Parte 4 – L’auto che voleva sembrare un TGV

Carlo e Giacomo, costretti a rimandare l’appuntamento di lavoro, iniziano finalmente a vivere le Seychelles da viaggiatori. Tra Victoria, incontri inattesi, mare, natura e lunghe attese, scoprono che il vero senso di quel viaggio era molto diverso da quello immaginato alla partenza

Il vero appuntamento era con le Seychelles

Poco dopo ci telefonò il Console.

A causa di un imprevisto con alcuni componenti della delegazione, l’incontro sarebbe slittato al giorno successivo.

Pazienza.

Eravamo arrivati fin lì proprio per quello e trascorrere un giorno in più alle Seychelles non poteva certo essere considerato un sacrificio.

Decidemmo così di fare ciò che fino a quel momento non avevamo ancora avuto il tempo di fare:

i turisti.

Sempre in giacca e cravatta, ma pur sempre turisti.

Victoria è una capitale piccola, ordinata e tranquilla.

Si gira comodamente a piedi e forse è proprio questa sua dimensione raccolta a renderla così piacevole.

La nostra prima tappa fu il mercato cittadino.

Appena entrammo venimmo accolti da un’esplosione di colori e profumi.

Frutta tropicale, spezie, artigianato locale e banchi del pesce pieni di tonni, cernie, ricciole e dentici dai colori incredibili.

A sorprenderci, però, furono soprattutto i prezzi.

Facendo il cambio con l’euro, alcuni pesci costavano poco più di un euro e mezzo al chilo.

Per chi arrivava dall’Italia sembrava quasi uno scherzo.

Passeggiando per le vie della città ci accorgemmo anche di un’altra cosa.

Nessuno sembrava avere fretta.

La gente camminava con calma, i negozi erano tranquilli e il tempo sembrava scorrere con un ritmo tutto suo.

Fu proprio allora che sentimmo parlare italiano.

Anzi…

napoletano.

Un uomo poco distante da noi stava telefonando con un inconfondibile accento partenopeo.

Mi avvicinai.

«Scusi… ma lei è napoletano?»

Lui sorrise.

«San Giorgio a Cremano.»

Da quel momento la conversazione nacque spontaneamente.

Ci raccontò che lui e la moglie vivevano da anni alle Seychelles e avevano aperto una piccola rosticceria nel centro di Victoria.

«Se vi manca l’Italia, passate da noi.»

Poi iniziò a elencare quello che preparavano:

caffè espresso, pizzette, parigine, crocchè, arancini e perfino sfogliatelle.

Mi fece sorridere sentire pronunciare la parola “sfogliatella” a diecimila chilometri da Napoli.

Fu l’ennesima conferma che gli italiani riescono a portare un pezzo della propria terra praticamente ovunque.

Il resto del pomeriggio trascorse passeggiando per le vie della capitale.

Verso le sei entrai in un supermercato per comprare qualcosa per cena.

Un dipendente mi venne incontro sorridendo.

«Sorry… we’re closing.»

Guardai l’orologio.

Le sei in punto.

Rimasi quasi sorpreso.

Da noi probabilmente qualcuno avrebbe tentato di far entrare ancora l’ultimo cliente.

Lì no.

Alle sei si chiudeva.

Punto.

Cominciai a capire che, alle Seychelles, il tempo aveva regole diverse dalle nostre.

Con quel pensiero tornammo alla fermata dell’autobus, dove ci aspettava il nostro ormai inseparabile roller-coaster azzurro.

Curve affrontate con entusiasmo, frenate improvvise e accelerate degne di un pilota.

Dopo una ventina di minuti arrivammo a casa.

Sani e salvi.

Quella sera cenammo nell’appartamento e, finito di sistemare tutto, uscimmo sul piccolo terrazzino.

Davanti a noi si stendeva l’Oceano Indiano.

Il mare era immobile e la luna disegnava sull’acqua una lunga scia d’argento.

Restammo qualche minuto in silenzio ad ammirare quello spettacolo.

Poi notammo qualcosa di enorme sorvolare lentamente la costa.

«Secondo me è un’aquila…» disse Giacomo.

Lo osservai ancora qualche secondo.

«No… è uno pterodattilo.»

Sorrisi.

Era ovviamente una battuta.

Ma viste le dimensioni dell’animale, per qualche secondo il dubbio poteva quasi venire.

La nostra padrona di casa, seduta in giardino, aveva sentito la conversazione.

Alzò lo sguardo.

«No, signori… è una volpe volante delle Seychelles.»

Ci spiegò che si trattava di un enorme pipistrello frugivoro, del tutto innocuo, capace di superare il metro di apertura alare.

Quando lo vedevi passare nel cielo scuro, però, l’impressione era davvero quella di una creatura arrivata da un’altra epoca.

Lo seguimmo con gli occhi finché scomparve nel buio.

Quel giorno ci aveva regalato molto più di un semplice rinvio di lavoro.

Un angolo di Napoli nel cuore di Victoria.

Un modo diverso di vivere il tempo.

E persino uno “pterodattilo” sull’Oceano Indiano.

Eravamo arrivati per affari.

L’isola, però, continuava a offrirci qualcosa che nessun appuntamento di lavoro avrebbe potuto programmare.

Finalmente turisti

La mattina seguente ci svegliammo presto.

Ormai avevamo capito che la telefonata non sarebbe arrivata prima delle dieci e decidemmo di concederci finalmente qualche ora da veri turisti.

Per una volta lasciammo nell’armadio giacca e cravatta.

Costume.

Maglietta.

Infradito.

Attraversammo la strada.

Davanti a noi c’era l’Oceano Indiano.

L’acqua era così trasparente che sembrava quasi non esistere.

Si vedeva perfettamente il fondale e tra le rocce nuotavano decine di piccoli pesci colorati.

Ce n’erano così tanti che arrivavano fin sotto riva.

Ricordo che, con un’esca improvvisata, riuscii persino a prendere una murena.

Se ne stava nascosta tra le rocce proprio sotto di me, ad appena quaranta centimetri dai miei piedi.

Entrammo lentamente in acqua.

Fu il nostro primo bagno nell’Oceano Indiano.

Restammo lì quasi un’ora.

Senza guardare l’orologio.

Senza parlare di lavoro.

E soprattutto senza controllare il telefono.

Poi tornammo all’appartamento.

Doccia veloce.

Di nuovo giacca e cravatta.

Valigetta alla mano.

Nel giro di pochi minuti eravamo tornati a essere i due consulenti finanziari arrivati alle Seychelles per lavoro.

Ma quell’ora in mare aveva fatto qualcosa.

Per un po’ ci eravamo dimenticati perfino del motivo per cui eravamo lì.

Raggiungemmo Victoria e riprese l’attesa.

Il telefono era ormai diventato il vero protagonista delle nostre giornate.

Ogni vibrazione ci faceva sperare.

Ogni volta lo prendevamo in mano convinti che fosse finalmente la chiamata.

E ogni volta niente.

Un messaggio.

Una notifica.

Oppure silenzio.

Quando diventò evidente che almeno per quella mattina nessuno ci avrebbe contattati, decidemmo di visitare uno dei luoghi più conosciuti dell’isola.

Il giardino botanico.

La prima attrazione furono le celebri Coco de Mer.

Le avevo già viste raffigurate sul timbro del passaporto, ma trovarmi davanti al frutto vero faceva tutto un altro effetto.

La guida ci spiegò che si tratta del seme più grande del mondo e che può raggiungere dimensioni e pesi impressionanti.

Poco più avanti ci aspettavano le gigantesche tartarughe di Aldabra.

Enormi.

Lente.

Imperturbabili.

Alcune avevano più di cent’anni.

Mentre noi continuavamo ad aspettare una telefonata che sembrava non arrivare mai, loro avanzavano lentamente come se il tempo non avesse alcuna importanza.

Le guardai.

Poi guardai il telefono.

Forse era proprio quello uno dei segreti delle Seychelles.

Molti esemplari vivono oltre cent’anni.

Alcuni hanno superato addirittura il secolo e mezzo.

Mentre noi continuavamo ad aspettare una telefonata che sembrava non arrivare mai, loro avanzavano lentamente, come se il tempo non avesse alcuna importanza.

Forse era proprio quello uno dei segreti delle Seychelles.

Nemmeno le tartarughe avevano fretta.

Anche quel giorno la telefonata non arrivò.

Oggi chiameranno

Il mattino seguente ci svegliammo con la stessa convinzione.

«Oggi chiameranno.»

Era diventato quasi un rito.

Controllare il telefono.

Verificare che fosse acceso.

Che ci fosse campo.

Che la batteria fosse carica.

Poi raggiungere la spiaggia.

E aspettare.

Nel frattempo avevamo imparato anche a conoscere il clima delle Seychelles.

Ogni giorno arrivava un acquazzone.

Durava un’ora, magari due.

Poi il cielo tornava sereno e il sole riprendeva il suo posto come se nulla fosse accaduto.

Bastava aspettare.

Esattamente quello che stavamo facendo noi.

Le ore passavano.

La telefonata, invece, no.

Alla fine il Console ci ricontattò.

Il presidente della delegazione aveva avuto un malore.

Tutti gli incontri erano stati annullati.

La telefonata che avevamo aspettato per giorni non sarebbe mai arrivata.

Naturalmente ci rimasi male.

Avevamo attraversato mezzo mondo per un appuntamento che non si sarebbe mai svolto.

Solo molto tempo dopo, ripensando a quel viaggio, mi resi conto che il nostro errore non era stato affrontare quella trasferta.

Era aver trascorso buona parte di quei cinque giorni con la testa ancora in ufficio.

Eravamo alle Seychelles.

Eppure continuavamo a ragionare come se fossimo seduti dietro una scrivania.

Solo nel poco tempo che rimaneva riuscimmo davvero a entrare nel ritmo dell’isola.

Scoprimmo che bastavano un paio di bermuda, una maglietta e delle infradito per sentirsi perfettamente a proprio agio.

Che la pioggia non era necessariamente un fastidio.

Arrivava.

Passava.

E tornava il sole.

Che il tempo, lì, sembrava avere un valore diverso.

Ripensandoci oggi, il rammarico più grande non è l’incontro mancato.

È non aver capito subito dove ci trovavamo.

Per troppo tempo ci eravamo comportati come due consulenti in trasferta.

Quando avremmo potuto essere semplicemente due viaggiatori.

Le Seychelles mi hanno lasciato soprattutto questo.

Il vero lusso non è necessariamente avere di più.

A volte è semplicemente avere tempo.

Tempo per guardare il mare.

Tempo per parlare con le persone.

Tempo per fermarsi.

Eravamo partiti convinti di avere un appuntamento con una delegazione.

Oggi so che il vero appuntamento era un altro.

Era con le Seychelles.

E quello, fortunatamente,

non lo abbiamo mancato.

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E sì, questo è stato un UIT un po’ lungo.

Pensavo di raccontare semplicemente un viaggio alle Seychelles. Invece, pagina dopo pagina, sono riaffiorati ricordi, persone, emozioni, curiosità, incontri e persino un pipistrello che ancora oggi ci fa sorridere.

È questo il bello della scrittura: non sai mai dove ti porterà.
Parti con un’idea e finisci per custodire un pezzo della tua vita.

E quando un ricordo prende forma e rimane nel tempo, allora puoi davvero dire:

“Ti ho fatto un UIT.”

Se sei arrivato fin qui, forse questo UIT ti ha lasciato un ricordo, un pensiero o il nome di qualcuno a cui vuoi bene.

A volte basta poco.

Un messaggio.

Una telefonata.

O semplicemente non rimandare a domani quello che possiamo dire oggi.

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