Malesia: un presidente, una banca e il prezzo della fiducia

Volo Alliance
Un viaggio d'affari in Malesia, un presidente dai modi impeccabili e un soggiorno di lusso a Kuala Lumpur. Ma dietro le apparenze emerge una vicenda umana che lascia un segno profondo.

Quella missione d’affari a Kuala Lumpur, mi fece acquisire ulteriore esperienza, conoscendo un presidente dai modi impeccabili ma anche una verità scoperta troppo tardi.

Un invito dall’altra parte del mondo

Tutto cominciò con un invito in Malesia.

Un certo Mister Chew, che si presentava come presidente di una banca d’affari a Kuala Lumpur, cercava consulenti internazionali per sviluppare la rete di rapporti e operazioni finanziarie del suo istituto.

L’uomo, di origine cinese, sosteneva di essere un personaggio molto conosciuto nell’ambiente bancario.

Il progetto sembrava interessante e l’organizzazione della trasferta appariva decisamente professionale.

Partii da Milano con Turkish Airlines, destinazione Istanbul, dove avrei incontrato tre colleghi provenienti dalla Croazia.

Tabella voli

Fra loro c’era Veljko Ivancic, attraverso il quale era nato il contatto che ci aveva portati fin lì.

Da Istanbul proseguimmo tutti e quattro per Kuala Lumpur.

Sedici ore circa, considerando il viaggio complessivo.

E un’accoglienza che, almeno inizialmente, sembrava promettere molto bene.

Il Westin e le prime impressioni

Mister Chew aveva organizzato tutto.

Biglietti aerei, trasferimenti e soggiorno in uno degli alberghi più prestigiosi della città: il Westin Hotel di Kuala Lumpur.

Un cinque stelle di lusso, con accesso anche alla lounge VIP.

Insomma, niente male.

Westin KL accesso lounge terzo piano

Un presidente di banca che invita quattro consulenti europei dall’altra parte del mondo, li sistema in un albergo di quel livello e organizza una serie di incontri professionali offre, quantomeno, un’immagine di solidità.

E io, che di viaggi d’affari ne avevo fatti parecchi, non avevo inizialmente motivo di pensare diversamente.

All’aeroporto ci venne a prendere una donna con un van.

Ricordo che ero particolarmente provato dal viaggio e non le prestai molta attenzione.

Non potevo immaginare che proprio quella donna sarebbe diventata, nei miei ricordi, la persona più importante dell’intera vicenda.

Ma questo lo avrei capito soltanto dopo.

Mister Chew e la sua piccola corte

Il nostro presidente era un uomo dai modi gentili.

Educato, disponibile, apparentemente molto sicuro di sé.

Si muoveva accompagnato da un altro cinese, un personaggio dal volto così particolare da ricordarmi quelli delle vecchie vignette orientali.

Era praticamente la sua ombra.

Sempre accanto a lui.

La mia triadePoi, durante gli incontri, ne comparve un terzo.

A quel punto mi venne spontanea un’associazione.

La Triade.

Attenzione, non sto dicendo e non è mia intenzione dichiarare che appartenessero realmente a una delle organizzazioni criminali cinesi.

Non avevo e non c’erano elementi per sostenerlo era giusto un modo ironico per definire il loro gruppo.

Era semplicemente il soprannome mentale che avevo dato a quel terzetto, sempre insieme, con quell’aria di persone che sembravano intendersi anche senza parlare.

Una mia impressione, niente di più.

Intorno a Chew ruotavano poi altre figure.

C’era Mister Philippe, un francese trasferitosi in Malesia, compagno di Grace, una donna del posto molto più giovane di lui.

Di entrambi conservo un bel ricordo. E non soltanto di loro.

Anche dopo il mio ritorno in Italia, ho continuato a sentirmi e a scambiare messaggi con diverse persone conosciute durante quel viaggio: l’avvocato malese che era in contatto con Philippe, la stessa Grace e anche Salyma.

Ho sempre pensato di avere una fortuna particolare, una sorta di dono: ovunque vada, riesco quasi sempre a instaurare rapporti cordiali, spontanei e sinceri con le persone che incontro, uomini o donne che siano.

Non mi interessa soltanto conoscere qualcuno per lavoro. Mi piace conoscere la persona che c’è dietro un nome, una professione o un ruolo.

E quando nasce una simpatia reciproca, per me non finisce necessariamente con una stretta di mano o con un volo di ritorno.

Qualche volta quei rapporti continuano nel tempo.

Ed è proprio per questo che certe persone, quando vengono a mancare, lasciano un vuoto che va ben oltre il ricordo di un semplice viaggio.

Grace, in particolare, è una persona che ho continuato a seguire negli anni, attraverso le sue attività di pubbliche relazioni a Kuala Lumpur e le sue apparizioni nelle televisioni locali.

Erano loro a svolgere il ruolo di intermediari.

Philippe conosceva Veljko Ivancic, mio collega e compagno di viaggio.

Philippe e Grace erano in contatto con la donna che ci aveva accolti all’aeroporto.

E quella donna collaborava direttamente con Mister Chew.

Questa, in sostanza, era la catena di conoscenze che aveva reso possibile la nostra missione.

Una situazione abbastanza comune nel mondo degli affari internazionali.

Almeno in apparenza.

La donna dell’aeroporto: Salyma

La incontrammo nuovamente durante le riunioni.

Salyma in meeting

Era una persona estremamente professionale.

Svolgeva funzioni di segreteria, coordinamento e organizzazione.

Una sorta di factotum, sempre pronta a eseguire le disposizioni che Chew le impartiva.

Compariva durante gli incontri, si occupava degli appuntamenti e sembrava conoscere perfettamente ogni necessità del presidente.

L’impressione era che fosse una sua collaboratrice di fiducia, sebbene esterna alla struttura della banca.

Non avevo ragioni per dubitare della sua posizione.

Anzi, mi sembrava una persona seria e capace.

Quello che non sapevo era che il suo coinvolgimento andava ben oltre l’organizzazione delle riunioni.

E soprattutto non sapevo a quale prezzo.

Una banca che non sembrava una banca

Dopo un primo incontro dedicato alle presentazioni, il giorno successivo Mister Chew ci accompagnò nei suoi uffici.

O meglio, in quello che avrebbe dovuto essere la sede della sua banca.

Ricordo che ci recammo nei suoi uffici una sola volta.

Tutte le riunioni successive si svolsero in una delle tante salette meeting del Westin, riservata alla nostra delegazione, e si tennero sempre in un clima piuttosto cordiale.

Chew illustrava i suoi progetti, parlava dello sviluppo internazionale della banca, di operazioni finanziarie e di possibili collaborazioni.

Il problema è che, quando si parla di finanza, io non mi fermo alle presentazioni.

Anzi, nelle riunioni, qualche volta mi lascio prendere talmente tanto dalla discussione che finisco davanti a una lavagna a fogli mobili, a spiegare schemi, operazioni e strategie.

Addirittura quando capita mi metto alla lavagna a fogli e poi alla fine metto la mia firma.

Provate ad allargare l’immagine sopra.  🙂

Ma parte lo scherzo, mi interessano i dettagli.

E soprattutto mi interessa capire se quello che mi viene raccontato trova riscontro nella realtà.

La sede che ci mostrarono era un ufficio di rappresentanza.

Chew spiegò che si trattava di una sistemazione temporanea.

Possibile.

Ma quell’ambiente, francamente, aveva ben poco di una struttura bancaria.

Non vedevo un’infrastruttura informatica organizzata.

Soltanto computer portatili.

Naturalmente, avere dei laptop non significa essere una banca poco seria.

Ma se mi presenti un progetto finanziario internazionale, devo poter verificare che esistano strutture, autorizzazioni, controparti e procedure adeguate.

Cominciai quindi a fare domande precise.

Chiesi informazioni sull’operatività bancaria, sulle infrastrutture e sulla gestione delle transazioni internazionali.

Le risposte non mi convincevano.

A un certo punto domandai se fosse possibile visitare la sala dedicata alle operazioni SWIFT.

Mi fu risposto di no.

Anche questo, preso singolarmente, non dimostrava nulla.

Un istituto può avere valide ragioni di sicurezza per non consentire l’accesso a determinati ambienti.

Ma il problema non era una singola risposta negativa.

Era l’insieme delle risposte che non arrivavano.

Più facevo domande, più le spiegazioni diventavano vaghe.

E più osservavo Chew, più avevo la sensazione che il suo interesse fosse rivolto soprattutto agli strumenti finanziari che avremmo potuto procurargli.

Strumenti che, nella mia valutazione, non aveva dimostrato di essere in grado di sostenere economicamente.

Il piatto era vuoto

Dopo tre giorni mi ero fatto un’idea abbastanza chiara.

Non avevo trovato elementi sufficienti per considerare affidabile l’operazione.

E non ero disposto a coinvolgere controparti o mettere a disposizione strumenti finanziari sulla base di semplici promesse.

Nel mio lavoro ho sempre cercato di distinguere chi possiede realmente qualcosa da chi è particolarmente bravo a raccontare di possederla.

Mister Chew, ai miei occhi, apparteneva alla seconda categoria.

A Napoli, per descrivere certe persone, abbiamo un’espressione meravigliosa:

«Nu piatto vacante».

Essere niente

Un piatto vuoto.

Ecco cosa mi sembrava.

Un piatto vuoto, però, presentato su una tavola apparecchiata con il servizio buono.

E il Westin?

Cominciai a guardare anche quello diversamente.

Quello che inizialmente avevo interpretato come un segno di solidità economica mi appariva ormai una bella scenografia.

L’affare, per quanto mi riguardava, non aveva futuro.

Decisi di partecipare soltanto alle riunioni indispensabili e di utilizzare il tempo libero per conoscere Kuala Lumpur.

Avevo attraversato mezzo mondo e non intendevo trascorrere ogni minuto dietro a un progetto che non mi convinceva.

Ma la parte peggiore di questa storia non riguardava i miei dubbi professionali.

Quella sarebbe arrivata dopo.

Chi aveva pagato davvero?

Soltanto in seguito venni a conoscenza di un particolare che cambiò completamente il significato di quel viaggio.

Secondo quanto appresi, il denaro utilizzato per sostenere le nostre spese di viaggio e soggiorno non era stato messo a disposizione da Chew.

Salyma paga ChewEra stato anticipato dalla donna che ci aveva accolti all’aeroporto.

La stessa persona che organizzava gli incontri, eseguiva le disposizioni del presidente e si mostrava sempre disponibile.

Da quanto mi fu riferito, Chew l’aveva convinta ad anticipare quelle somme facendole confidare nella conclusione dell’operazione e nella successiva restituzione del denaro.

Ma noi non concludemmo alcun affare.

E io, per primo, avevo espresso una valutazione negativa.

La donna, quindi, si era esposta economicamente per un’operazione che non aveva prodotto il risultato sperato.

E già questo mi lasciò profondamente amareggiato.

Poi venni a sapere un’altra cosa.

Una cosa molto più grave.

Quella donna aveva un tumore al seno.

Aveva bisogno di soldi per affrontare le cure.

E parte di quelle risorse, secondo quanto mi era stato raccontato, era stata destinata proprio a finanziare la nostra trasferta.

Due anni dopo il nostro viaggio, quella donna morì.

Quando lo seppi provai una rabbia che ancora oggi faccio fatica a contenere.

Non posso affermare che la disponibilità di quel denaro le avrebbe salvato la vita.

Non conosco tutti i dettagli della sua situazione clinica e non sarebbe corretto stabilire un rapporto di causa ed effetto che non posso dimostrare.

Ma una cosa continuo a pensarla.

Quei soldi avrebbero dovuto essere a disposizione sua, non di un progetto finanziario che ai miei occhi non aveva alcuna consistenza.

E il solo pensiero che lei possa aver rinunciato a qualcosa di necessario per sé, confidando nelle promesse di un altro, mi fa ancora infuriare.

Caro presidente Chew, questo è per te

Adesso voglio rivolgermi direttamente a te.

Sì, proprio a te, Mister Chew.

Se per qualche strana coincidenza dovessi leggere questo racconto, vorrei che sapessi una cosa.

Io non ho dimenticato.

Non ho dimenticato il Westin, il pranzo di lavoro da Putien, le riunioni, il tuo ufficio e le tue promesse.

Ma soprattutto non ho dimenticato quella donna che, da quanto appresi successivamente, aveva anticipato i soldi per il nostro viaggio, confidando nella conclusione dell’affare.

Una donna malata, che aveva bisogno di quei soldi per curarsi.

E a Salyma, da quanto ho saputo, quei soldi non li hai mai restituiti.

Soldi che avrebbe potuto utilizzare per affrontare le sue cure.

Due anni dopo non c’era più.

E questo, caro Mister Chew, è ciò che più di ogni altra cosa non riesco a perdonarti

Non so esattamente cosa tu le abbia promesso, né quali accordi aveste preso.

So cosa ho visto durante quelle riunioni e cosa mi è stato raccontato dopo.

E tanto mi basta per il giudizio che mi sono fatto di te.

Per me sei stato un bastardo. Punto.

Non cerco parole più eleganti.

Ho incontrato persone che possedevano pochissimo, ma avevano una dignità immensa.

E altre che si presentavano come grandi uomini d’affari, circondate dal lusso, senza riuscire a convincermi nemmeno davanti a una domanda tecnica.

Tu, per me, appartieni alla seconda categoria.

Se hai approfittato della fiducia di quella donna, mi auguro che un giorno tu ne debba rispondere.

Perché di tutta questa storia resta un’immagine: un presidente che parlava di grandi operazioni finanziarie e una donna che, alla fine, ne aveva pagato il conto.

E non parlo soltanto di ciò che mi fu raccontato.

Dopo il mio ritorno in Italia, io e Salyma continuammo a sentirci e a scambiarci messaggi.

Fu proprio durante una di quelle conversazioni che mi confidò qualcosa che mi lasciò di stucco.

«I got a cancer», mi disse.

Aveva un tumore.

Mi raccontò che aveva bisogno di concludere qualche affare, di guadagnare denaro.

E io, conoscendo ormai la sua situazione, cominciai a chiedermi se potessi in qualche modo aiutarla attraverso il mio lavoro e le mie conoscenze nel mondo degli affari.

Avrei voluto fare qualcosa per lei.

Ma il tempo, purtroppo, non fu dalla nostra parte.

Salyma aveva già pagato un prezzo troppo alto.

E se ne andò prima che riuscissi a fare qualcosa per aiutarla.

Il prezzo della fiducia

Nella mia vita professionale ho incontrato imprenditori seri, finanzieri capaci, intermediari improvvisati e venditori di sogni.

Col tempo impari a riconoscere i segnali: una risposta evasiva, un documento che non arriva, una promessa che non trova riscontro.

Ma c’è una cosa alla quale non ci si abitua mai: scoprire che dietro un’operazione finanziaria può esserci una persona che rischia molto più del denaro.

Perché dietro numeri, contratti e commissioni, qualche volta c’è la vita di qualcuno.

E oggi, ripensando alla Malesia, non è Mister Chew il volto che ricordo più chiaramente.

È quello di Salyma.

La donna che ci aspettava all’aeroporto e alla quale, stanco per il viaggio, non prestai quasi attenzione.

Non conoscevo la sua storia.

Non sapevo cosa stesse affrontando.

Se potessi tornare indietro, vorrei soltanto dirle:

Non fidarti di tutte le persone che ti sorridono.

Perché qualche volta, dietro un sorriso, il conto lo paghi tu.

E non sempre è un conto che puoi permetterti.

Nella vita, come negli affari, bisogna imparare a guardarsi le spalle.

Qualche volta serve persino uno specchietto retrovisore.

Perché ci sono persone che attraversano la nostra vita e altre che continuano a vivere nei nostri ricordi.

E allora voglio ricordarti così, cara Salyma.

Alla guida, con il tuo volto riflesso nello specchietto retrovisore.

Un’immagine che il tempo non cancellerà.

Riposa in pace, cara Salyma.

Questo racconto è dedicato a te.

Ciao.


 

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