.

😄


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