L’auto che voleva sembrare un TGV – Parte 1

Suzuki Wagon R soprannominata Buattella nel viaggio verso Lione
Serie: L'auto che voleva sembrare un TGV – Parte 1 di 4- Una Suzuky Wagon R definita per la sua forma a scatola,: buattella. Carlo e Giacomo partono per Lione per un importante incontro di lavoro. Un guasto improvviso li costringe però ad affrontare quasi mille chilometri con la piccola Suzuki Wagon R di famiglia, la mitica “Buattella”.

Nella mia attività di consulente finanziario mi è capitato di girare mezzo mondo.

Sono cambiati aeroporti, alberghi, città e, naturalmente, anche i compagni di viaggio.

Con alcuni, finito il lavoro, sono finiti anche i rapporti.

Con altri non è mai nata una vera amicizia.

Eravamo semplicemente persone che dovevano condividere un progetto, un tavolo o qualche ora di viaggio.

Poi ci sono le eccezioni.

Quelle persone che incontri quasi per caso e che, senza sapere bene come, continuano a far parte della tua vita.

Una di queste persone, per me, è Giacomo Vitale, catanese DOC e dottore commercialista.

Ci siamo conosciuti più di quindici anni fa e, da allora, abbiamo condiviso diversi viaggi importanti.

Qualche tempo dopo ci ritrovammo anche a Istanbul, in una di quelle trasferte che, col passare degli anni, finiscono per diventare soprattutto ricordi.

Oggi ci vediamo raramente.

Ma grazie ai social ci sentiamo quasi ogni giorno.

Basta una battuta, un messaggio o anche soltanto un saluto per avere la sensazione che il tempo, in fondo, non sia mai passato davvero.

Una Suzuki Wagon R.

Non una Ferrari.

Non una Mercedes.

Una Suzuki Wagon R.

Quella che in famiglia chiamavamo affettuosamente:

“A’ BUATTELLA”.

Per chi non conosce il napoletano, buattella significa più o meno scatoletta.

E, guardandola, il nome non era proprio campato in aria.

Alta, stretta, simpatica.

Diciamo soltanto che il design non sembrava uscito dalla matita di Pininfarina.

Correva l’anno 2015

Un amico comune ci aveva procurato un appuntamento importante a Lione con Michel Gautier, Console Onorario delle Seychelles.

L’obiettivo era verificare la fattibilità di un progetto finanziario al quale stavamo lavorando.

Giacomo arrivò dalla Sicilia direttamente a casa mia, in Emilia-Romagna.

Dormimmo poche ore.

Alle cinque del mattino eravamo pronti a partire.

O almeno così credevamo.

L’auto che avevo preparato il giorno prima decise di scioperare proprio nel momento meno opportuno.

I noleggi erano ancora chiusi.

Il tempo stringeva.

Le alternative erano praticamente finite.

L’unica macchina disponibile era lei.

La Buattella.

La guardammo con lo stesso spirito con cui due esploratori potrebbero osservare una zattera prima di attraversare l’oceano.

Gomme.

Olio.

Acqua.

Luci.

Clacson.

Tergicristalli.

Controllammo praticamente tutto.

Alla fine ci guardammo.

«Secondo te ce la fa?»

«Se Dio vuole… sì.»

E partimmo.

Quasi mille chilometri con una scatoletta

Tra andata e ritorno avremmo percorso quasi mille chilometri nella stessa giornata.

La Buattella, contro ogni previsione, sembrava quasi divertirsi.

Andava.

Senza protestare.

Il vero problema, però, non era arrivare.

Era capire come arrivare.

Presentarsi a un incontro di quel livello con una Wagon R che sembrava appena uscita dal parcheggio di un supermercato non ci sembrava esattamente il massimo dell’immagine.

Così elaborammo un piano di altissimo livello strategico.

Parcheggiare lontano.

Prendere un taxi.

Arrivare con aria distinta.

E, nel caso qualcuno ci avesse chiesto come fossimo arrivati a Lione…

«Con il TGV, naturalmente»

a nostra Suzuki, nel frattempo, ci aspettava pazientemente qualche isolato più in là.

Probabilmente chiedendosi perché i suoi proprietari si vergognassero tanto di lei.

Noi, invece, arrivammo all’appuntamento impeccabili.

Almeno all’apparenza.

Da Lione alle Seychelles

L’incontro andò oltre ogni aspettativa.

Il Console dimostrò grande interesse per il progetto e decise di organizzare direttamente una riunione alle Seychelles con le autorità finanziarie dell’arcipelago e con alcuni dirigenti di importanti istituti bancari.

Tradotto in parole molto semplici:

dovevamo partire.

Davvero.

Non per Lione.

Per le Seychelles.

A quel punto la Buattella aveva già fatto il suo lavoro.

E da allora merita se non la certificazione, almeno una menzione per entrare di diritto a far parte delle auto storiche o almeno dei ricordi

Ci aveva portati fino alla porta di qualcosa di molto più grande.

Giacomo, previdente com’era, aveva praticamente con sé tutto il necessario per diversi giorni.

Noi invece dovevamo ripartire dall’Italia.

Tornammo quindi a casa, preparai il bagaglio in fretta e prenotammo il volo.

La rotta era una di quelle che fanno già viaggiare soltanto a leggerle:

Milano Malpensa → Addis Abeba

Sei ore di volo.

Due ore di attesa.

Poi:

Addis Abeba → Mahé

Altre quattro ore.

La nostra avventura africana stava per cominciare.

E ancora non avevamo la minima idea di quello che ci sarebbe successo.

Carlo e Giacomo di spalle seduti in economy class a bordo del volo da Milano Malpensa verso Addis Abeba, prima della partenza per Mahé nelle Seychelles.

🚗 Continua la storia della Buattella:

➜ Parte 2 – L’auto che voleva sembrare un TGV

➜ Parte 3 – L’auto che voleva sembrare un TGV

➜ Parte 4 – L’auto che voleva sembrare un TGV


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