Ep. 5 – Moffa e gli incontri più strani della mia Istanbul

La seconda Istanbul cominciò a Esenyurt

Dopo quel primo viaggio del 2015 tornai a Istanbul diverse volte.

E, come spesso accade, quando cominci a frequentare veramente una città smetti lentamente di viverla attraverso gli alberghi.

Cominci a conoscere persone.

Entri nelle case.

Scopri quartieri nei quali probabilmente un normale turista non avrebbe alcun motivo di andare.

Una delle persone che contribuirono maggiormente a farmi conoscere questa Istanbul fu Mouffak Chammaa.

Siriano.

Lo avevo conosciuto in Siria, a Damasco, durante un viaggio che avevo fatto insieme a suo fratello Nabil.

Moffa parlava un italiano corretto e naturale, avendo vissuto per diversi anni nel Nord Italia.

E questo, naturalmente, rendeva tutto molto più semplice: con lui non c’erano traduzioni, esitazioni o giri di parole. Si parlava direttamente, quasi come se ci conoscessimo da molto più tempo.

Quando mi invitò a Istanbul mi offrì ospitalità in uno degli appartamenti che aveva a Esenyurt, nella parte europea della città.

Anche se ci conoscevamo già e ormai Mouffak era un nome che riuscivo a pronunciare più o meno correttamente, un giorno volli chiarire con lui come si pronunciasse davvero.

In realtà, fu lui stesso a darmi la soluzione più semplice:

«Chiamami come si pronuncia: Moffa.»

E da quel momento, una volta per tutte, Moffa fu.

Un rapporto particolare

Era ed è ancora più grande di me di una decina d’anni.

Fin dall’inizio fra noi nacque un rapporto basato su una grande considerazione reciproca.

Abbiamo discusso.

Lavorato.

Scambiato opinioni.

Realizzato anche alcune piccole operazioni che non mi hanno certamente cambiato la vita, ma mi hanno dato guadagni giusti e soprattutto nuove esperienze.

Con il tempo arrivai quasi a considerarlo una specie di padre adottivo.

Quando ero suo ospite cercavo naturalmente di ricambiare.

E quale poteva essere il mio sistema?

Cucinare.

Se c’è una cucina disponibile, prima o poi finisco dentro.

È inevitabile.

Ricordo ancora una Pasta alla Procidana preparata per otto persone.

E ricordo soprattutto il successo.

Modestamente.

Attraverso Moffa conobbi altre persone.

Altri ambienti.

Altre abitudini.

E soprattutto cominciai a entrare sempre più profondamente dentro quella parte di Istanbul che non avevo assolutamente visto durante il primo viaggio.

Moffa mi insegnò anche a muovermi

Moffa avrebbe potuto utilizzare tranquillamente taxi o automobili con conducente.

Ma spesso preferiva i mezzi pubblici.

All’inizio la cosa mi sorprendeva.

Poi capii.

Autobus.

Metropolitana.

Traghetti.

Minibus.

Con lui imparai che Istanbul non va attraversata cercando continuamente una macchina.

Va attraversata utilizzando il mezzo giusto nel posto giusto.

Fu anche lui a farmi utilizzare seriamente la Istanbulkart.

Una carta.

Un bip.

E si parte.

Seguendolo cominciai a comprendere perfino quei piccoli minibus che inizialmente guardavo con una certa curiosità.

Entravano nei quartieri.

Salivano.

Scendevano.

Si fermavano lungo il percorso.

In alcuni casi il denaro per pagare la corsa passava addirittura di mano in mano fra i passeggeri fino ad arrivare al conducente.

Una piccola catena umana basata sulla fiducia.

Moffa mi stava insegnando qualcosa che negli anni sarebbe diventato fondamentale.

A Istanbul conoscere i mezzi significa conquistare la città.

O almeno provarci.

Poi arrivò una dottoressa siriana

Attraverso altri contatti cominciai a frequentare anche una broker siriana.

La dottoressa Raghad era una conoscenza di Nabil, il fratello di Moffa.

Una donna molto religiosa e con una quantità impressionante di conoscenze.

Sembrava conoscere mezza Istanbul.

Il problema era capire quale metà.

Attraverso di lei incontrai diverse persone.

Alcune interessanti.

Altre decisamente meno.

E alcune sulle quali, col senno di poi, avrei preferito non sapere assolutamente niente.

Avevo in quel periodo un referente al quale raccontavo spesso gli incontri che facevo.

Era una forma di prudenza.

Quando incontravo una persona nuova spiegavo chi fosse, cosa facesse e in quale contesto l’avessi conosciuta.

Un giorno Raghad mi organizzò un incontro particolarmente curioso.

Un giovane mullah al Gran Bazar

L’incontro avvenne in una sala da çay all’interno del Gran Bazar.

Mi presentarono un uomo iraniano.

Avrà avuto trentacinque anni.

Mi fu presentato come un mullah.

Parlammo.

Ascoltai.

Finì l’incontro.

Niente di particolarmente clamoroso.

Come facevo abitualmente, in seguito descrissi la persona al mio referente.

La reazione fu decisamente diversa dal solito.

Mi richiamò e mi disse che, secondo le informazioni delle quali disponeva, sarebbe stato molto meglio non incontrare nuovamente quella persona.

Mi vennero riferite anche altre informazioni sul suo passato che non avevo alcun modo di verificare personalmente e che erano sufficientemente serie da convincermi che forse quella conoscenza poteva tranquillamente terminare lì.

Non ebbi bisogno di molte spiegazioni.

Decisi che il giovane mullah poteva continuare serenamente la propria vita.

Senza Carlo.

E per ulteriore prudenza cambiai anche telefono.

Cominciai a farmi qualche domanda

Quell’episodio non fu l’unico.

Raghad tendeva a essere molto protettiva nei confronti dei propri contatti.

Non le piaceva particolarmente che, dopo una sua presentazione, io cominciassi a sviluppare rapporti autonomi con le persone che mi aveva fatto conoscere.

All’inizio non ci diedi troppo peso.

Poi, però, cominciai a notare un’altra cosa.

Quando dovevo tornare a Istanbul, spesso era lei a suggerirmi in quale quartiere prendere l’albergo.

E, curiosamente, i posti che mi consigliava erano quasi sempre lontani dal centro, in zone che io ancora non conoscevo.

Il programma sembrava dover funzionare più o meno così.

Io arrivavo.

Prendevo l’albergo che mi aveva consigliato.

Lei veniva a prendermi.

Andavamo insieme agli incontri con persone che conosceva lei.

Poi mi riaccompagnava.

Fine.

Cominciai ad avere l’impressione che quel sistema le permettesse di mantenere un certo controllo sui miei spostamenti e, soprattutto, sui miei contatti.

Probabilmente pensava che, non conoscendo Istanbul, da solo avrei avuto qualche difficoltà a muovermi.

Io, però, la lasciavo fare.

Anzi, a un certo punto cominciai quasi a divertirmi.

Dentro di me ripetevo una frase resa immortale da Antonio De Curtis, in arte Totò:

«Voglio vedere questa dove vuole arrivare!»

E così continuavo ad accettare i suoi suggerimenti.

Albergo di qua.

Quartiere di là.

Lei che veniva a prendermi.

Lei che organizzava gli incontri.

Lei che decideva tempi e spostamenti.

Solo che c’era un piccolo problema.

Aveva probabilmente sottovalutato la mia capacità di adattarmi.

Istanbul, infatti, avevo appena cominciato a conoscerla.

E imparavo in fretta.

Più la conoscevo, più capivo come muovermi.

E più imparavo a muovermi, meno avevo bisogno che qualcuno venisse a prendermi.

Quella situazione, che inizialmente avevo osservato quasi con curiosità, cominciò così a infastidirmi.

Anche perché su questo punto ho sempre avuto una regola molto semplice.

Ho scelto di lavorare in modo indipendente proprio perché non amo essere condizionato o vincolato da rapporti che non condivido.

Ma indipendenza, per me, non significa assenza di regole.

Significa esattamente il contrario.

Significa rispettare i rapporti professionali.

Se conosco una persona o un’azienda attraverso un partner, nell’ambito di un lavoro che stiamo portando avanti insieme, considero quel contatto parte di quella collaborazione.

Non mi verrebbe mai in mente di utilizzarlo successivamente per lavorare direttamente, bypassando chi me lo ha presentato.

La considero una questione di correttezza prima ancora che commerciale.

Proprio per questo, però, faccio fatica ad accettare il meccanismo opposto.

Una cosa è pretendere correttezza.

Un’altra è pensare che, per ottenerla, sia necessario controllare le persone.

Quando comincio ad avvertire chiusure eccessive, diffidenza o quella che definisco una sorta di gelosia professionale, normalmente ottengo l’effetto contrario: mi allontano.

Mi era già successo con Max, a Ginevra.

Anche lì il problema non era certo la mia volontà di scavalcare qualcuno.

Era esattamente il contrario.

Io rispetto il rapporto, ma pretendo che il rapporto rispetti me.

La fiducia, almeno per come intendo io il lavoro, deve funzionare in entrambe le direzioni.

Con Raghad cominciai quindi a osservare le cose con maggiore attenzione.

Poi arrivarono altri incontri.

Altri racconti.

Altre persone.

Alcune delle quali mi venivano descritte in modi che preferivo non approfondire troppo.

A un certo punto mi resi conto che intorno ad alcune di quelle frequentazioni c’era molto più interesse di quanto desiderassi.

E la cosa cominciò a piacermi sempre meno.

Io ero a Istanbul per lavorare.

Per presentare progetti.

Per partecipare a riunioni.

Per incontrare persone con le quali costruire rapporti professionali.

Tutto qui.

Non avevo alcuna intenzione di trasformare i miei viaggi a Istanbul in una versione mediorientale di un film di spionaggio.

Ma, evidentemente, la storia non era ancora finita.

Eppure con Raghad le situazioni curiose sembravano arrivare una dietro l’altra.

«Carlo, parcheggia tu!»

Ricordo una sera.

Eravamo in automobile.

Guidava lei.

Mi stava accompagnando in albergo.

Si avvicinava l’orario dell’ultima preghiera e cominciai a notare che diventava sempre più nervosa.

Le chiesi cosa avesse.

Mi spiegò che non poteva assolutamente perdere la preghiera.

Fin qui nulla di strano.

Continuò a guidare.

Guardava l’orologio.

Guardava la strada.

Sempre più agitata.

Poi improvvisamente vide una moschea.

Frenata.

Macchina praticamente lasciata lì.

E mi disse:

«Carlo, parcheggiala tu! Io devo andare a pregare!»

E corse via.

Rimasi nell’automobile.

La guardai allontanarsi.

E credo che dentro di me il pensiero fosse più o meno questo:

Cara dottoressa Raghad, tu vai pure a pregare.

Ma da domani, con molta probabilità, non mi vedi più.

E così fu.

Lei rimase con le sue frequentazioni.

Io continuai con le mie.

Non tutti gli incontri portano da qualche parte

Quando si viaggia per lavoro si tende spesso a raccontare soltanto gli incontri riusciti.

Le persone importanti.

Le operazioni concluse.

Le opportunità.

Ma la realtà è diversa.

Ci sono persone che diventano amici.

Persone che rimangono contatti.

Persone che scompaiono.

E persone che incontri una volta e capisci immediatamente che è molto meglio lasciare la conoscenza esattamente dove è nata.

Anche questo fa parte del viaggio.

Moffa mi aprì molte porte e mi insegnò moltissimo sulla città.

Altri incontri mi insegnarono, invece, quali porte fosse meglio non attraversare.

Ma proprio in quegli anni conobbi anche una persona completamente diversa.

Un dottore in medicina siriano che medico non è e che viveva ad Aksaray.

Si chiamava Abdullah Dallati.

E quella volta, più che una porta, si aprì una casa.

Continua il racconto di Istanbul:

➜ Episodio 6 – Casa di Abdullah e una Genovese molto particolare


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🇹🇷 Piccolo dizionario turco

In turco, la lettera ç si pronuncia come la c dolce italiana di “ciao”, “cena” e “cibo”.

Quindi, per ricordarlo facilmente:

  • çay – si pronuncia “ciai” e significa tè.
  • çorba – si pronuncia “ciorba” e significa zuppa.

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