Parte 2 – L’auto che voleva sembrare un TGV

Carlo e Giacomo partono finalmente per le Seychelles. Tra scali, prime impressioni e qualche imprevisto, la trasferta di lavoro comincia subito a trasformarsi in qualcosa di molto meno prevedibile.

Capitolo 2 – Benvenuti alle Seychelles

E non avevamo ancora la minima idea di quello che ci sarebbe successo.

Gli accordi erano semplici.

Arrivare a Mahé.

Comprare una SIM locale.

Telefonare al Console per comunicargli il nostro numero.

Lui lo avrebbe inoltrato ai referenti locali, che ci avrebbero contattati dopo le dieci del mattino successivo.

Semplice.

Almeno sulla carta.

Dopo oltre dieci ore di viaggio, compreso lo scalo ad Addis Abeba, finalmente atterrammo a Mahé.

L’aeroporto delle Seychelles è uno di quei posti che ti fanno capire immediatamente di essere arrivato dall’altra parte del mondo.

Parti da Milano Malpensa, dove tutto è grande, moderno e organizzato.

Scendi a Mahé e, per un attimo, ti viene quasi il dubbio che il pilota abbia sbagliato destinazione.

Più che un grande aeroporto internazionale, allora mi sembrò il deposito di uno spedizioniere tropicale.

Piccolo.

Essenziale.

Senza fronzoli.

Ma sapete una cosa?

Era proprio quello il suo fascino.

Appena metti piede fuori dall’aereo senti che l’aria è diversa.

L’odore è diverso.

Persino il tempo sembra avere un’altra velocità.

E capisci che ci sono sensazioni che nessuna fotografia riesce davvero a raccontare.

Bisogna esserci.

Un timbro difficile da dimenticare

Arrivammo al controllo passaporti.

L’addetto prese il mio documento.

Lo aprì.

STUMP!

Un timbro enorme.

Guardai il passaporto.

Poi lo riguardai.

E pensai:

«Ma che razza di disegno è?»

Diciamolo.

A prima vista quelle forme potevano suggerire interpretazioni piuttosto… fantasiose.

In realtà erano le celebri Coco de Mer, le gigantesche noci caratteristiche delle Seychelles e uno dei simboli dell’arcipelago.

La natura, ogni tanto, dimostra di possedere un senso dell’umorismo tutto suo.

Primo problema: servono contanti

Superati i controlli, pensammo alla prima necessità.

Servivano contanti.

Nel 2015 non era scontato poter pagare tutto con la carta e sapevamo che avremmo avuto bisogno di denaro locale.

Mi avvicinai al bancomat.

Carta.

PIN.

Importo.

Attesa.

Poi comparve il messaggio:

Carta non abilitata.

Guardai Giacomo.

«Prova la tua.»

Stessa procedura.

Stesso risultato.

Niente.

Due carte.

Due conti regolarmente coperti.

Zero contanti

Ed è in momenti come quello che realizzi quanto possa diventare serio un problema apparentemente banale quando sei a migliaia di chilometri da casa.

Uscimmo dall’aeroporto.

Davanti a noi c’era una fila di taxi.

Salimmo sul primo disponibile e comunicammo il nome dell’albergo.

Durante il tragitto io e Giacomo cercavamo di capire cosa fosse successo.

Blocco della banca?

Circuito non abilitato?

Errore nostro?

Il tassista guidava in silenzio.

Sembrava non ascoltarci.

Poi, improvvisamente:

«Scusate se mi permetto…»

Io e Giacomo ci guardammo.

Perché quella frase era stata pronunciata in perfetto italiano.

Beniamino

Il nostro tassista si chiamava Beniamino.

Un omone gigantesco.

Talmente grande che ancora oggi mi chiedo come riuscisse a stare comodamente dietro quel volante.

Aveva lavorato in Italia per più di dieci anni e parlava italiano benissimo.

Ascoltò il nostro problema e sorrise.

«È già successo ad altri turisti.»

Secondo lui le nostre carte probabilmente non erano abilitate per il circuito disponibile.

Poi aggiunse qualcosa che ci tolse definitivamente il sorriso.

«L’albergo non accetterà spiegazioni. Se non riuscite a pagare il check-in, vi saluta.»

Fantastico.

Eravamo appena arrivati in paradiso e rischiavamo di passare la prima notte in spiaggia.

Ma Beniamino non era soltanto un tassista.

Era uno di quelli che, quando vedono qualcuno nei guai, cominciano a cercare una soluzione prima ancora che venga chiesta.

«Forse posso aiutarvi.»

Prese il telefono.

Chiamò una signora del posto che abitava al piano terra della propria casa e affittava ai turisti l’appartamento superiore.

Parlarono qualche minuto.

Poi riattaccò.

Si voltò verso di noi e sorrise.

«È tutto risolto. Vi aspetta.»

In quel momento Beniamino ci sembrò molto più di un tassista.

Una casa davanti all’Oceano Indiano

L’appartamento si rivelò persino migliore dell’albergo che avevamo prenotato.

Piccolo.

Pulito.

Accogliente.

Davanti alla casa passava la strada costiera.

Subito oltre:

l’Oceano Indiano.

La proprietaria ci accolse sorridendo.

E arrivò un’altra sorpresa.

Anche lei parlava italiano.

Aveva lavorato per molti anni nel nostro Paese, in un’impresa di pulizie, ed era poi tornata alle Seychelles per godersi la pensione.

In fondo, il sogno di tanti.

Lavorare una vita.

E poi tornare a casa.

L’appartamento aveva tutto.

Due camere.

Cucina attrezzata.

Forno.

Frigorifero.

Persino la lavatrice.

C’era soltanto un particolare.

Il frigorifero era completamente vuoto.

E anche il nostro stomaco cominciava ad assomigliargli parecchio.

Il minimarket

Decidemmo di andare a fare la spesa.

Poco prima di arrivare alla casa avevo notato dal taxi un’insegna costruita a mano.

C’era scritto semplicemente:

MINIMARKET

Più che un supermercato sembrava una baracca di legno con il tetto in lamiera.

Anzi.

Non sembrava.

Era una baracca di legno con il tetto in lamiera.

Ma aveva ciò che ci serviva.

O quasi.

Prima di entrare facemmo un piccolo giro nei dintorni.

La fermata dell’autobus era praticamente sotto casa.

A una cinquantina di metri c’era una piccola spiaggia.

Acqua trasparente.

Pesci ovunque.

Sembrava un acquario.

Poi guardai gli scogli.

Erano ricoperti di patelle.

Migliaia.

Mi si illuminarono gli occhi.

Spaghetti italiani dall’altra parte del mondo

Entrammo nel minimarket.

E su uno scaffale apparve un piccolo miracolo.

Un pacco di spaghetti italiani.

Quelli con la confezione rossa.

Accanto, alcune bottiglie di passata di pomodoro.

Guardai Giacomo.

Lui guardò me.

«Quanti soldi ci sono rimasti?»

Frugammo nelle tasche.

Il necessario per quella spesa c’era.

Almeno quello.

Pagammo e tornammo a casa.

Appoggiai tutto sul tavolo.

Poi presi una busta e un coltello e mi avviai verso la porta.

Giacomo mi guardò.

«Carlo… dove vai?»

«A prendere il resto degli ingredienti.»

«Quali ingredienti?»

Indicai gli scogli.

«Hai visto quante patelle ci sono? Tra venti minuti ci mangiamo gli spaghetti più freschi delle Seychelles.»

Giacomo mi guardò come si guarda uno che abbia appena perso completamente il lume della ragione.

Gli spaghetti alle patelle

Venticinque minuti dopo ero di ritorno con quasi un chilo di patelle.

Le pulii con cura.

Un filo d’olio.

Aglio.

Le patelle appena soffritte, giusto il tempo di far uscire tutto il loro sapore.

Poi la passata di pomodoro.

Infine gli spaghetti.

Il profumo che usciva da quella cucina sembrava quasi voler ringraziare il mare per averci regalato metà della cena.

Preparammo il tavolo sul terrazzino.

E mangiammo.

Senza esagerare, furono tra gli spaghetti più buoni che abbia mai preparato e mangiato.

Forse per la freschezza delle patelle, fino a poco prima continuamente lambite dalle onde dell’Oceano.

Forse per la fame.

Forse per l’entusiasmo.

O forse perché certi piatti non li rende speciali soltanto la ricetta.

Li rende speciali il momento in cui li vivi.

E mentre sto scrivendo queste righe, mi tornano in mente anche gli spaghetti con le vongole, preparati naturalmente secondo la ricetta UITUIT.

Una giornata che sembrava già un romanzo

Dopo cena restammo per un po’ sul terrazzino.

Davanti a noi il rumore del mare.

Dietro di noi una giornata che sembrava già un romanzo.

Eravamo alle Seychelles soltanto da poche ore e avevamo già:

  • cambiato alloggio;
  • scoperto che le nostre carte non funzionavano;
  • incontrato un tassista che parlava italiano;
  • conosciuto una proprietaria seychellese con una lunga storia italiana;
  • cenato con spaghetti e patelle appena raccolte sugli scogli.

Se il buongiorno si vede dal mattino…

non osavamo nemmeno immaginare cosa ci avrebbe riservato il giorno successivo.

Per il momento, però, una certezza l’avevamo.

Eravamo arrivati dall’altra parte del mondo praticamente senza contanti.

E avevamo appena mangiato uno dei piatti di pasta più memorabili della nostra vita.

🚗 Continua l’avventura della Buattella:

➜ Parte 2 – Benvenuti alle Seychelles

➜ Parte 3 – Manager… in autobus

➜ Parte 4 – La Buattella che voleva sembrare un TGV

 

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