La mia Africa – Senegal e Saly

Il secondo viaggio in Senegal tra Saly, mare, incontri, animali curiosi, cucina e amicizie che ancora oggi resistono al tempo.

Episodio 2: Saly, il mare e le storie che restano

Nel secondo viaggio, una volta stabilite certe gerarchie e capito meglio come muoverci, Max mi trovò una sistemazione molto più vicina a casa sua.

Eravamo a circa due chilometri dalla sua residenza.

All’inizio trovai alloggio temporaneo in un bungalow, all’interno di un villaggio con piscina, dove rimasi un paio di giorni.

Poi Max mi mise a disposizione un vero e proprio appartamento in un residence, con tutti i comfort: ingresso vigilato, spazi curati e una discesa diretta al mare.

La spiaggia, certe volte, sembrava quasi fosse tutta per me.

Ma già il primo alloggio mi regalò un episodio che ancora oggi ricordo benissimo.

Arrivai al villaggio che era quasi sera.

Dopo aver sbrigato il check-in alla reception, mi diedero le indicazioni per raggiungere il bungalow.

Quando ero entrato avevo notato gente che passeggiava e anche un piccolo cane al guinzaglio.

Fin qui, tutto normale.

Quando uscii dall’ufficio registrazione, però, ormai era quasi buio.

Anche le luci dei pali lungo i vialetti erano piuttosto fioche.

Non si vedeva granché.

Mi incamminai quindi tra siepi e piccoli corridoi che portavano ai bungalow e, proprio mentre stavo entrando nel vialetto che conduceva al mio, mi ritrovai qualcosa tra i piedi.

Urto.

Movimento.

Quasi inciampo.

Il mio primo pensiero fu molto elegante:

“Ma che cazzo, proprio adesso dovevano lasciare libero il barboncino?”

Per un attimo rischiai pure di cadere.

A dire il vero, però, quella cosa che avevo urtato non mi era sembrata proprio un cane.

Ma ero stanco, volevo entrare in camera e non ci diedi troppo peso.

La mattina dopo uscii dal bungalow con la luce piena del giorno.

E a una decina di metri da me vidi finalmente quello che avevo quasi calpestato la sera prima.

Un lucertolone enorme.

Almeno un metro e mezzo.

Un animale che, a guardarlo, sembrava un incrocio tra un varano e un piccolo coccodrillo.

Non aveva proprio quell’aria da mascotte rassicurante.

Mi spiegarono però che era innocuo, considerato un animale sacro, protetto e libero di circolare all’interno del villaggio.

Perfetto.

A posto così.

Peccato che quello girasse davvero dappertutto.

Vicino ai vialetti.

Tra le siepi.

Sotto le sdraio.

Perfino in piscina, a condividere la vasca con te.

Una volta me lo ritrovai anche sotto il lettino.

A quel punto mancava solo che si presentasse con gli zoccoletti ai piedi, gli occhiali da sole, un drink sul tavolino e una sigaretta in bocca, sdraiato sul lettino accanto al mio.

E allora sì, avremmo potuto considerarci ufficialmente vicini di ombrellone.

Nel residence, invece, avevo a disposizione un vero appartamento.

E soprattutto avevo una cucina.

Lì sì che potevo divertirmi.

Una mattina, in spiaggia, notai un po’ di movimento vicino ad alcune imbarcazioni tipiche del posto.

Erano barche di pescatori che uscivano in mare, prendevano quello che trovavano e, una volta rientrati, vendevano direttamente il pescato a chi si trovava lì.

Quel giorno uno dei clienti ero io.

E mi innamorai letteralmente di due piccole aragoste appena pescate.

Freschissime.

Prezzo?

Cinque euro.

Non ci pensai nemmeno troppo.

Le presi, tornai nell’appartamento e mi misi ai fornelli.

Ed eccolo lì, ancora una volta, il mio riflesso automatico quando viaggio e trovo qualcosa di buono davanti a me:

uno spaghetto.

Un po’ come sarebbe successo poi alle Seychelles con Giacomo.

Cambio Paese, cambia il mare, cambiano le persone.

Ma quando davanti a me arrivano due aragoste fresche e c’è una cucina a disposizione, il finale tende a essere sempre quello.

Pasta.

Ed è proprio questo, forse, uno degli aspetti più belli di un viaggio.

Non sono soltanto i monumenti, le città, gli incontri importanti o i posti da fotografare.

Sono anche tutte quelle piccole cose che ti circondano e che a casa tua non vedresti mai.

A parte il mio ormai celebre varano-coccodrillo-lucertolone, nel villaggio mi capitava continuamente di imbattermi in animali che non avevo mai visto.

Farfalle dai colori strani.

Piccole lucertole completamente diverse dalle nostre.

Insetti dalle forme particolari.

Animaletti che magari per chi vive lì sono assolutamente normali, ma che per te diventano una scoperta.

E forse il bello del viaggio è proprio questo.

Accorgersi.

Guardare.

Fermarsi su cose che nella vita quotidiana avresti ignorato.

Poi arrivò il momento del ritorno.

Ed ebbi la fortuna, o forse la sfortuna dal punto di vista logistico, di trovarmi in Senegal durante la cosiddetta Festa del Montone, una delle celebrazioni più importanti della tradizione islamica.

In quei giorni il Paese rallenta moltissimo.

Uffici, agenzie, servizi e diverse attività funzionano a ranghi ridotti.

E se hai un’urgenza, un biglietto da cambiare o una prenotazione da modificare, improvvisamente può diventare tutto più complicato.

Io stesso ebbi qualche difficoltà.

Ma niente in confronto a un passeggero che salì sull’aereo praticamente all’ultimo momento, quando eravamo già tutti seduti.

Io ero in fondo alla cabina.

A un certo punto cominciai a sentire urlare.

Ma non era uno che stava litigando con qualcuno.

Era uno che si stava sfogando con l’universo intero.

Dal tono e soprattutto dalle parole capii immediatamente due cose.

La prima: era italiano.

La seconda: era napoletano.

E da laggiù, in fondo all’aereo, sentii distintamente:

“Mannaggia a ch’vemmuorto! Vuije e sta festa ‘ro muntone! Sto da tre juorne aspettanno ‘e saglì ‘ncoppa a stu sfaccimma ‘e aereo! Jamme bell’, ja!”

A quel punto capii tutto.

L’uomo doveva partire già da tre giorni e non era riuscito ad anticipare o modificare il biglietto proprio a causa dei rallentamenti legati alla festività.

La sua rabbia aveva finalmente trovato una spiegazione.

In un certo modo era successo qualcosa di simile anche a me.

Solo che ognuno ha il proprio carattere.

Io magari borbotto.

Lui aveva deciso di informare tutto l’aereo.

E probabilmente anche metà aeroporto.

Nel secondo viaggio volai invece con Royal Air Maroc, partendo da Bologna e facendo scalo a Casablanca.

Mi ricordo che partii con l’amico Pino, un broker molto serio che mi affiancò in quella nuova avventura.

Noi arrivammo in Senegal.

Le nostre valigie, invece, evidentemente avevano deciso di concedersi non un giorno in più in Marocco, ma addirittura 72 ore.

Per me era una scocciatura.

Per Pino, invece, era un problema serio.

Nella valigia aveva i medicinali per il cuore.

E così io e Max vivemmo quelle ore con una preoccupazione incredibile, sperando che non gli accadesse nulla.

Pino era un po’ avanti con gli anni e la sua compagna, prima della partenza, si era raccomandata molto con me.

Per due giorni consecutivi tornammo in aeroporto nel tentativo di recuperare i bagagli.

E fu proprio durante uno di quei ritorni che cominciai a conoscere altre persone che, come noi, si presentavano di nuovo allo scalo nella speranza di rivedere finalmente le proprie valigie.

Tra loro c’era un’altra vittima del ritardo nella consegna dei bagagli.

Aminata Diouf.

Solo dopo scoprii che quella ragazza aveva partecipato alle Olimpiadi di Sydney 2000, gareggiando nei 100 metri e facendo parte della staffetta senegalese 4×400.

Anche quella fu una di quelle conoscenze nate per caso.

Una valigia in ritardo.

Due persone che aspettano.

Una conversazione.

E ogni tanto, ancora oggi, ci scambiamo un saluto.

Aminata, se mai leggerai queste righe, un grande abbraccio anche a te.

Con Max, invece, ci sentiamo quasi quotidianamente ancora oggi.

E dentro mi porto uno splendido ricordo di quei viaggi, soprattutto perché ebbi la possibilità di conoscere Dakar e il Senegal sotto tanti aspetti diversi.

Non soltanto la città degli incontri di lavoro, delle riunioni e delle banche.

Ma anche quella delle immagini più semplici.

La bambina che giocava facendo rotolare una ruota.

Le strade di periferia.

I pulmini pieni di persone.

I contrasti tra modernità e povertà.

Ricordo anche un anziano signore nella grande hall che suonava uno strumento tipico locale, lo xalam.

Mi chiese il nome.

“Carlo.”

E quasi all’istante cominciò a suonare e a cantare una piccola canzone improvvisata dedicata proprio a me, ripetendo più volte il mio nome.

Peccato che oggi non riesca più a trovare la registrazione che feci in quel momento.

Ma il motivetto, quello sì, ogni tanto mi torna ancora in testa.

E di questa splendida lingua, il wolof, come già raccontato nell’episodio precedente, qualcosa ho imparato anch’io.

E quando dico ad un senegalese

“Uau, uau, uau.”

Immediatamente scoppia ridere e mi chiede come faccio a conoscere il senegalese.

Ed io rispondo sempre: ma tu lo conosci a Max? Io si e ne conosco addirittura due!

E poi, soprattutto, c’è il loro senso di ospitalità.

Grande amicaccio Max (Diop).

Ricordo ancora il pranzo preparato da tua moglie a casa vostra.

Una cosa semplice.

Riso, gamberi e un contorno di cipolle cotte che, per consistenza e profumo, mi ricordava quasi una nostra genovese.

Niente piatti complicati.

Niente ristorante di lusso.

Solo una tavola, una casa, persone che ti accolgono.

Ed è forse per questo che, ancora oggi, se ci penso, mi viene l’acquolina in bocca.

Perché certi sapori non restano nella memoria soltanto per quello che hai mangiato.

Restano per dove eri e con chi eri.

Gli affari vanno e vengono.

A volte riescono.

A volte no.

Ma non c’è prezzo per un’amicizia che riesce a tenere duro davanti ai fatti difficili della vita e alle situazioni affrontate insieme.

Ed è forse questo, alla fine, il ricordo più importante che mi ha lasciato il Senegal.

Non un contratto.

Non un’operazione finanziaria.

Non un incontro importante.

Una persona.

Max, sappi quindi che la prossima volta mi aspetto esattamente lo stesso trattamento da re.

Niente sconti.

TVB, amicaccio mio.

E pure a te Mandiaye Sylla! 

🌍 Dall’inizio del viaggio:

➜ Parte 1 – La mia Africa: Senegal e Dakar


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