Episodio 1: Max, Dakar e il primo incontro
La mia prima volta in Africa, a dire il vero, è stata in Egitto.
Ma, a sentire gli egiziani, loro non sono africani.
Gli egiziani sono egiziani. Punto.
D’altra parte vengono da una cultura antichissima, da una storia piena di misteri, simboli, domande ancora aperte.
Una vera Settimana Enigmistica della storia.
Ma quella la lasciamo a un altro momento.
Adesso parliamo di quella che, per me, è stata l’Africa più intensa, più diretta, più viva.
Il Senegal.
E qui entra in gioco una delle cose in cui ho sempre creduto molto: la forza delle pubbliche relazioni.
Perché spesso un viaggio comincia molto prima di prendere un aereo. Comincia da un contatto, da una telefonata, da una persona che ti presenta un’altra persona.
Ed è proprio così che sono nate amicizie che, ancora oggi, resistono al tempo.
Come quella con il mio amico Max.
Ora, però, devo chiarire una cosa piuttosto simpatica.
Max non è il suo vero nome.
E non è nemmeno un caso isolato.
Mi è capitato diverse volte di conoscere persone africane che, per rendere tutto più semplice e veloce, soprattutto nei rapporti con europei e stranieri, scelgono di farsi chiamare Max.
Perché?
Perché, secondo loro, il loro vero nome potrebbe sembrare difficile da ricordare.
E allora: Max.
Breve, facile, internazionale.
Vero, Maguatte Diop?
E vero anche lei, Monsieur Mandiaye Sylla, dove Sylla è il nome?
Ma torniamo alla prima persona che mi ha realmente aperto la porta a tante altre conoscenze.
Max, cioè Maguatte Diop.
Un’amicizia che, tra alti e bassi, dura da più di quindici anni.
E direi anche una storia importante.
Adesso, però, non fraintendete.
Importante per la forza dell’intesa professionale che ci ha sempre legati, per la stima reciproca, per la capacità di capirsi e lavorare insieme.
Non certo per altri motivi.
Che, per carità, non avrebbero rappresentato alcun problema.
Ma giusto per essere precisi:
etero io, etero lui.
E amici da una vita.
Come sempre, dopo la mia lunga esperienza a Dubai nel settore finanziario, la mia attività professionale continuava a portarmi richieste di incontri direttamente nei luoghi dove potevano esserci potenziali clienti, opportunità o interessi da valutare.
E io, quando si presentava l’occasione, partivo.
Aereo, macchina, treno, dirigibile o mongolfiera, non aveva e non ha neanche oggi molta importanza.
L’importante è muoversi.
Se c’era e se c’è, qualcosa da vedere, qualcuno da incontrare, una possibilità da capire, Carlo prende il suo posto e via, si viaggia.
Fu così che mi ritrovai in Senegal.
Il volo era Milano-Dakar, via Madrid, con Iberia.
Era il 2013.
Sono andato a controllare, credevo fosseì il 2015, invece quello fu l’anno del secondo viaggio.
Per verificarlo ho dovuto mettere mano ai passaporti. Anzi, a uno dei miei passaporti, perché nel tempo ne ho cambiati tre, sia per scadenza sia perché erano ormai pieni di timbri di entrata e uscita dai vari Paesi.
Arrivai nel vecchio Aeroporto di Dakar-Léopold Sédar Senghor, quello che per decenni era stato il principale scalo civile del Senegal.
Oggi è quasi una nota storica: fu il principale aeroporto internazionale del Paese fino alla fine del 2017, quando i voli commerciali internazionali passarono al nuovo Aeroporto Internazionale Blaise Diagne, costruito a Ndiass, fuori Dakar.
Ma questo è solo un dato statistico.
Torniamo a Max, che mi stava aspettando fuori dall’aeroporto.
Quando arrivai, la prima cosa che mi colpì fu il caldo.
Quella bella ondata che ti prende appena metti piede fuori dall’aeroporto e ti ricorda immediatamente dove sei.
Ma, d’altra parte, quando si dice Africa, almeno nell’immaginario di noi europei, si pensa anche al caldo, no?
Ad aspettarmi c’era Max.
Senegalese doc.
Una parlantina in italiano da fare invidia a un professore di lingua.
E non solo italiano.
Inglese, francese e, naturalmente, la sua madrelingua: il wolof.
E di questa splendida lingua, qualcosa ho imparato anch’io.
Per esempio:
“Uau, uau, uau.”
Che, attenzione, non è l’abbaiare di un cane.
È un’espressione di approvazione, qualcosa come dire:
“Sì, sì.”
Insomma, se senti qualcuno fare “uau uau uau”, prima di guardarti intorno cercando un cane, aspetta un attimo. Potrebbe semplicemente essere molto d’accordo con te.
Superati i controlli doganali, i saluti e le prime battute, ci mettemmo in macchina.
Parlando del più e del meno, iniziai a guardarmi intorno.
Le strade.
Le case.
Le costruzioni lungo il percorso.
E la sensazione, a dire la verità, fu piuttosto strana.
Per qualche motivo mi sembrava di attraversare una parte della mia amata regione Campania ancora oggi in questo stato.
Chi conosce certe zone della vecchia strada “Americana”, quella che da Lago Patria va in direzione Roma passando per Castel Volturno, forse può capire cosa intendo.
Zone nate rurali, poi cresciute, urbanizzate poco alla volta, con costruzioni, attività, case affacciate direttamente sulla strada e quel paesaggio a metà tra campagna e città.
La cosa curiosa è che, guardando quelle strade del Senegal, il paragone mi venne spontaneo.
Solo che poi il pensiero fece un giro strano.

Perché alcune di quelle zone africane, negli anni, si sono evolute.
Alcune nostre, invece, sembrano essere rimaste ferme proprio lì.
Agli anni Ottanta.

Oggi, addirittura, alcune di quelle zone vengono utilizzate come location cinematografiche per ricreare scenari di guerriglia, degrado o vita africana difficile.
Figuriamoci un po’.
In certi casi risparmiano perfino il viaggio.
Altro che andare fino in Africa.
A volte non serve nemmeno Cinecittà.
Basta fare pochi chilometri da Napoli.
Stranezze delle cose nostre italiane.
Mah.
Con Max, naturalmente, non ero andato in Senegal soltanto per fare quattro chiacchiere.
C’era un obiettivo professionale preciso: capire se alcuni strumenti finanziari potessero essere utilizzati da banche locali per facilitare operazioni commerciali di una certa dimensione.
Il punto centrale erano soprattutto le lettere di credito.
Perché quando si parla di importazione di materie prime e prodotti di largo consumo, le quantità cambiano completamente scala.
Zucchero.
Farina.
Pasta.
Commodities, insomma.
Ma non si parla di qualche bancale o di qualche camion.
Si parla di container, navi, tonnellate di merce.
E quando le quantità diventano quelle, anche i numeri diventano importanti.
Per giustificare i costi di trasporto, di logistica, di assicurazione e di gestione dell’operazione, bisogna ragionare in termini di tonnellaggio, carichi completi, container movimentati e capitali adeguati.

E per far partire davvero certe operazioni servono soldi.
Tanti soldi.
Ma non bastano.
Servono anche persone ben radicate nel settore e professionisti capaci di muoversi tra logistica, dogana, trasporti e rapporti istituzionali.
Persone come Mandiaye Sylla, già operatore doganale, che negli ultimi tempi sta lavorando alla creazione di un hub strategico nell’interporto di Dakar, pensato per lo stoccaggio, lo sdoganamento e la movimentazione delle merci.
Per questo il ruolo delle banche diventava, ed è ancora oggi, decisivo.
Il mio compito, come consulente, era capire se esistessero istituti capaci di supportare queste importazioni, gestire lettere di credito e trasformare un’operazione interessante sulla carta in qualcosa di realmente fattibile.
Ricordo che, la prima volta, trovai alloggio in un albergo cinque stelle nel cuore di Dakar: il Pullman Dakar Teranga, in Place de l’Indépendance, a poca distanza dalle sedi governative e dalla Presidenza, nel Plateau.
Fu proprio Max a consigliarmelo.
Non soltanto perché fosse un ottimo albergo, ma perché, in certi ambienti, anche il luogo in cui si svolge un incontro conta.
Ricevere qualcuno lì, nei salotti dell’hotel, in una sala riservata o anche semplicemente in uno degli spazi comuni, dava all’appuntamento un certo peso.
E infatti, nei giorni successivi, passarono diverse persone.
Ognuna con il proprio ruolo, il proprio peso, il proprio livello di importanza.
Fu così che cominciammo a capire come costruire una prima rete di collegamenti, relazioni e possibili operatività.
Poi arrivava il momento in cui potevo finalmente togliermi di dosso giacca e cravatta e rimettere i panni dell’anonimo turista.
Anonimo, si fa per dire.
Perché un bianco in Africa, almeno in certi contesti, tanto anonimo non lo sarà mai.
Bastava uscire dal recinto dell’hotel per essere immediatamente riconosciuti come stranieri e spesso avvicinati da ragazzini che chiedevano qualche moneta, qualcosa da mangiare, un aiuto.
A volte anche in maniera insistente.
E con il tempo capisci anche un’altra cosa: in tanti posti è sempre meglio muoversi accompagnati da persone del posto.
Per questo, almeno durante quel primo soggiorno, non girai molto nei dintorni da solo.
Finì quasi che, nei momenti liberi, mi ritrovai a scoprire più l’albergo che la città.
E c’era comunque da scoprire.
Il Pullman era quasi una piccola cittadella, con giardini curati, piscine, spazi eleganti e zone riservate.
Il vero giro da turista lo avrei fatto in un altro momento.
Anche perché Max non viveva a Dakar.
Veniva da Saly, una località sul mare a circa ottanta chilometri dalla capitale.
Passavamo già molte ore insieme per lavoro e, quando arrivava il momento di tornare a casa, per lui cominciava un altro viaggio.
Tra andata e ritorno, in certe giornate, potevano volerci anche quattro ore.
Non potevo certo pretendere che, dopo una giornata di incontri, telefonate, spiegazioni e trattative, si trasformasse pure nella mia guida turistica.
E poi, a dire la verità, io stesso non sono mai stato un grande amante della vita notturna.
Bar, discoteche, locali fino a tardi non sono mai stati il centro dei miei viaggi.
Quando si va per lavoro, si va per faticà.
Anche se la fatica è di intelletto, sempre fatica resta.
Certo, è diversa da quella di chi fa un lavoro manuale, si prepara ‘a marenna, il classico panino imbottito da portarsi dietro, se la mette sotto il braccio e parte per il cantiere.
Poi magari passa la giornata con la caldarella, quel piccolo secchio sempre pieno di cemento, malta o gesso da lavorare.
In quel caso bruciano le mani, fanno male le braccia e a fine giornata senti ogni muscolo.
Nel mio caso, invece, a bruciare erano le cervella.
Ore seduto.
Le stesse cose da spiegare più volte.
Persone diverse da convincere o, più semplicemente, da far capire.
E poi ci sono anche quelli che millantano conoscenze importanti.
Quelli che ti raccontano di avere rapporti diretti con direttori di banca, funzionari, personaggi influenti.
Ti fanno arrivare sul posto convinto che l’incontro sia già praticamente apparecchiato e poi scopri personalmente che quel direttore, in realtà, neanche li conosceva.
Vero, caro Albino?
E no, non è un soprannome inventato.
Era davvero un albino di colore.
Era un uomo africano albino e, inutile dirlo, era una di quelle persone che difficilmente dimentichi al primo incontro
Ma naturalmente questo, di per sé, non significa nulla.
Il problema fu un altro.
Non solo ricordo benissimo il suo nome, ma ricordo anche che ci disse che avrebbe provveduto lui alle spese di albergo e ristorante.
Poi, al momento buono, ci fece trovare tranquillamente il conto da pagare.
Una cosa, però, la ricordo con assoluta certezza: l’ultimo colloquio che ebbi con questo signore fu telefonico.
Sì, telefonico.
Perché a incontrarci di persona, dopo quella faccenda, non venne più.
E diciamo pure che, durante quella telefonata, ricevette dal sottoscritto una tale quantità di gentili parole di commiato che, se dovessi ripeterle oggi, probabilmente mi censurerebbe perfino la CIA.
E lì capisci che nei viaggi di lavoro non devi valutare soltanto banche, lettere di credito e operazioni finanziarie.
Devi valutare anche le persone.
E, a volte, quello è il lavoro più difficile di tutti.
Lingue, termini, interessi, numeri.
Alla fine ogni lavoro ha le sue problematiche.
Cambiano gli strumenti.
Ma la fatica resta.
Insieme a Max, comunque, ebbi modo di capire un po’ meglio Dakar.
Come tutte le grandi città, anche lì convivono zone vecchie e zone nuove.
Ma a colpirmi furono soprattutto le contrapposizioni.
Da una parte palazzi moderni, uffici, nuove costruzioni, quartieri in crescita.
Dall’altra, quasi senza soluzione di continuità, aree molto povere, baracche, strade difficili, fogne a cielo aperto.
Una città che sembrava vivere contemporaneamente in tempi diversi.
Eppure si percepiva chiaramente che Dakar era in trasformazione.
Ed è proprio durante uno di quei giri in città che cominciai a osservare anche il modo di vivere delle persone.
Le difficoltà erano evidenti.
Ma altrettanto evidente era la capacità di adattamento.
E furono soprattutto i bambini a colpirmi.
Ricordo un gruppo di piccoli in una strada di periferia che giocavano con quello che trovavano.

Una bambina, in particolare, si divertiva semplicemente facendo rotolare un vecchio pneumatico.
Niente giochi elettronici.
Niente oggetti sofisticati.
Un pneumatico usato, una strada e la fantasia.
Sono immagini semplici, ma sono proprio quelle che poi ti restano dentro.
Mi colpì anche vedere persone aggrappate in piedi ai pulmini che partivano da Dakar dirette verso località lontane anche centinaia di chilometri.
Viaggi scomodi, lunghi, spesso affollatissimi.
Eppure facevano e fanno tutt’ora parte della normalità quotidiana.
Più guardavo quella città, più capivo che il Senegal non si poteva raccontare soltanto attraverso la povertà o soltanto attraverso la crescita.
Le due cose convivevano.
Ed era proprio quella convivenza a rendere Dakar così difficile da dimenticare, specialmente per le sorprese del prossimo episodio.

Continua il viaggio in Senegal:
➜ Parte 2 – La mia Africa: Senegal e Saly
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