Auto d’epoca iconiche: le classiche senza tempo che fanno ancora sognare
Sono sempre stato un amante delle automobili.
D’epoca e moderne, sportive ed eleganti. Ma c’è una categoria che mi ha sempre affascinato più delle altre: le auto classiche.
E quando dico classiche non intendo necessariamente vecchie.
Parlo di quelle automobili che sembrano non avere un’età.
Passano venti, trenta, cinquanta anni e continui a voltarti quando ne vedi passare una. A volte basta una linea del cofano, la forma di un parafango, il profilo del tetto o persino un particolare del cruscotto per riconoscerle.
Sono automobili che appartengono a un’epoca precisa e, contemporaneamente, sembrano esserne fuori.
Auto senza tempo.
Ed è proprio questo il filo che unisce le vetture che ho scelto per questo UIT.
Citroën DS e CX, Jaguar XJ-S e XK8, Alfa Romeo Alfetta, BMW 3.0 CSi.
Non necessariamente le più costose.
Non necessariamente le più veloci.
Ma automobili con una personalità talmente forte che sarebbe difficile confonderle con qualcos’altro.
Alcune le ho semplicemente ammirate.
Altre le ho avute.
Ma prima di parlare delle altre, devo cominciare dall’automobile con cui ho avuto qualcosa di molto simile a una relazione.
Cominciamo proprio da lei.
🇫🇷 Citroën DS, lo “Squalo”
Ci sono automobili che si possiedono.
E poi ci sono quelle delle quali, per un certo periodo della propria vita, si finisce quasi per diventare custodi.
Per me la Citroën DS appartiene alla seconda categoria.
La DS l’ho amata davvero.
Talmente tanto che, a un certo punto, ne avevo due.
Una era quella che utilizzavo normalmente.
L’altra l’avevo presa praticamente come riserva di pezzi di ricambio.
E già questo dovrebbe far capire il livello della malattia. 😄
A forza di guardarla, metterci le mani, smontare particolari e capire come era costruita, ero diventato abbastanza esperto della sua carrozzeria.
Del resto la DS era particolare anche in questo.
Cofano, portiere, baule, parafanghi anteriori e posteriori potevano essere smontati dalla struttura dell’auto.
E un giorno decisi di fare esattamente questo.
Me la smontai tutta.
O quasi.
Tolsi i vari elementi della carrozzeria finché rimasero praticamente visibili la scocca interna e quella parte della struttura che io ricordo con una forma quasi da zanna d’elefante.
A quel punto, però, si presentava un piccolo problema.
Dove mettere tutto?
La risposta fu semplice.
Sulla terrazza condominiale.
Portiere.
Cofano.
Baule.
Parafanghi.
In pratica, per qualche tempo, sulla terrazza del palazzo sembrava fosse stata aperta una succursale artigianale della Citroën.
Ma avevo un progetto.
Volevo cambiare colore alla mia DS.
Originariamente era azzurrina pastello.
Bella, certamente.
Ma nella mia testa la vedevo completamente diversa.
Così iniziai a preparare personalmente tutti i pezzi.
Stucco dove serviva.
Carteggiatura.
Preparazione delle superfici.
Un lavoro fatto con quella pazienza che probabilmente si riesce ad avere soltanto quando una cosa ti piace davvero.
Quando finalmente tutto fu pronto, portai i vari pezzi da un amico carrozziere.
Avevo scelto il colore.
Verde scuro metallizzato.
Quando la carrozzeria fu verniciata e l’auto finalmente rimontata, il risultato fu sorprendente.
Cambiò faccia.
Era sempre la mia DS, naturalmente.
Ma sembrava quasi un’altra macchina.
Ed è curioso perché, dopo tanti anni, quando penso alla DS non mi vengono in mente per prima cosa cilindrata, quotazioni o schede tecniche.
Vedo quella macchina azzurrina.
Poi la vedo smontata.
I pezzi sulla terrazza.
La carta abrasiva.
Lo stucco.
E infine quel verde scuro metallizzato che le aveva dato una nuova vita.
E poi c’era lo spazio
C’è un altro ricordo molto personale che mi lega alla DS.
Io sono alto 1,90 metri.
E chi è alto sa che il rapporto con l’abitacolo di un’automobile può diventare rapidamente una questione di centimetri.
Bene.
La DS è l’unica automobile che ricordo nella quale, reclinando completamente i sedili anteriori, riuscivo a stendermi senza dover piegare le gambe.
Per me era quasi incredibile.
Più che un’automobile, in certe occasioni sembrava un piccolo appartamento francese dotato di sospensioni idropneumatiche.
Qualche dato sulla DS
La Citroën DS fu prodotta dal 1955 al 1975.
Per l’epoca era quasi fantascienza su quattro ruote:
- design aerodinamico assolutamente originale;
- sospensioni idropneumatiche con assetto autoregolante;
- comfort straordinario;
- freni a disco;
- una personalità estetica immediatamente riconoscibile.
Naturalmente tanta originalità aveva anche un prezzo.
La meccanica era complessa, l’impianto idraulico richiedeva competenza e non tutti i meccanici erano disposti a metterci le mani.
Ma forse è proprio questo uno dei motivi per cui la DS continua ancora oggi a esercitare un fascino particolare.
Non cercava di assomigliare alle altre automobili.
Erano le altre che, semmai, avrebbero dovuto provare a raggiungerla.
🇫🇷 Citroën CX
Dopo la DS, inevitabilmente, arriva la CX.
Anche questa l’ho avuta.
E anche soltanto scriverne il nome riporta indietro qualche ricordo.
Eccola, aveva questo colore:
La CX era diversa dalla DS.
Più moderna.
Più anni Settanta.
Meno barocca e forse più razionale.
Ma apparteneva alla stessa strana scuola Citroën, quella nella quale sembrava che ogni volta gli ingegneri si chiedessero:
«Perché dovremmo costruire un’automobile come la costruiscono tutti gli altri?»
E poi facessero esattamente il contrario.
La CX fu prodotta dal 1974 al 1991 e raccolse in parte l’eredità tecnica e filosofica della DS.
Una delle sue caratteristiche più particolari era lo sterzo DIRAVI, fortemente assistito e autocentrante.
Per chi arrivava da un’automobile tradizionale, i primi metri potevano quasi richiedere una piccola rieducazione.
Poi iniziavi a capirla.
Perché mi piace ancora
Aveva un comfort elevatissimo.
Una linea che ancora oggi urla anni Settanta senza risultare necessariamente vecchia.
E soprattutto aveva quella capacità tipica delle grandi Citroën di divorare chilometri facendo sembrare l’autostrada un tappeto.
Anche la CX, naturalmente, aveva i suoi lati meno romantici.
Idraulica ed elettronica potevano diventare delicate e la manutenzione richiedeva spesso qualcuno che sapesse realmente dove mettere le mani.
Ma quando penso alla DS e alla CX insieme, mi viene spontaneo pensare a un periodo in cui le Case automobilistiche avevano ancora il coraggio di essere strane.
E forse persino un po’ folli.
🇬🇧 Jaguar XJ-S
Poi cambiamo completamente atmosfera.
Lasciamo la Francia delle sospensioni idropneumatiche e attraversiamo la Manica.
La Jaguar XJ-S è una Gran Turismo vecchia scuola.
Lunga.
Bassa.
Elegante.
Quasi aristocratica.

Fu prodotta dal 1975 al 1996, quindi attraversò oltre vent’anni di storia automobilistica riuscendo a conservare praticamente intatta la propria identità.
Esistette con motori sei cilindri e soprattutto con quel V12 Jaguar che, anche soltanto pronunciato, mette immediatamente in moto qualcosa nell’immaginazione degli appassionati.
Non era una sportiva nervosa.
Era una macchina fatta per viaggiare veloci con una certa eleganza, possibilmente senza dare l’impressione di avere fretta.
I suoi punti forti
Comfort.
Silenziosità.
Linea inconfondibile.
Motori affascinanti.
E, ancora oggi, una presenza su strada che difficilmente passa inosservata.
Naturalmente il V12 presenta anche il conto.
Consumi importanti.
Manutenzione non proprio da utilitaria.
Elettronica che, soprattutto negli esemplari meno curati, può mettere alla prova il rapporto tra uomo e portafoglio.
Ma certe auto non si scelgono facendo soltanto somme e sottrazioni.
Si scelgono perché ti fanno voltare la testa.
🇬🇧 Jaguar XK8
Con la XK8 Jaguar cambia epoca ma non rinuncia all’eleganza.
Prodotta dal 1996 al 2006, rappresenta per me un interessante punto d’incontro tra automobile classica e automobile moderna.
Il motore è un V8.
La linea richiama volutamente alcuni stilemi delle Jaguar del passato, ma senza diventare un esercizio nostalgico.
Coupé o cabriolet, conserva quella tipica eleganza inglese che non ha bisogno di gridare.
Perché può diventare una classica
Ha ancora una linea attuale.
Prestazioni più che sufficienti.
Un grande equilibrio tra sportività e comfort.
E soprattutto appartiene a quella generazione di automobili abbastanza moderna da poter essere utilizzata senza troppe rinunce ma abbastanza caratterizzata da non sembrare una delle tante.
Le prime serie richiedono naturalmente attenzione, soprattutto per alcuni problemi noti della distribuzione e per l’elettronica.
Ma una bella XK8, oggi, inizia ad avere qualcosa che molte automobili nuove non riescono più a offrire.
Presenza.
🇮🇹 Alfa Romeo Alfetta
E naturalmente non poteva mancare un’italiana.
L’ Alfa Romeo Alfetta appartiene a un’epoca nella quale guidare un’Alfa significava qualcosa di molto preciso.
Motore.
Assetto.
Sterzo.
Rumore.
Personalità.
Prodotta dal 1972 al 1987, utilizzava lo schema transaxle, con cambio e differenziale posizionati posteriormente per ottenere una migliore distribuzione dei pesi.
Una scelta tecnica tutt’altro che banale.
Perché è una vera Alfa
L’Alfetta non doveva soltanto portarti da un punto A a un punto B.
Doveva possibilmente farti divertire nel tragitto.
I motori erano brillanti.
La dinamica di guida coinvolgente.
L’identità sportiva autentica.
Naturalmente non era perfetta.
Le finiture non sempre erano all’altezza della meccanica e soprattutto c’era un nemico capace di trasformare l’acquisto di un’Alfetta sbagliata in un corso accelerato di restauro:
la ruggine.
Ma una bella Alfetta conservata bene racconta ancora oggi un modo tutto italiano di costruire automobili.
Un modo nel quale la razionalità aveva sempre bisogno di lasciare un po’ di spazio alla passione.
🇩🇪 BMW 3.0 CSi
La BMW 3.0 CSi è invece una di quelle automobili davanti alle quali, secondo me, bisogna fermarsi qualche secondo.
Una coupé elegante.
Sportiva senza esagerare.
Pulita nelle linee.
Proporzionata.
Con quel lungo cofano davanti che già anticipava, da fermo, la presenza del sei cilindri BMW.
È uno di quei modelli che dimostrano quanto possa essere difficile progettare un’automobile semplice.
Perché semplice non significa banale.
Anzi.
Una delle BMW più belle
La 3.0 CSi appartiene alle BMW che hanno contribuito a definire l’immagine sportiva ed elegante del marchio.
Sei cilindri in linea.
Prestazioni importanti per l’epoca.
Una linea che ancora oggi mantiene una classe incredibile.
È anche una delle automobili di questo UIT che ha raggiunto quotazioni collezionistiche decisamente importanti.
Gli esemplari migliori possono valere cifre considerevoli e i restauri fatti come si deve richiedono investimenti altrettanto importanti.
Anche qui bisogna fare attenzione alla corrosione.
Ma davanti a una bella 3.0 CSi perfettamente restaurata, per qualche minuto si può anche smettere di fare i conti.
Ma quanto valgono davvero queste auto?
Quando scrissi originariamente questo articolo avevo inserito anche le fasce di valore delle varie automobili.
Ed è un dato interessante.
DS, CX, Jaguar, Alfetta, BMW hanno avuto e continuano ad avere storie di mercato molto diverse.
Ci sono auto che per anni sono rimaste sottovalutate e poi hanno iniziato a salire.
Altre che sono diventate immediatamente oggetti da collezione.
Altre ancora che permettono tuttora di entrare nel mondo delle classiche spendendo cifre relativamente accessibili.
Ma più passa il tempo e meno credo che sia questo l’aspetto veramente interessante.
Perché il prezzo di mercato cambia.
Una quotazione sale.
Un’altra scende.
Arriva una moda.
Poi ne arriva un’altra.
Ma il rapporto che abbiamo avuto con certe automobili non segue nessuna quotazione.
Le auto senza tempo
Forse è proprio questa la differenza tra una macchina vecchia e una macchina classica.
La macchina vecchia appartiene al passato.
La classica continua a presentarsi nel presente.
Una DS parcheggiata oggi accanto a un’auto moderna continua ad attirare lo sguardo.
Una BMW 3.0 CSi conserva ancora la propria eleganza.
Una Jaguar XJ-S continua ad avere una presenza che non si può confondere.
Un’Alfetta racconta immediatamente un certo modo italiano di intendere l’automobile.
E una CX sembra ancora chiederti perché mai le altre macchine abbiano deciso di essere così normali.
Poi esistono i ricordi.
E lì non c’è mercato che tenga.
Io, per esempio, quando penso alla Citroën DS non vedo una scheda tecnica.
Non vedo una quotazione.
Non vedo un’asta di auto storiche.
Vedo una terrazza condominiale.
Vedo cofano, portiere, baule e parafanghi appoggiati qua e là.
Vedo lo stucco.
La carta abrasiva.
La carrozzeria azzurrina che lentamente si prepara a diventare verde scuro metallizzato.
Poi vedo quella DS rimontata.
Diversa.
Nuova.
Ma sempre lei.
E probabilmente è proprio questo che rende davvero classica un’automobile.
Non il numero di anni trascorsi dalla sua produzione.
Non il valore raggiunto nelle aste.
Non quanti esemplari ne siano rimasti.
Ma la capacità di continuare, dopo decenni, a riportarti esattamente in un momento della tua vita.
E quando un’automobile riesce ancora a fare questo, forse non è mai diventata davvero vecchia.
È semplicemente diventata un UIT.

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